Schiller capisce subito che quel monumento vivente che è Goethe ( ma
la prima impressione un poco lo delude: “ E’ di media statura , dal
portamento e dal passo rigidi , ha il viso chiuso , però il suo occhio
è molto espressivo , vivace , e si pende con molto piacere dai suoi
sguardi , e la sua voce è di estrema gradevolezza) deve conquistarlo
come amico, visto che non può eliminarlo o sconfiggerlo. Gli scrive
una lettera per il suo 45° compleanno ( il 23 agosto 1794, esattamente
un mese dopo il loro incontro), in cui traccia il ritratto interno di
Goethe con un potere di sintesi e uno slancio di visione davvero
uniche. Lo vede come un genio sintetico che compendia l’intera natura
per meglio penetrare nei singoli fenomeni, uno spirito greco che è
stato sbalestrato nel mondo del nord e che perciò è costretto a
riplasmarsi la Grecia dal di dentro , per forza di intelletto. Uno che
passa continuamente dalla visione diretta all’astrazione e
viceversa , giungendo per puro intuito a collimare perfettamente coi
più ardui raggiungimenti del pensiero speculativo. Nessuno prima di
allora aveva meditato su di lui con tanto acume, con tanta genialità
e – sì, anche questo – con tanto veggente amore. Goethe si commuove
e con gioia accetta un sodalizio operativo con lui, anzi ha perfino
l’umiltà di chiedergli di essere illuminato e spronato dal più
giovane amico. E’ da tempo che vive troppo isolato , a Weimar, ha
bisogno di un colloquio ad alto livello, e sente che quell’idealista ,
quell’agonista sovraeccitato che ama smodatamente il tabacco e il
caffè, che ha insane abitudini di lavorare la notte e dormire fino
all’ora di pranzo, che ha fretta di spendere, bruciare la sua vita
in nome di un ideale , in fondo non gli dispiace per nulla. Anzi, gli
può essere utile, può avere con lui un duetto dialettico di altissimo
livello che gli darà nuova linfa e grandissimi risultati artistici.
E i due diventano amici, ma – dice Italo Alighiero Chiusano - non mai
amici nel senso più affettuoso e tempestoso ( o anche idillico) che la
parola possa evocare, è un’amicizia la loro senza tu, un’amicizia
senza confidenza intima, un’amicizia intellettuale, un puro scambio di
pensieri e progetti da cui nascerà la cosiddetta “Klassik di
Weimar” , una classicità che aveva avuto come padre lontano
Winckelmann , e poi Immanuel Kant , i classici , greci e romani,
soprattutto greci intesi come scuola di vita e d’arte, nella nobile
semplicità e quieta grandezza ; la legge morale calata nel cuore
dell’uomo, intrinseca alla sua stessa natura; il bello , oggetto dei
compiacenza disinteressata, finita in sé, perfetta pregustazione
dell’infinito; il dovere e la felicità dei sensi conciliati
nell’armonia della bellezza estetica; insomma “un umanesimo
individualistico che, attraverso un continuo perfezionamento
interiore, diventa esempio e norma universale “( W. Von Humboldt)
Dopo il crollo della Germania nella barbarie nazista , Thomas Mann ,
reduce dall’esilio negli Stati Uniti, commemorando Schiller disse : La
Germania si è smarrita perché ha voltato le spalle a uomini come
Schiller che hanno dato lezioni di umanità , di cultura e civiltà
E’ vero. Ma Schiller – scrive ai tempi nostri Claudio Magris - non va
glorificato e irrigidito nella formula del poeta della libertà e della
nobile e astratta idealità. Ad uno studio più approfondito , si rivela
oggi invece sempre più come il tempestoso ma anche elusivo genio di
una sconcertante modernità. Egli scava nell' oscurità del cuore umano
e dell' azione politica , affronta il problema delle libertà dei
moderni, il nesso fra diritti umani e diritti storici, tra codice e
tradizione, fra passione e libertà, tra ordine e rivoluzione, la sua
è anche una poesia della “legge” , dei suoi limiti, della sua
necessità, della sua complessità . E tutto ciò è di una stupefacente
modernità , attiene ai nostri tempi, al nostro vivere attuale.
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augusto