Interessante articolo di Beppe Severgnini, come al solito intriso del
suo melenso buonismo e della sua incapacita' di uscire dal suo
relativismo culturale, ma per una volta leggibile. :)
Gravissimo, a mio parere, quello che dice riguardo i soldati italiani,
che: "Tendono anche a non prendere prigionieri, non potendoli
consegnare alle autorità afghane, quand'è prevista la pena di morte".
Ovvero li lasciano andare? Mah.
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Quanti Italians a Kabul
Il tenente col sorriso da attore, il comandante dandy, le ragazze
dell'ambasciata
KABUL - Parleremo di alpini educati, di ristoranti nel cemento armato,
di negozi vuoti e ospedali vivaci, di pizze memorabili, di ravioli non
male, di voli bassi sul verde e sul grigio, di muri di fango contro il
vento e gli sguardi, di colonnelli piemontesi nelle shura degli
anziani, di ubiqui reperti sovietici, del Serena Hotel che non è
sereno per niente, di vernice bianca per segnalare i terreni sminati,
di belle infermiere ceke, di cielo blu rotondo oltre la botola di un
blindato, di odori asiatici e aria di montagna, di cappelli rotondi e
occhi verdi, di cooperatori soli e testardi, di diffidenza afghana e
distanza romana. Parleremo del rischio che qui, presto e tardi, ci
considerino invasori - com'è accaduto in Iraq - e preferiscano le
teste calde locali alle mani tese occidentali.
Prima, però, vorrei spiegare come sono finito da queste parti. Mi ha
scritto, da Kabul, il professor M., e mi ha proposto di venire in
Afghanistan per una Pizza Italians coi connazionali, in occasione
della Festa della Repubblica. Voi capite che un invito così bello e
illogico non si poteva rifiutare. Quindi: volo Emirates fino a Dubai,
cambio terminal nella notte tiepida, volo Kam Air all'alba per Kabul.
Poi, giornate piene e stupefatte. Ho visto posti strambi, nel mondo:
ma questo li batte tutti.
Per esempio, non sono molte le città dove la nostra ambasciata
spedisce per email queste raccomandazioni.
S'invitano i Connazionali a seguire le seguenti misure di sicurezza:
1. effettuare tutti gli spostamenti in macchina, evitare tragitti a
piedi se non necessari;
2. tenere portiere e finestrini ben chiusi durante gli spostamenti;
3. essere in grado di riconoscere con precisione l'area in cui ci si
muove;
4. prestare particolare attenzione a veicoli con vetri oscurati e
senza targa;
5. prestare particolare attenzione al momento dell'arrivo presso i
luoghi di lavoro o le abitazioni, perché facilmente sorvegliabili da
parte di elementi ostili, anche in relazione a comportamenti/orari
abitudinari;
6. assicurarsi, prima d'iniziare il movimento, di essere in grado di
comunicare (batterie di telefonini e radio cariche, disponibilità di
traffico telefonico);
7. evitare gli spostamenti non indispensabili durante le ore notturne;
se proprio necessari effettuarli con almeno due macchine.
8. evitare le folle e gli assembramenti di persone;
9. mantenere, in generale, un atteggiamento di basso profilo.
Provo a tradurre. Il rischio è triplice:
- attentatori suicidi in cerca di obiettivi (il 14 gennaio si sono
fatti esplodere nel Kabul Serena Hotel, l'albergo dei giornalisti e
delle delegazioni: sei morti e sei feriti). - bande pronte a rapire
gli occidentali, per poi rivenderli ai talebani (il pericolo è
maggiore al sud, dove è stato sequestrato Daniele Mastrogiacomo). -
ordigni esplosivi improvvisati e telecomandati, che sono già costati
la vita ai nostri soldati (sono 12 quelli caduti in Afghanistan).
Come siamo arrivati a questo punto? Cosa succede? Succede questo: i
talebani vogliono tornare al potere. Sono stati cacciati nel 2001,
dopo anni di regime maniacale in cui l'alleato Al Qaida ha potuto
usare l'Afghanistan come centro d'addestramento e rampa di lancio,
arrivando a colpire l'America. Fino al 2006 sembrava che l'intervento
Nato/ISAF (International Security Assistance Force) a sostegno del
governo afghano fosse bene accolto dalla popolazione, anche perché
unito a grandi spese e a grandi sforzi. Il quarto Paese più povero al
mondo - e si vede - è stato diviso in PRT (Provincial Reconstruction
Teams): noi italiani, per esempio, ci occupiamo di Herat, a ovest. E
siamo presenti anche nell'area della capitale.
