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70 anni fa

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  Sujet:   70 anni fa  
 De: m...@libero.it (MMAX)
 Groupes: it.cultura.ebraica
 Organisation: Servidellagleba.it News Server
 Date: 02. Sep 2008, 15:30:19
Un’Italia ariana e antisemita
L’obiettivo della persecuzione antiebraica fascista fu quello di passare 
dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite; riflessi di 
attualità
Michele Sarfatti*

Settanta anni or sono, il 1° e il 2 settembre 1938, il Consiglio dei 
ministri del Regno d’Italia si riunì per approvare le prime leggi 
antisemite della storia dell’Italia unita. La legislazione antiebraica 
varata in quei mesi dal regime fascista coinvolse il Paese nel suo 
insieme, non la sua sola vita politica, o sociale, o economica, o 
culturale. Dal punto di vista della dittatura, essa introdusse una 
riforma di ambito generale e di durata permanente. Benito Mussolini 
decise che il fascismo e l’Italia intera dovevano essere ariani e 
antisemiti. E l’uno e l’altra lo divennero o iniziarono a divenirlo. Si 
trattò ovviamente di una trasformazione processuale, progressiva ma non 
lineare. In alcuni ambiti, non era ancora conclusa alla fine della 
guerra; in altri, avanzò molto velocemente.

Pur essendo similare alla svolta razzistica intrapresa nel 1936-1937 
contro i sudditi delle colonie africane, e in particolare contro le 
popolazioni di Etiopia, Eritrea e Somalia, la persecuzione antiebraica 
varata nel 1938 se ne differenziò perché ebbe per oggetto delle persone 
che erano cittadini dello Stato. Essa quindi costituì una rottura del 
patto di eguale cittadinanza stretto nel corso del Risorgimento. Inoltre, 
come le altre legislazioni antiebraiche europee, costituì un 
rovesciamento epocale dei principi della Rivoluzione francese e del 
liberalismo dell’Ottocento.

Occorre ricordare che l’Italia fascista non emanò una legge di revoca 
della cittadinanza italiana agli ebrei italiani. Tuttavia li escluse, in 
modo generalizzato e definitivo, dalle Forze armate, dal Partito 
nazionale fascista e da tutta la vita della nazione. Insomma, nel 1938 
ebbe termine la vicenda storico-nazionale avviatasi con il Risorgimento. 
Un perseguitato, professore di Storia dell’arte, scrisse in quei giorni: 
«A me è stata improvvisamente troncata ogni attività di cittadino e di 
studioso: espulso dall’esercito, dalla cattedra, attraverso i miei libri 
dalla scuola, assisto alla distruzione di quanto formava la ragione 
stessa della mia vita».

La legislazione antiebraica italiana non era diretta solo contro gli 
ebrei antifascisti e non-fascisti, o solo contro le persone iscritte a 
una Comunità ebraica, bensì contro tutte le persone classificate di 
«razza ebraica». Ed essa stessa classificava di «razza ebraica» ogni 
persona nata da due genitori di «razza ebraica», anche quando era di 
religione cristiana. Insomma, qualsiasi scelta religiosa o culturale 
avesse compiuto, una persona non poteva cambiare ciò che gli era stato 
trasmesso automaticamente dai genitori. Questo criterio classificatorio è 
indubitabilmente «razzistico biologico». Esso fu applicato anche alle 
persone di religione ebraica nate da due genitori di «razza ariana», le 
quali furono sempre classificate di «razza ariana». Il documento teorico 
ufficiale Il fascismo e i problemi della razza (noto anche con il titolo 
fuorviante Manifesto degli scienziati razzisti), pubblicato il 14 luglio 
1938, aveva affermato con estrema chiarezza che «il concetto di razza è 
concetto puramente biologico». La «razza» dei genitori veniva stabilita 
sulla base della «razza» dei loro genitori, e così via a ritroso nel 
tempo, fino a quando, venendo a mancare i registri anagrafici, si 
considerava che una persona di religione ebraica fosse automaticamente di 
«razza ebraica». Nel caso di matrimoni definiti «razzialmente misti», la 
«razza» dei figli veniva determinata sulla base dei loro comportamenti.

