Afghanistan i gladiatori di Frattini
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Sujet: Afghanistan i gladiatori di Frattini
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Date: 16. Jun 2008, 14:25:21
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Afghanistan i gladiatori di Frattini
Furio Colombo
Le parole sorprendenti del ministro degli Esteri Frattini sono comparse
mercoledì scorso nella striscia rossa de l'Unità. Potevano essere un
malinteso o una cattiveria di questo giornale, perché ciò che vogliono
dire - in modo abbastanza brutale - è difficile da accettare, perfino
difficile da credere. Ma è necessario trascriverle qui perché, nel
pomeriggio di mercoledì, il ministro Frattini ha ripetuto con voce stentorea
quelle parole. Eccole: «Rifiuto di leggere sulla stampa inglese che le
truppe italiane sono sempre dietro le altre. L'opinione pubblica italiana
non può accettare che i nostri soldati siano dipinti come quelli che sono
dispiegati nelle zone tranquille, che non fanno nulla e che evitano
situazioni rischiose. Ne va della dignità delle nostre truppe».
Per capire una simile dichiarazione dovete immaginare qualcuno che non legge
e non conosce la stampa inglese, altrimenti non gli sarebbero sfuggiti gli
articoli, le inchieste a proposito del comportamento delle truppe di sua
Maestà di cui quei giornali liberi hanno pubblicato documenti e fotografie.
Ma dovete anche immaginare qualcuno che - come in tempi che sembravano
passati per sempre - è sicuro che si decide sul campo di battaglia (e -
naturalmente - in proporzione al numero dei caduti) quanto conta e quanto
pesa politicamente un Paese.
Il tema è l'Afghanistan e la possibilità di spostare i nostri soldati dove
si combatte e si muore di più. Per chiarezza Franco Frattini ha ripetuto più
volte la sua persuasione di fronte a Deputati e Senatori di due Commissioni
chiave del Parlamento, Esteri e Difesa. Ecco i concetti espressi dal
Ministro:
1 - «Siamo qui per affermare che il nostro prestigio nel mondo ce lo stanno
conquistando i nostri soldati». L'enorme pericolo di questa frase è nel
fatto che, come tutte le ricchezze, anche il prestigio non è mai abbastanza
specialmente se, invece che come cooperazione con i Paesi alleati, lo si
interpreta alla maniera del tempo delle guerre, come una tragica gara a chi
offre di più. Purtroppo, in vite umane.
Messa in modo così azzardato la questione, è chiaro che il numero di
militari caduti sul campo è direttamente proporzionale al prestigio della
nazione. Il pensiero può non essere conscio, ma la sequenza causa-effetto è
inevitabile.
2 - «È necessario un utilizzo più flessibile dei soldati italiani in
Afghanistan». Come si vede, la elegante e perversa parola che ormai domina
tutti i convegni e i testi sul "nuovo lavoro" ha fatto il suo ingresso in
guerra. Nel lavoro flessibilità significa che ti mandano via quando
vogliono. In questa nuova visione della vita militare significa che se una
dislocazione non è abbastanza pericolosa, prontamente ti dai da fare per
trasferire i tuoi soldati dove c'è più pericolo, dunque più prestigio. Il
governo Frattini-Berlusconi-La Russa non sa resistere all'impulso di offrire
soldati.
3 - Sostiene il ministro degli Esteri che «il Parlamento deve restare
accanto ai nostri soldati e dimostrare la gratitudine del Paese al loro
impegno e al loro valore». Dice: «Un rischio di cedimento del Parlamento
porterebbe all'abbandono delle nostre truppe e alla perdita del patrimonio
di prestigio conquistato all'Italia dai nostri soldati».
È una visione rovesciata dello stato dei fatti, una grande alterazione che
tende a mettere il Parlamento sotto la minaccia del tradimento e dell'abbandono.
Infatti, nella vera vita, la decisione è politica e le Forze armate
eseguono - con scrupolo, valore, bravura - la decisione presa dal
Parlamento. Per questa ragione un Parlamento non può "abbandonare i suoi
soldati". Può stabilire, con un'altra decisione politica, di portarli a
casa, come hanno fatto prima Zapatero e poi Prodi con le rispettive truppe
in Iraq, senza mai separare o allontanare l'istituzione politica, cui spetta
la decisione, dalla istituzione militare, che ha il compito della
esecuzione. Ogni spostamento di questi termini del gioco democratico è un
pericolo per la democrazia, una lesione della libertà. Ed è un rischio per i
soldati se una frivola iniziativa esibizionistica trasforma il loro
difficile lavoro in uno stadio da gladiatori per far vedere chi è più bravo
e chi rischia di più.