Due anni fa, le cose si sono complicate. Ci sono stati incidenti che
hanno coinvolto civili; è aumentato l'andirivieni dal Pakistan di armi
e malintenzionati; la società tribale ha mantenuto i sospetti verso la
modernità; i pashtun, l'etnia maggioritaria in Afghanistan, non amano,
da sempre, gli stranieri in casa. Per questo, coi soldi americani,
combatterono i sovietici (1979-1989). Seguirono l'interregno
(1989-1992) del fantoccio Najibullah, finito impiccato a un lampione;
i massacri tra mujaheddin (1992-1996); cinque anni di buio talebano
(1996-2001); e infine l'intervento occidentale, sotto le bandiere NATO
(2001-2008).
Fin qui la storia: e non potevamo esimerci (per saperne di più,
consiglio Afghanistan, di Emanuele Giordana, Ed. Riuniti 2007) Ma i
viaggi servono per mettere facce di fianco ai nomi, immagini sopra le
date, fatti davanti alle polemiche. Avete in mente la discussione
sulle regole d'ingaggio? Si tratta di questo, sostanzialmente. Per
intervenire in zone diverse da quelle assegnate - al sud, per esempio,
controllato (si fa per dire) da americani, inglesi e canadesi - i
nostri militari hanno bisogno di un preavviso di 72 ore, il che rende
la cosa impraticabile. Tendono anche a non prendere prigionieri, non
potendoli consegnare alle autorità afghane, quand'è prevista la pena
di morte. Ma se qualcuno "manifesta chiare intenzioni ostili", i
soldati italiani possono reagire: non devono aspettare che gli sparino
addosso.
Questo dettaglio mi interessa, mentre sorvoliamo la periferia di Kabul
a bordo un elicottero AB 212 Eco coi portelloni aperti, e due
mitragliatrici puntate verso il terreno che corre (guarda il video). I
campi si alzano verso le montagne; le case, viste in pianta, rivelano
quello che i muri di fango vogliono nascondere: donne che lavorano,
bambini che giocano, sole sui panni stesi. Il comandante del gruppo -
3 elicotteri, 65 persone - è un giovane tenente colonnello
dell'aeronautica, Pierandrea Andriulli, che ha un sorriso da attore,
un ufficio in un container e la foto della moglie sulla scrivania.
Intorno a lui tutti sembrano sapere come muoversi. C'è una metodicità
nei militari al lavoro che rassicura; pensare a quello che si deve
fare, probabilmente. aiuta a dimenticare quello che potrebbe
succedere.
Veniamo dalla valle di Musahi, dove siamo arrivati al mattino via
terra, passando tra le montagne a sud-est di Kabul, dove si
intravedono le postazioni sovietiche degli anni '80 - muri in rovina,
buchi rotondi per terra, dall'aspetto vagamente alieno. Nei campi,
chiazze bianche di vernice: lì le mine non dovrebbero esserci più.
Viaggiamo su un VTLM (Veicolo Tattico Leggero Multiruolo), costruito
dalla Iveco e ricercato da molti eserciti, perché resiste alla mine.
Due anni fa il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli
viaggiavano su questa strada, ma su un mezzo diverso: e purtroppo non
ci sono più.
Partiamo alle 7. Brutto orario, lo chiamano "l'ora delle bombe": i
kamikaze passano una notte insonne e devono agire subito, prima che
cedano i nervi. Usciamo da Kabul, che guarda indifferente il passaggio
di blindati, ormai parte del paesaggio da trent'anni: cambiano i
colori, le bandiere e le intenzioni, ma c'è una stanchezza rassegnata,
in certi sguardi, che non promette soluzioni vicine. Musahi è una
valle strategica che controlla un accesso a Kabul. E' paludosa,
insolitamente verde. S'era pensato di bonificarla, ma gli abitanti si
sono opposti. Qua e là si vedono le tende dei nomadi Kuchi, che spesso
vengono utilizzati dai talebani per portare armi dalle zone tribali
del Pakistan, oltre il confine colabrodo. La polizia afghana compie
educate ispezioni, e non sempre viene bene accolta.
La nostra base avanzata si chiama "Sterzing": battezzata dagli alpini
di Vipiteno che l'hanno costruita. Un cartello presenta gli attuali
padroni di casa, la XXII Compagnia "Impavida", una di quelle che non
tornarono dalla Russia: con il suo sacrificio consentì la ritirata
dell'Armir. La base sta di fianco alla scuola, uno dei "progetti
infrastrutturali" affidati al colonnello Michele Risi del 2°
Reggimento Alpini, comandante del contingente italiano a Kabul : un
milione di euro da spendere, di cui 300mila raccolti a Cuneo, tra i
sostenitori degli alpini. Oggi è giorno di vacanza e mancano gli
scolari, ma mi assicurano che sono in molti; alcuni vengono facendosi
tre ore di cammino. Ci sono solo alcuni ragazzini che arrivano dai
villaggi vicini: sorridono con una pallone in mano, padroni dell'unico
universo che conoscono.
Arriviamo mentre stanno fortificando la base contro gli attacchi col
mortaio: sollevano grandi contenitori e li riempiono di terra e sassi.
Ragazzi di tutte le regioni d'Italia lavorano ascoltando la musica.