Volendo sintetizzare l’obiettivo della persecuzione antiebraica fascista, 
possiamo dire che nel 1938-1943 il fascismo intendeva eliminare tutti gli 
ebrei, italiani e stranieri, dal territorio italiano e dalla società 
italiana. Relativamente a quelli stranieri, nel settembre-novembre 1938 
il governo vietò nuovi ingressi aventi scopo di «residenza» e ordinò 
l’allontanamento entro pochi mesi di coloro la cui residenza in Italia 
era iniziata dopo il 1918. Inoltre nell’agosto 1939 vietò agli ebrei 
dell’Europa centrale gli ingressi aventi scopo di «soggiorno», e nel 
maggio 1940 quelli aventi scopo di «transito». Quando l’Italia entrò 
nella seconda guerra mondiale (10 giugno 1940), fu stabilito che gli 
ebrei stranieri ancora presenti nella penisola venissero internati in 
piccoli comuni o in campi di internamento, in attesa di essere espulsi 
alla fine del conflitto. L’internamento fu un provvedimento antisemita, 
ma in questi campi italiani del 1940-1943 non vi furono violenze 
antisemite.

Riguardo agli ebrei italiani, inizialmente la dittatura operò per 
favorirne l’emigrazione spontanea. Successivamente avviò l’elaborazione 
di una legge per la loro espulsione generalizzata e definitiva; il 
progetto venne però presto accantonato, senza dubbio perché l’estensione 
geografica della guerra aveva ridotto ai minimi termini la possibilità di 
emigrazione. Anche per gli ebrei italiani nel 1940-1943 furono decisi 
provvedimenti di internamento e di lavoro obbligato, che con il 
trascorrere degli anni e l’aumento delle sconfitte belliche divennero 
sempre più generalizzati e sempre più persecutori: nel maggio-giugno 1940 
fu disposto l’internamento di quelli giudicati maggiormente «pericolosi»; 
nel maggio 1942 l’istituzione del «lavoro obbligatorio», noto anche come 
«precettazione»; nel giugno 1943 l’istituzione di quattro «campi di 
internamento e lavoro obbligatorio» per ebrei abili (questa decisione non 
fu però attuata a causa della crisi del 25 luglio).

A partire dal settembre 1938 gli ebrei furono colpiti da una serie 
incessante di divieti, aventi per oggetto pressoché tutti i comparti 
della vita; essi furono così espulsi dalla scuola pubblica, dal comparto 
dello spettacolo (teatro, musica, film, ecc.), dalle associazioni 
culturali e sportive, dall’editoria, dalle cooperative, dagli impieghi 
pubblici, in misura progressiva da quelli privati, ecc. Questi 
provvedimenti da un lato attuavano la loro persecuzione e dall’altro 
realizzavano la loro separazione dai non ebrei. Entrambe erano politiche 
essenziali per il successo dell’azione di allontanamento/espulsione. Ma 
gli ebrei di cittadinanza italiana che emigrarono tra il 1938 e l’autunno 
1940 furono solo l’8%.

Come già detto, il fascismo italiano aveva anche l’obiettivo di 
«arianizzare» la società italiana. Così, le politiche di espulsione degli 
ebrei dai singoli ambiti della vita lavorativa, educativa e sociale e di 
separazione erano funzionali anche alla disebreizzazione e alla 
antisemitizzazione del Paese, sempre più caratterizzato come Stato 
«ariano» e «razziale». Parallelamente, gli ebrei divenivano sempre più 
soli e impoveriti. E queste due trasformazioni si rivelarono fatali â€" 
assieme alla poderosa opera di schedatura effettuata dalla burocrazia â€" 
quando, con l’8 settembre 1943, si passò dalla fase della «persecuzione 
dei diritti» a quella della «persecuzione delle vite».

* direttore Fondazione Centro di documentazione ebraica â€" Milano

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http://bloggoanchio.splinder.com
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Per il manifesto, le FAQ ed un'interfaccia Web visita http://www.e-brei.net/


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