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3° Millennio e nuove energie:Italia,un paese alla d eriva...

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  Sujet:   3° Millennio e nuove energie:Italia,un paese alla d eriva...  
 De: italian_drea...@mailcity.com (Reno)
 Groupes: it.cultura.newage
 Organisation: http://groups.google.com
 Date: 24. May 2008, 14:27:04
Aggiornamento:il governo Berlusconi vuole costruire 20  centrali
nucleari,ma l'uranio dove lo trova?Dai cantieri della TAv in Val di
Susa?(potrebbe essere un idea...:-(
E le centrali geotermiche che sfruttano direttamente il magma
incandescente,come sta facendo l'Islanda,che sara'  energeticamente
indipendente dal 2010?Nisba,in Italia non attecchisce...

un paese alla deriva:Energia, l'Italia dei no
Eolico, nucleare, rigassificatori: tutti bocciati. I consumi? Come
mezzo miliardo di africani .


da un articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere del
30 aprile 2008 ,a:
http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_30/energia_paese_deriva_0d969468-1674-11dd-8b67-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano

Lo «scienziato» Giovanni Paneroni era sicuro di se stesso: «Come il
giovane Davide / decapitò Golia / il Paneroni impavide / cambiò
l'astronomia». Girava per le sagre paesane della Lombardia degli anni
Trenta vendendo arance, torroni, ciambelle e tiramolla illustrando
urbi et orbi la sua teoria scientifica. Primo: «È il sole che ruota
intorno alla terra e non il contrario, o bestie!». Secondo: «Il sole
ha un diametro di 2 metri, pesa 14 chili, gira a 1000 chilometri fissi
dalla terra e ha un calore così strapotente che costringe i mari a
svaporare come una pignatta bollente». Terzo: «La terra non gira. E
chi l'ha scoperto? Me! E dunque io sono uno dei dieci uomini più
interessanti della terraferma». (..) Mai avuto un dubbio, il Paneroni.
Beato lui.

Alberto Asor Rosa, invece, un rovello ce l'ha: «A fronte della
minaccia di scempio del paesaggio non è da escludersi il ricorso alle
centrali nucleari». E come lui, uno dei protagonisti
dell'intellighenzia di sinistra italiana, cominciano ad averlo in
tanti. Piuttosto che distese immense di pannelli solari e sconfinate
foreste metalliche di mulini a vento, non sarà il caso di tornare
all'energia atomica? Ma per carità, s'infiamma Alfonso Pecoraro
Scanio: «Chernobyl ha dimostrato che le dimensioni del rischio
nucleare sono inaccettabili e immorali. Per difendere il bello non c'è
bisogno di giocare alla roulette dell'atomo». Meglio le centrali a
carbone? No, le centrali a carbone no. Meglio le centrali a petrolio?
No, le centrali a petrolio no. Meglio il gas, che però chiede i
rigassificatori, cioè impianti che riportino il combustibile dalla
forma liquida a quella gassosa? Ma per carità! È vero che si
potrebbero usare le piattaforme dove un tempo si estraeva metano, già
allacciate ai metanodotti e abbandonate in mare aperto nell'Adriatico,
ma prima «bisogna preparare una valutazione sugli impatti ambientali
insieme con i nostri vicini, soprattutto con la Slovenia, ma anche con
la Croazia ».

