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Massoneria e mafia, il patto d'acciaio attraversa l'Umbria.

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  Sujet:   Massoneria e mafia, il patto d'acciaio attraversa l'Umbria.  
 De: ufficio.sta...@associttadini.org (associttadini.org)
 Groupes: it.discussioni.giustizia
 Organisation: [Infostrada]
 Date: 20. Jun 2008, 14:25:46
Massoneria e mafia, il patto d'acciaio attraversa l'Umbria


di Norma Ferrara

da LiberaInformazione

Non solo Sicilia e non solo mafia dietro la catena di arresti che sono 
scattati ieri su mandato della Dda di Palermo dopo 4 lunghi anni di indagini 
condotte fra Trapani e Agrigento ovvero Castelvetrano e Mazara del Vallo, 
gli avamposti della mafia più sconosciuta.
L'inchiesta denominata Hiram (in gergo esoterico, una colonna portante della 
Massoneria) ha portato alla luce un sodalizio criminale tra mafia e 
massoneria volto ad "insabbiare", rallentandoli o aggiustandoli, processi di 
mafia. Dall' indagine emerge che boss mafiosi grazie all'aiuto di persone 
appartenenti a logge massoniche, avrebbero ottenuto, dietro pagamento di 
tangenti, ricatti e favori, il rallentamento di iter giudiziari di alcuni 
processi in cui erano imputati affiliati delle cosche del trapanese e
dell'agrigentino, 
in sostanza "amici" del boss latitante numero uno, Matteo Messina Denaro. 
Comandi che partivano dai mandamenti di Cosa nostra siciliana e che 
utilizzavano due intermediari umbri come terminale ultimo dentro i palazzi 
di Giustizia. L' inchiesta che ha svelato l'esistenza di questo 
insospettabile patto "mafioso - massonico" ha portato in manette, l'orvietano 
Rodolfo Grancini, 68 anni, faccendiere dalle amicizie altolocate e Guido 
Peparaio, 55 anni, ausiliario di cancelleria presso la seconda sezione 
penale della Corte di Cassazione a Roma e per molti anni in forza al Palazzo 
di Giustizia di Perugia.
A Trapani mafia e massoneria da tempo, come dimostrano tutte le indagini 
dagli anni '80 ad oggi, sono vasi comunicanti: l'onorata mafia trapanese, 
già ai tempi del boss Mariano Agate, sedeva nel circolo Scontrino che altro 
non era che una loggia massonica affiliata, via Iside 2, alla più nota P2 di 
Licio Gelli. Giornalisti, magistrati e inquirenti di vario ordine e grado 
hanno seguito negli anni questa commistione fra mafia e poteri occulti e 
quasi tutti hanno scorto in lontananza una pista che porta dritta al centro 
Italia: sospetti e non prove, però. Ma questa volta c'è un dato in più.
Perquisizioni, intercettazioni telefoniche e indagini sui conti correnti 
bancari di otto indagati hanno portato alla luce il ruolo centrale svolto 
nella "rete" dall'orvietano Rodolfo Grancini al quale la Dda ha contestato 
il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (in aggiunta a quelli 
di peculato, corruzione in atti giudiziari, accesso abusivo ai sistemi 
informatici giudiziari e rivelazione di atti di ufficio). Grancini ad 
Orvieto era un po' di cose insieme: faccendiere per conto della Giustizia, 
fondatore della sede Orvietana del Circolo Dell'Utri ed attualmente 
segretario del rinomato "Circolo del buon Governo", circolo fra i più 
affollati della penisola e al quale risultano iscritti un' ottantina di soci 
siciliani, una quindicina di alti prelati, un paio di ambasciatori, una 
ventina di dirigenti ministeriali ( circa duecento mila iscritti in totale).
Secondo gli inquirenti Grancini si sarebbe avvalso di persone "prezzolate", 
alcune già note agli inquirenti, e altre ancora non identificate per mettere 
a punto un "sistema" che gli consentiva di acquisire notizie riservate sullo 
stato dei procedimenti e di pilotare la trattazione dei ricorsi proposti 
alla Suprema Corte dai suoi "assistiti". Braccio operativo del congegno, il 
secondo arrestato, attualmente condotto in carcere a Regina Coeli, l'ausiliario 
di cancelleria Guido Peparaio, al quale il Gip di Palermo Roberto Conti nel 
provvedimento emesso su richiesta dei procuratori Francesco Messineo e 
Roberto Scarpinato, contesta i reati di associazione esterna, divulgazione 
di notizie informatiche coperte da segreto e concorso in corruzione.
Nell'ambito dell'inchiesta due avvisi di garanzia sono stati recapitati 
anche al Grande Maestro Stefano De Carolis, esponente di spicco della 
Serenissima Gran Loggia Unita d'Italia e al padre gesuita Ferruccio Romanin, 
al quale, secondo l'accusa, sarebbero state fatte scrivere lettere dal 
faccendiere orvietano per "raccomandare alcuni imputati di mafia". Orvieto è 
già da tempo attenzionata dalla criminalità organizzata targata Camorra, che 
nella Rupe aveva deciso, come emerge nei verbali della Commissione d'inchiesta 
sui rifiuti, di trasferire sostanze altamente tossiche, presso la discarica 
"Le Crete" e che portò ad avvisi di garanzia per potenti politici locali in 
affari, secondo la Procura, con alcune famiglie del capoluogo napoletano.
Ma questa è un'altra storia, l'ennesima silenziosa storia, che parla di 
mafia in Umbria, ultima frontiera della mala che cerca regioni "vergini" 
nelle quali lavare il denaro sporco e far circolare traffici illeciti. A 
giudicare dai primi stralci emersi dall'inchiesta Hiram, l'Umbria, 
ospiterebbe anche "onorevoli" pedine di marchingegni masso - mafiosi, leggi 
anche logge massoniche deviate. Argomento tabù in Umbria più o meno come un 
tempo lo era parlare di mafia in Sicilia. Strana e sfortunata coincidenza.

http://www.articolo21.info/libera.php?id=6946


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01.01.
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