Ancora lingue-dialetti?
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L'andamento carsico della questione ha dato origine nel corso del tempo a
molte ripetizioni e a qualche precisazione interessante, ma un aspetto forse
non è emerso: quello della documentazione storica, che si rinviene
soprattutto nelle zone di frontiera.
Nelle valli piemontesi di patois occitani i nomi ufficiali dei luoghi e
i cognomi e le scritte delle lapidi, specialmente nei luoghi di culto, e gli
atti notarili sono scritti in francese, magari ortograficamente più o meno
corretto, ma senza cedimenti al patois.
Coll'italiano lo stesso avveniva in Corsica, da Bastia a Bonifacio, e lo
stesso ho visto in cimiteri della Val Badia.
Questo avveniva con naturalezza, secoli prima che la questione fosse
dibattuta dai ng. Voglio dire che la sensibilità alla differenza di impiego
delle due parlate coesistenti in un territorio è sentita da moltissimo
tempo - direi da sempre - ed è stata rispettata e praticata senza alcuna
difficoltà a riconoscere quando fosse opportuno servirsi dell'una o
dell'altra. D'altronde in una sola persona si trovano a coesistere lingue
coscientemente articolate in modo diverso a seconda delle occasioni; e così
il Cicerone oratore usava un latino ben diverso da quello, pure
preziosissimo, delle lettere familiari: lingua, certo, il primo, dialetto /
idioletto, il secondo.
Che da quanto ho detto sia da derivare un giudizio di vanità al limite
del ridicolo per ogni tentativo di ufficializzare le parlate locali
piegandole agli impieghi burocratici degli atti ufficiali, mi parrebbe
questione di puro buon senso, che nulla ha da vedere, però, con giudizi sul
valore espressivo e perciò sulle possibilità artistiche dei vernacoli.
Saluto - e m

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