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Re: Considerazioni

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Retour : Accueil du site it arti teatro  


  Sujet:   Re: Considerazioni  
 De: isabella.mor...@gmail.com (isabella.m)
 Groupes: it.arti.teatro
 Organisation: http://groups.google.com
 Date: 16. Jul 2008, 05:05:56
 References: 1 2
On 15 Lug, 15:58, "Gippe" <gippe69TOGL...@ANCHEQUESTOtiscali.it>
wrote:
> kiara copek wrote:
> > bhè, intanto sono molto contenta che dal mio blog possa scautire una
> > discussione
> > o un confronto che certamente fa bene al teatro e anche a noi che lo
> > pratichiamo.
>
> Quoto e agiungo che c'è la cattiva abitudine tra i "teatranti" di non andare
> spesso a teatro per vedere sopratutto il lavoro degli altri!
>
> > io non ce l'ho con il teatro di ricerca, che spesso è per gli addetti
> > ai lavori, anzi,
>
> Anch'io comunque, solo che oggettivamente spesso l'ho trovato pretestuoso e
> spocchioso...
>
> > col tempo anche il mio teatro, ovvero i miei spettacoli stanno via via
> > diventando
> > ermetici, con riferimenti che solo chi conosce il mio percorso o
> > l'autore che sto
> > indagando può cogliere, però cerco sempre di costruire almeno due
> > piani di lettura,
>
> Questo almeno è diverso, consentimelo...
> Il teatro è pur sempre una comunicazione e dunque alla base deve esserci un
> codice comune alle due entità che entrano in gioco. Se manca tale elemento,
> comune dunque, io mi chiedo che senso ha? Cioè non esisterebbe nessuno
> elemento di partenza utile a chi vuole "comunicare" per far raggiungere
> l'analoga meta, o meglio "condividere" col pubblico il proprio "mondo".
>
> > uno per lo spettatore ignorante e uno per lo spettatore che conosce,
> > ma non è
> > sempre facile. Il problema è a monte: a chi si rivolge il regista? a
> > chi si rivolge
> > lo spettacolo di Officina Valdoca? avevo letto che alcuni studi
> > precedenti erano
> > addirittura pensati per i bambini, ma il bambino che era accanto a me
> > dormiva.
>
> E' utile la citazione di Bene a questo punto ;-)
>
> > E poi credo che il problema grosso di noi registi, quello che non
> > dovremo mai
> > dimenticare è che noi dobbiamo accorciare la distanza tra l'attore e
> > il pubblico,
>
> Giustissimo, è divenuta una tendenza.
> Una volta litigai con una "cretinetta" universitaria che credeva di portare
> in paese, che non era nemmeno il suo, il verbo provenendo da una città e
> dove aveva conosciuto alcuni aspetti del teatro d'avanguardia. La tizia
> esordì dicendo: Meno si capisce e meglio è? MA CHE PARAMETRO E'?
> Allora irruppi, alla presenza del suo professore, esprimendo il mio dissenso
> alla luce delle basilari regole che la semiotica ha semplicemente
> codificato, ma che stanno alla base dei processi di significazione tra i
> quali anche quello teatrale.
>
> > e non aumentarla. Io credo che non sia facile, almeno per me non lo
> > è, ma è quello a cui tendo. Ho fatto uno spettacolo con un gruppo di
> > ragazzi a cui tengo
> > un laboratorio quest'anno, abbiamo rischiato, facendo uno spettacolo
> > un po' ricercato, di non accontentare il pubblico, abituato alle
> > commedie dialettali
> > o ai giochi degli equivoci, molti sono usciti dicendo così: Non ho
> > capito niente,
> > ma mi sono emozionato tanto. Ecco. Questo è un risultato. Come diceva
> > Carmelo Bene il teatro è un attimo di oblio, nell'oblio lo spettatore
> > non capisce,
> > ma sente. Ecco a cosa deve servire il teatro. A smuovere, far
> > sentire... se no
> > basta la televisione.
>
> Quoto su tutto.
> Personalmente sono stanco di quelle "ricerche" forzatamente e (ripeto)
> spocchiosamente moderne (quando prive di fondamento). Io penso che tutto sia
> scritto, occorre condividere come in un rapporto d'amore, creare le
> condizioni per ribaltare le prospettive di osservazione troppo ancorate a
> posizioni fisse che permetteranno di vedere con occhi nuovi il mondo.
> Saluti
> Gippe
>
>
>
>
>
> > ciao
> > K.
>
> > "Gippe" <gippe69TOGL...@ANCHEQUESTOtiscali.it> ha scritto nel
> > messaggionews:4879be97$0$1079$4fafbaef@reader2.news.tin.it...
> > Leggendo l'interessante blog di Kiara Copek emergono alcune
> > riflessioni riguardo il panorama teatrale attuale.
> > In relazione alla recensione del Teatro Valdoca penso che
> > effettivamente si assiste sempre più spesso ad una involuzione
> > formale come frutto di una microscopica ricerca estetica che, amio
> > avviso, resta fine a se stessa. Avverto che spesso si stabilisca
> > un'equazione, di sapore logico, "meno si capisce" = "più tendenza,
> > più figo!".
> > Son d'accordo con kiara quando dice anche che esiste un teatro per gli
> > addetti ed un teatro per tutti e temo, però, che questo "teatro per
> > tutti" venga soppiantato da altro che non sia teatro.
> > Troppo spesso ho visto i cartlloni delle stagioni teatraqli riempirsi
> > di performances di cabarettisti scupla Zelig!
> > Questo è altro e certamente non teatro.
> > Saluti
> > Gippe- Nascondi testo citato
>
> - Mostra testo citato


