Buffy: the teen pop apocalypse
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Sujet: Buffy: the teen pop apocalypse
De: e...@fastwebnet.it (Hytok)
Groupes: it.fan.tv.buffy
Date: 21. Nov 2008, 05:00:29
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di Adriano Aiello
Una serie che, dietro l'apparente demenzialità della prima stagione, cela
racchiusa tutta una serie di temi e modalità narrative che hanno
rivoluzionato la serialità
Piaccia o no Buffy e la sua improbabile Scooby gang hanno cambiato
definitivamente il mondo delle serie tv e rivoluzionato l’intrattenimento
adolescenziale. Tra tutti i rilievi sollevati e sollevabili sulla serie
creata da Joss Whedon questo è davvero quello meno opinabile. Sempre a
patto di confrontarsi con la totalità delle stagioni, perché una visione
frammentaria e casuale rende praticamente impossibile comprendere la
portata della serie nata nel 1997 dalle ceneri di un film di rara
bruttezza, scritto da Whedon stesso costretto a subire sulla sua pelle lo
shock del fraintendimento del suo script e la durezza del mondo del cinema.
Un tradimento che lo ha spinto a dirigersi al piccolo schermo, adattando la
sua creatura al mondo della serializzazione televisiva, prima di quel
profondo salto qualitativo che ci ha traghettato ai nostri giorni grazie a
serie come I Soprano, Sex and the City, 24, Alias, Six Feet Under e Oz.
Buffy ha quindi segnato un punto di svolta determinante nella narrazione
seriale, che oggi rischiamo di non riuscire a cogliere, travolti come siamo
dalla piacevole abbondanza di show del livello di Lost, Dexter, The Shield,
Heroes (il più assimilabile a Buffy per la sofferenza profondamente comics
dei predestinati) o degli ultimissimi Damages, Californication e Mad Men.
Per non citare Veronica Mars, che sostanzialmente non sarebbe mai esistito
senza Buffy.
È necessario allora ricordare che al tempo della messa in onda di Buffy
l'ammazzavampiri gli show per teenager erano Beverly Hills prima, Dawson’s
Creek subito dopo e The O.C. a seguire, mentre Buffy, con il vortice di
rimandi linguistici (che renderebbero obbligatoria la visione in lingua
originale), metacinematografici e culturali e le sue escursioni avventurose
su terreni delicati come il lesbismo, la religione e la famiglia, si
dimostra serie enormemente più coraggiosa.
Un’eruzione incontrollabile la governa e la trasforma progressivamente da
bizzarra serie horror-comedy - abile a centrifugare i generi in una
struttura a episodi autoconclusivi, ma sostanzialmente scialba e
tremendamente cheap - a melodramma pop di rara cupezza, che si fa gioco e
beffa delle regole del genere. Perfino di tenere in mano un solido filo
conduttore. Ecco infatti che Buffy entra nella sua maturità con la terza
stagione, affrontando con spavalderia la situazione più temuta dalla
serializzazione teen, ovvero il diploma. Se il rito di passaggio più
consolidato verso l’entrata nel mondo adulto ha decretato la perdita di
appeal verso i personaggi di gran parte delle serie adolescenziali, Buffy
si fa tesi delle elaborate capacità di fruizione ed erudizione audio-visiva
del nuovo pubblico e inizia la sua corsa inarrestabile. Una possibilità
premessa nella scelta di un format dalla flessibilità così evidente, ma che
si fa programmatica tanto da permettere a Whedon di lavorare su molteplici
piani di lettura e inserire divagazioni colte nel musical, nell’universo
fiabesco e addirittura un episodio in gran parte muto. Tutti capitoli a
firma del suo creatore Whedon, a conferma dell’intenzione di fornire il
peso autoriale allo show attraverso le sue sporadiche ma significative
regie, che rappresentano anche le vette dark della serie e si dimostrano
fortemente estranee alla tradizione dell’universo teen che riconosce
usualmente il melodramma solo per il suo valore pedagogico-formativo, mai
invece come visione della vita o come raffinato strumento grammaticale di
elaborazione del lutto. Come in The Body – l’episodio indubbiamente più
bello di tutta la serie, con quel lunghissimo, indimenticabile piano
sequenza di apertura - in cui la regia di Whedon ci racconta la perdita più
insopportabile della sua eroina con un rigore che spaventa e una
partecipazione che commuove.
Una perdita necessaria e che apre la riflessione all’ultimo tema
determinante di Buffy, quello della famiglia alternativa, vera ossessione
tematica per il Whedon autore e probabilmente uomo. La famiglia in Buffy -
e successivamente nello spin-off Angel – è il risultato di una tensione al
volontarismo, all’accettazione reciproca, all’affetto e all’amicizia e non
il risultato dei legami biologici. Anche a costo di fare tabula rasa del
manicheismo che anima la narrazione fantasy e di innamorarsi di un vampiro,
se non di due. Solo quest’unione può permettere di operare scelte radicali,
nella battaglia infinita e metaforica con il male. Giles, l’ideale padre
vicario, Willow la sorella matura e coscienziosa, Xander l’amico pronto a
dare un occhio per la causa, sono la vera famiglia di Buffy. E poi, nel
tempo, Cordelia, Oz, Anya, Tara, fino alla presenza improvvisa e spiazzante
di Dawn, sorella imposta da uno scherzo alla memoria collettiva. Ma sempre
sorella perché dentro il patto di sangue implicito. Il rifugio che non nega
l’accesso a nessuno, che siano umani o demoni, se non vampiri spietati e
fascinosi, come Spike, la figura più intrigante, contagiosa e riuscita
dell’universo di Buffy. La cui catarsi definitiva segna la conclusione
dell’universo whedoniano, con l’uscita di scena più struggente che una
serie ricordi. Almeno fino a Six Feet Under. “Non è vero, non mi ami, ma
grazie di averlo detto”. Sipario.
--
Jolan Tru
Filippo "Hytok" Simone
http://perestroika.iobloggo.com/

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