Alla seduta delle Commissioni parlamentari riunite ha partecipato l'altro
responsabile delle missioni militari italiane all'estero, il ministro della
Difesa La Russa. Si deve a La Russa l'aver introdotto il concetto di
"nebbiolina". La Russa dice che una "nebbiolina" avvolge la presenza e il
valore dei nostri soldati. Ecco la questione: negli accordi finora in vigore
per la missione italiana c'è l'impegno - stabilito da Prodi, D'Alema e
Parisi - di non spostare i soldati dalle aree assegnate all'Italia, verso
fronti di combattimento di cui l'Italia non sa nulla e a cui non partecipa.
La ragione, deliberatamente ignorata nell'incontro tra ministri e
parlamentari, è nel fatto che in Afghanistan sono in corso due diverse
operazioni militari. Una, detta Isaf, ha scopi umanitari, di tutela e di
ricostruzione civile. Il compito dei militari è proteggere alcune aree da
passare gradatamente all'autorità civile, militare e di polizia afghani. E'
una missione difficile, con alterne fortune ma che punta alla pace ed è
coordinata dalla Nato.
L'altra è la lunga guerra delle truppe americane iniziata subito dopo il
tremendo attentato dell'11 settembre. È un'operazione che continua ancora,
si estende fino ai confini del Pakistan e verso l'Iran. È una rete di
combattimenti, conquiste e perdite di città e di villaggi e di frequenti
bombardamenti aerei sulle aree ritenute occupate dai talebani. Prodi aveva
stabilito che, in caso di drammatica e urgente richiesta di truppe italiane,
il nostro governo avrebbe avuto 72 ore di tempo per valutare e decidere.
Invece i soldati italiani si devono spostare in sole sei ore. Così vogliono
ora i due ministri italiani ansiosi di esibirsi. In sole sei ore saranno
spostati da una missione di pace a una guerra combattuta giorno e notte
secondo una strategia che i comandanti italiani non conoscono, e in cui
dovrebbero partecipare a episodi di combattimento la cui logica, il cui
senso, la cui necessità, sono ignoti al Parlamento italiano e persino ai due
impazienti ministri, che in quella guerra potranno ubbidire ma non
comandare.
Eppure sarebbe bastato organizzare per i due impetuosi ministri una visione
privata del film americano Leoni per agnelli, di Robert Redford, in cui un
giovane e ambizioso senatore americano che parla come Frattini e un risoluto
comandante in Afghanistan che parla come La Russa (linguaggio rapido ed
efficace per dire cose che non sanno), mandano a morire in tragica
solitudine giovani volontari americani nella campagna che hanno chiamato
"Nuovo Afghanistan".
Lo fanno per cinismo, incompetenza, propaganda, auto-promozione. Nel film il
giovane senatore chiede esasperato a una sua intervistatrice: «Quando
smetterete di farci sempre le stesse domande?».
«Quando ci darete una risposta», dice la giornalista a nome dei suoi
colleghi italiani che queste domande le fanno di rado.
Come nel film, La Russa e Frattini hanno fatto frequenti riferimenti alla
"lealtà" che l'opposizione deve dimostrare votando sempre a favore del nuovo
corso. A differenza che nel film, ai due nessuno ha ricordato che persino
Churchill e Roosevelt hanno dovuto subire opposizioni e voti contrari in
piena guerra (quella guerra) senza che nessuno abbia mai trattato i
dissenzienti da traditori.
È toccato ai due membri del governo ombra, Fassino e Pinotti, fare
puntigliose obiezioni alle sviste tecniche e alla esuberanza guerresca dei
neo ministri che vogliono anche le Forze aeree italiane sul posto. Difficile
immaginare come le Forze aeree possano partecipare dal cielo a una missione
di pace.
Quanto a me, avrei avuto alcune cose da dire - come quelle annotate qui - ma
non è stato possibile. Tocca al tuo gruppo darti la parola. Non me l'ha
data. Evidentemente questo non è un Paese per vecchi.
furiocolombo@unita.it

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