Secondo me c'è buon teatro e cattivo teatro.
E non dipende dal genere.

C'è teatro classico invedibile e teatro di ricerca che dopo la prima
diagonale già ti viene voglia di andartene.
E viene a te che fai teatro, pensa ad uno spettatore che è arrivato
con l'ideao (e l'illusione) di vedere qualcosa di bello, di
emozionante e di arrcchente.

Il fatto è che più si va avanti e più si dà per scontato che lo
sèpettatore sia in qualche modo a conoscenza di quello che andrà a
vedere, ma non è quasi mai così.

E allora bisogna portarglielo questo arricchimento ed essere
consapevoli che qualunque sia la direzione che la ricerca ha preso, ci
dovranno essere elementi riconoscibili.
Elementi in cui il regista e lo spettatore sanno di poter trovare un
(seppur piccolissimo) terreno comune, un "punto di riunione" come
quello che si trova sulle navi e che tu sai che dovrai raggiungere
prima che la nave affondi se vuoi avere una chanche.

Una volta trovato questo non c'è bisogno di portare per mano lo
spettatore: saprà destreggiarsi da solo anche fra le sperimentazioni
più ardue.

E poi, chiaramente, l'onestà del regista che gli eviterà di
trasformarsi in illusionista per colpire la gente e gli darà la
capacità di spiegarsi anche attraverso il linguaggio più difficile.

Ma resta comunque il fatto che bisogna saperlo fare il teatro, bisogna
conoscerlo, averlo visto e non dimenticarsi mai di tornare a vederlo
anche se non c'è quasi più niente da vedere, anche se fa schifo.
Conoscerlo e non solo in teoria.
Non basta essere laureati al DAMS perchè spesso si ha la testa piena
di splendidi percorsi analitici e visionari impossibili da essere
comunicati in modalità diversa da un libro di testo o da una
teestimonianza.

Gioni fa ho visto uno spettacolo di quelli che piacciono. Un grande
attore ed una grande musicista impegnati nel musicare e mettere in
scena un testo non teatrale.
Non voglio fare una critica allo spettacolo, voglio solo dire che
tutto lo sforzo profuso dai creatori per creare un nuovo ritmo
all'interno di un'opera ch'era già poesia si annullava.
Spezzato, velocizzato, contaminato dal punto di vista musicale,
arieggato, ammiccato, esposto dal punto di vista recitativo, diventava
un blob informe su una scena dove di sei sedie vuote ne venivano usate
solo tre, gli interpreti si sovrapponevano ed inciampavano l'uno
nell'altra mentre gli spettatori, complice il caldo della serata e la
polvere del parco, cadevano spesso in letargo.

Ecco questo è l'esempio di uno spettacolo fatto soprattutto perchè
l'argomento è amato dal regista e condiviso dagli interpreti; fatto
senza allestimento più che altro per essere facilmente vendibile, che
si limita a mostrare il testo senza offrire agli spettatori altri
possibili canali di lettura, agganci con il quotidiano, domande, etc.
Uno spettacolo senza "punto di riunione" anche se poi di ciambelle di
salvataggio ce ne erano parecchie.
Ma fosre non è sufficiente non morire annegati.

Complimenti a Kiara per la lucidità ed anche la speranza che mette
nelle sue parole e nelle sue creazioni.

Isabella


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Gippe
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kiara copek
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Gippe
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