Re: L'attesa.
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Nik56 ha scritto:
> A me non piace la voce fuori campo che suggerisce la morale.
>
> Anzi, non mi piace "qualunque" voce fuori campo.
> Che poi è la voce dell'autore.
> L'autore deve sparire. O almeno, ne deve dare l'impressione.
> 'Fanculo l'autore, chi se ne frega dell'autore. E' la storia che e'
> importante, e deve saper parlare da sola.
>
> bye
>
> nik56
Accolgo con piacere anche questa tua critica, e provo a riscrivere
nuovamente il pezzo finale, che è quello in cui mi sembra si senta
questa voce dell'Autore (che poi sarei io ^__^).
Ho cercato di eliminare qualsiasi suggerimento morale, limitando il
racconto ai fatti. Vedi un po' se ti convince di più, e se hai consigli,
suggerimenti, insulti, bottigliate in testa o sediate sulla schiena, le
accetto volentieri. :-)
Riposto l'intero racconto, la parte finale è l'unica cambiata
Seduto su una panchina in ferro battuto della vecchia stazione, il
Signor X aspettava l'arrivo dell'espresso delle 17.30 proveniente dal
piccolo paese di Nonsodove. Agitato, nel suo doppiopetto nero,
continuava a guardare nervosamente il vecchio orologio a cipolla che
teneva riposto nel taschino destro, e che ad intervalli regolari
sfoderava per controllare la puntualità del treno. Era una delle
innumerevoli cianfrusaglie ricevute in eredità dopo la morte del suo
compianto padre, un orologiaio appassionato e molto noto in città che
aveva dedicato l'intera vita alla cura ed alla riparazione di orologi
d'epoca. Al signor X erano rimasti in casa migliaia di orologi: da
polso, da taschino, da parete, a cucù, ognuno a segnare un'ora
differente, come se dopo la scomparsa del loro originale padrone nessuno
si fosse mai più interessato a mantenere l'ordine in quella massa di
ticchettatori avidi d'istante.
All'orizzonte, in fondo oltre i binari, ancora non s'affacciava nulla,
per quanto il Signor X potesse vedere dalla propria posizione. Non
s'avvertiva nessun rumore di ferraglia, nè si osservava alcuno sbuffo di
fumo vaporoso disperdersi nell'aria rarefatta del tardo pomeriggio,
segno inequivocabile del lento approssimarsi del convoglio. La banchina
era vuota, eccezion fatta per una vecchia signora ingioiellata ed un
giovane ragazzo dall'aria poco raccomandabile che a pochi metri se ne
restava seduto a leggere un libro stropicciato ed ingiallito.
Al Signor X non dava poi troppo fastidio aspettare. Per tutta la sua
vita in fondo non aveva fatto altro che quello. D'Inverno, aveva
aspettato l'Estate. Di notte, aveva aspettato il giorno. Da solo, aveva
aspettato che arrivasse qualcuno. Senza nulla da fare, aveva aspettato
un'occasione. Con in mano dei fiori, aveva aspettato una donna davanti
alla sua porta di casa. La sua eterna esistenza era stata
contraddistinta da questo unico gesto banale e ripetuto: aspettare. No,
non era l'aspettare quello che faceva imbestialire il Signor X. Ciò che
lui proprio detestava era il dover aspettare in compagnia di altre
persone. Cioè, non voleva condividere quest'azione che considerava così
intima e personale con nessun'altro. Eppure lì, su quella banchina, in
attesa dell'espresso delle 17.30 non era da solo. Due esseri
completamente differenti, così insoliti, così imperfetti, condividevano
quel momento con lui: la donna, imbacuccata nel suo vestiario eccentrico
e dai colori accesi, che pareva un'immensa anguria succosa; ed il
ragazzo, vestito male e con i capelli sudati, con in mano quel libro
trasandato. No, aspettare con quei due elementi era una cosa veramente
intollerabile ed ingiusta, ed il Signor X si meravigliava che fosse
successa proprio a lui.
L'attesa, pensava infatti il Signor X, era un estatico momento di quiete
da coltivare con estrema dedizione. Una specie di preludio nel quale il
piacere dato dall'avvicinarsi di un avvenimento poteva crescere ed
infondere gioia nella mente delle persone. Per questo la considerava
così importante e così squisitamente solitaria. Dividere l'attesa era
come dividere una porzione della propria gioia, con il risultato di
avvertirne una quantità minore, e per giunta di minore intensità .