Giovanni Pezzo - un colonnello degli alpini, calmo e con la barba:
sarebbe piaciuto a Mario Rigoni Stern - ricorda come anche i
sovietici, ai tempi, si dessero da fare con la popolazione: non servì.
Noi siamo più ricchi, più liberi e più generosi: ma dobbiamo fare bene
e fare in fretta, in un Paese che fretta non ne ha mai. Il comandante
Risi deve partecipare alle riunioni degli anziani, incontrare i capi
della polizia, cercare di capire come le regole consuetudinarie del
pashtunwali si concilino con le necessità di un esercito moderno.
Alto, magro, ragionevole, un po' dandy: me lo vedo, tra barbe e
turbanti.
La base avanzata è una piccola Fortezza Bastiani: solo che qui i
tartari arrivano davvero. Dal dicembre 2007, 27 attacchi, di cui
quattro gravi. Per lo più, colpi isolati: sparano e scappano, e
fortunatamente hanno poca mira. Si conoscono i villaggi da cui
provengono i talebani; si cerca di convincere gli abitanti a isolarli.
Anche i cooperatori civili - che non possono operare senza copertura
militare, ma coi militari non vogliono confondersi - sono molto
attivi. In qualche zona - nel distretto di Surobi, verso Jalalabad, la
zona dove è stata uccisa la nostra Maria Grazia Cutuli - s'è tentato
di scambiare farina contro oppio e armi. L'iniziativa non è piaciuta
agli inglesi, che però non hanno proposto molto altro.
Capisco che possa sembrare retorico, ma mi è capitato di pensare che,
se gli italiani fossero tutti così, in Italia avremmo qualche problema
in meno. Ne ho visti in Kosovo, in Libano, in Palestina. In queste
giornate afghane ne ho incontrati tanti, in divisa e non: l'ufficiale
dei carabinieri che ha comandato una compagnia ad Enna, e trova
analogie tra i meccanismi mafiosi e quelli tribali; i carabinieri-
paracadutisti del Tuscania, che mi accompagnano pazientemente dentro
le Toyota color argento, slalomeggiando tra i blocchi di cemento,
ormai parte del paesaggio di Kabul; le ragazze che lavorano in
ambasciata, e accettano sorridendo la loro vita blindata; il professor
M. che studia, impara e cerca di capire; i responsabili della
cooperazione sanitaria, perplessi davanti ai dirigismi romani; il
giovane anestesista di Emergency, soddisfatto delle apparecchiature
che ha trovato nell'ospedale pieno di fiori. Entro in pediatria, vedo
i disegni di Vauro sui muri e le giovani mamme si coprono coi
lenzuoli.
Se pensiamo che tutti costoro non servano, ci sbagliano di grosso: c'è
un fatalismo afghano che le armi, da sole, non sconfiggeranno mai. Una
sera è arrivato il ministro degli esteri polacco, che ha raccolto gli
ambasciatori della Nato, e mi ha chiesto di unirmi al gruppo. Si
chiama Radek Sikorski: ci siamo conosciuti vent'ani fa a Varsavia, ha
sposato la mia migliore amica americana, abbiamo trascorso vacanze
insieme. Radek ha combattuto coi mujaheddin, da ragazzo: era l'unico
modo, diceva, di combattere i russi. Dentro il ristorante Gandamack
Lodge - un bunker deserto, dove le scorte armate sono cinque volte più
numerose dei camerieri - parliamo dei carabinieri italiani, capaci di
fare di tutto: dirigere il traffico, rispondere al fuoco e - perché
no? - cucinare una pizza in Kabul.
E' stata, come dicevo, l'esca del Professor M. per attirarmi fin qui:
e ho abboccato volentieri. A dire il vero, ancora non mi capacito: i
soldati in missione chiedono e ottengono visite di giovani attrici,
non di scrittori cinquantenni; e anche i pochi civili italiani in
Afghanistan - diciamolo - meritavano di meglio. Ma l'invito
dell'ambasciatore Sequi c'è stato, e io sono arrivato, per la 81esima
Pizza Italians, una serie iniziata nel 1999. L'abbiamo divisa: una
"pizza civile" in ambasciata, in un forno a legna costruito per
l'occasione; e una "pizza militare" a Camp Invicta, la nostra base
sulla strada per Jalalabad. Negli ultimi trent'anni ha visto passare
di tutto: reclute sovietiche, bande di mujaheddin, milizie talebane,
ora soldati Nato. Uno scrittore di Crema, probabilmente, mancava.
Bene: è andata, e ringrazio tutti. Succede d'essere orgogliosi di
essere italiani: così, senza riserve. E' una sensazione insolita, ma
non spiacevole.
Beppe Severgnini
25 giugno 2008
http://www.corriere.it/esteri/08_giugno_25/severgnini_c7ed3346-4291-11dd-94ab-00144f02aabc.shtml