Allora l'eolico? Adagio: «Alcuni impianti si possono fare. Però non
dobbiamo installare torri gigantesche proprio sulle rotte degli
uccelli migratori, che vengono sterminati dalle pale». Di più:
«L'Europa ci condannerebbe». L'Europa, a dire il vero, ha fatto scelte
diverse. Tenendo conto sì degli uccelli migratori, ma non solo. Anche
la Francia restò atterrita davanti al disastro di Chernobyl, ma si è
tenuta 59 centrali atomiche. Anche la Germania ammutolì vedendo le
immagini dell'incendio al reattore numero 4, ma i suoi 17 impianti non
li ha affatto chiusi seduta stante neppure negli anni in cui i verdi
erano fortissimi e avevano agli Esteri Joschka Fischer, che mediò
un'uscita dal nucleare (oggi tutta da rivedere) nell'arco di
vent'anni. (..) E così tutti gli altri Paesi europei, che si sentirono
come noi appestati dalle radiazioni che venivano da lontano e scossi
dall'idea di non poter mangiare l'insalata o il basilico contaminati,
ma non si affrettarono a mettere i lucchetti alle turbine. Risultato:
siamo esposti a tutti i rischi di 158 centrali europee altrui, alcune
delle quali sono a poche decine di chilometri dai nostri confini, e
senza avere per contro uno straccio di elettricità. Di più: siamo alla
mercé dei capricci degli altri. Il che, se l'Italia fosse una comunità
di Amish della Pennsylvania che si alzano al levar del sole, si
coricano al tramonto e vivono rifiutando la modernità, non sarebbe un
problema enorme. Il guaio è che non lo siamo. Consumiamo ogni anno,
tra imprese, uffici, negozi e famiglie, 338 miliardi di chilowattora.
Una quantità impalpabile. Della quale fatichiamo a capire le
dimensioni se non grazie a dei paragoni. Che mettono i brividi.
Secondo Eurostat, l'Italia «brucia» tanta energia elettrica quanto
Turchia, Polonia, Romania e Austria le quali messe insieme hanno 136
milioni di abitanti. O se volete (stavolta i dati sono dell'Aie,
l'Agenzia internazionale dell'energia) quanto mezzo miliardo di
africani. E avanti di questo passo nel 2025 consumeremo il 5,3% di
tutta l'energia prodotta nel pianeta con lo 0,7% della popolazione
mondiale. Bene: esaurita ogni possibilità di sfruttare ancora di più
le risorse idriche (ogni salto, dalle Alpi valdostane ai monti
Nebrodi, è già stato usato) e poveri come siamo di materie prime, la
nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipendiamo
dall'estero.
Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini, il che significa,
spiega l'ingegner Giancarlo Bolognini, «che all'estero ci sono 8
centrali nucleari della potenza di quella di Caorso che lavorano a
pieno regime per noi». Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a
materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla
Russia e dall'Algeria, petrolio da più parti).
Risultato finale: l'energia elettrica prodotta in Italia costa il 60%
più della media europea, due volte quella francese e tre volte quella
svedese. Si pensi che per produrre elettricità, spiega l'Aie, l'Italia
brucia in un anno tanto olio combustibile quanto l'India in un anno e
mezzo. Per l'esattezza in 551 giorni. E tanto gas quanto tutta
l'America Latina in 439 giorni. Va da sé che siamo il Paese europeo
che (nonostante il gas naturale copra ormai la metà del settore)
dipende di più dal petrolio. Nel solo 2005 ne abbiamo consumato nelle
centrali circa 6 milioni e mezzo di tonnellate, pari a 32
superpetroliere come la Exxon Valdez che anni fa affondò in Alaska
causando un disastro ecologico. Sei volte di più che la Germania o la
Francia, dodici volte più che il Regno Unito.
Una «bolletta» pazzesca. Di oltre 30 miliardi di euro l'anno. (…) Un
Paese serio, davanti a un quadro così fosco di dissesto energetico e
alla minaccia di blackout come quello che paralizzò ore e ore l'Italia
il 28 settembre del 2003 per un guasto dovuto alla caduta in un albero
in Svizzera, non si darebbe pace nella ricerca di vie d'uscita.
Nucleare o solare, eolica o geotermica: ma una soluzione. La cronaca
di questi anni, invece, è un impasto di veti, controveti,
velleitarismi, fughe in avanti, viltà e retromarce. Nel caos più
totale. (…) Se abbiano ragione o torto, ad avere tanta fiducia nel
nucleare, non lo sappiamo. Lo stesso Carlo Rubbia, in un'intervista ad
«Arianna editrice», conferma che «il nucleare di oggi produce scorie
radioattive da far paura» e che «in realtà avevamo il modo per
produrre energia bruciando proprio le scorie, anzi l'Italia era leader
nel mondo in questa tecnologia» ma ora «ce la stanno copiando i
giapponesi ». Insomma, la questione è aperta. E non ha senso, tanto
più dopo aver visto le reazioni sconvolte sul tema delle scorie a
Scanzano Jonico o in Sardegna, andarsi a impiccare in discussioni
nelle quali sono spaccati gli stessi scienziati.
Ma resta il tema: o facciamo qualcosa o restiamo appesi, con le nostre
fabbriche e le nostre lampadine, ai capricci degli stranieri che ci
tengono in pugno. Ed è lì che si vede la disastrosa incapacità della
nostra classe dirigente, non solo dei «signor no» dell'ambientalismo
talebano, di fare delle scelte. Anche gli svedesi, per dire, votarono
a favore del progressivo abbandono del nucleare. Molto prima di noi,
nel 1980. Ma dandosi scadenze lunghe lunghe. Per spegnere
completamente la centrale di Barsebäck hanno aspettato venticinque
anni e l'ultima chissà quando la chiuderanno davvero dato che tutti i
sondaggi dicono che la stragrande maggioranza dei cittadini ha
cambiato idea: piuttosto che finire ostaggio degli stranieri, meglio
il nucleare. In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le
alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto
il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l'hanno. Noi invece…
Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
30 aprile 2008


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24.05.
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