Il Signor X doveva trovare un modo per riuscire ad escludere i due
estranei dal sentimento dell'attesa, in modo da ripristinarne la forza e
farla ritornare un momento tutto per sè. Pertanto si guardò intorno,
cercando una via d'uscita da quell'imbarazzante situazione. Un pertugio
nel quale rifugiarsi e ritrovare la propria solitudine.
E fu così, che la vide. Una piccola parete crepata proprio ai bordi del
binario. C'era un buco nel muro dell'avvallamento in cui transitava il
treno, grande a sufficienza per ospitare un corpo umano.
"Lì dentro," pensò il Signor X, "posso adagiarmi nell'oscurità ed
aspettare in santa pace il mio treno."
Senza indugiare oltre, si alzò dalla panca sui cui sedeva e si diresse
verso il buco. Saltò giù dalla banchina, facendo attenzione a non
rompersi una gamba, e si infilò quatto quatto dentro al pertugio buio e
polveroso.
"Ecco finalmente un luogo silenzioso e tranquillo!" esclamò, mentre
controllava a fatica, strizzando gli occhi, l'ora sul suo vecchio
orologio a cipolla.
Mancavano ancora cinque minuti. Il Signor X decise di concentrarsi, per
meglio assaporare l'estasi che questi ultimi istanti di attesa gli
procuravano. Con le palpebre chiuse e la mente libera da ogni
preoccupazione, si concentrò a tal punto da addormentarsi. Bastarono un
paio di minuti, e cadde in un sonno profondo.
....e poi, arrivò il treno. Puntuale, alle 17.30, dal piccolo paese di
Nonsodove. Arrivò sbuffando, proprio come promesso, a velocità moderata
ma sufficiente. Arrivò inconsapevole, senza sapere che il Signor X non
era lì ad attenderlo sulla banchina; era invece ad attenderlo in un
minuscolo buco su un lato del binario: con gli occhi chiusi, un sorriso
sulle labbra derivante da sogni delicati che si muovevano nella sua
mente, e senza alcun appiglio forte abbastanza per evitare di essere
risucchiato dalla locomotiva in transito.
Il giornale di qualche giorno dopo raccontò di un pazzo che si era
gettato sotto il treno durante una sera qualunque dall'aria rarefatta e
nebbiosa. Di lui non si sapeva nulla, se non che vestiva in doppiopetto
e che portava un orologio a cipolla nel taschino: fermo sulle cinque e
mezza.
Non avevano nemmeno pubblicato subito la notizia perché era finita sulla
scrivania di qualche caporedattore distratto che se ne era dimenticato,
finchè una solerte segreteria non aveva provveduto a sistemare le
cianfrusaglie sul tavolo ed aveva ritrovato il foglio con l'articolo.
Dicevano che l'uomo deceduto non aveva moglie, o figli, e che
probabilmente era carico di problemi. Magari, era anche un alcolizzato.
Nessuno si ricordava di lui, nessuno potè dire di averlo notato sulla
banchina in attesa del treno. Del resto, quella sera alla stazione
c'erano solo una vecchia signora ricca e disinteressata ed un giovane
strafatto che stava leggendo un libro.
Il giornalista sosteneva che si fosse trattato di una fatalità , sì, una
tragica fatalità , ed il paese non dovette attendere molto per
dimenticarsi dell'accaduto; ed insieme all'accaduto anche del Signor X.
Per colui che aspettava, nessuno aspettò.
Comunque, il Signor X morì senza accorgersene in una maniera che avrebbe
ritenuto entusiasmante. Tra le altre cose, aspettava anche un momento di
gloria. E quel giorno in cui finalmente potè assaporarne l'effetto,
accovacciato ad occhi serrati tra la polvere e le ragnatele, per lui fu
certamente l'attesa più emozionante di tutte.
Fu quella, infatti, in cui il Signor X riuscì finalmente a scoprire
dov'è che finiscono i treni.
AP
--
TUTTA COLPA DELL'ESTATE. Un romanzo sull'amicizia, sull'amore, e sulla
necessità di diventare grandi. http://colpadellestate.altervista.org
Il mio blog: FRAMMENTI SPARSI. http://frammentisparsi.wordpress.com

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