Articoli e convegno sull'insegnamento del latino
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Dal Corriere della sera del 25 aprile incollo una serie di articoli
dedicati all'insegnamento del latino, che introducono un volume che
verrà presentato il 7 maggio prossimo alla LUISS. Mi sembra notevole
il fatto che finalmente si dica a chiare lettere che l'Italia è il
paese dove il latino viene studiato più diffusamente, e che venga
implicitamente smentito il il luogo comune per cui l'Italia sarebbe in
regresso rispetto allo studio delle lingue antiche in confronto con il
resto d'Europa. Che poi i risultati ottenuti siano di basso livello, è
un altro discorso...
Teo Orlando
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CORRIERE DELLA SERA <http://www.corriere.it/>
25 aprile 2008
Pagina 10
Alla Luiss esperti a confronto
IL DIBATTITO
Alla Luiss esperti a confronto
Il volume «Latino perché, latino per chi», coordinato da TreeLLe, sarà
discusso mercoledì 7 maggio nella nuova sede dell'Università Luiss in
viale Romania 32, a Roma, con interventi, tra gli altri, di Luigi
Berlinguer, Carlo Bernardini, Maurizio Bettini, Tullio De Mauro,
Rosario Drago, Leopoldo Gamberale.
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«È disciplina, non solo rosa-rosae»
LA DIFESA
LO STORICO FRANCO CARDINI È D'ACCORDO SULLA PRESENZA DEL LATINO NELLA
SCUOLA: RISPETTIAMO LE NOSTRE RADICI
«È disciplina, non solo rosa-rosae»
Contro gli abolizionisti: così i ragazzi imparano a studiare
MILANO - «Peggio per loro». Peggio per gli Stati Uniti, per la
Germania, per la Francia se hanno abolito il latino dalle scuole: «Le
conseguenze si vedono bene». È l'opinione inequivocabile di Franco
Cardini (foto), professore di Storia medievale all'Università di
Firenze ed esperto di crociate. Cardini sarebbe disposto ad aprire una
sua personale crociata pur di difendere il latino nelle nostre scuole:
«Se l'andazzo europeo è il taglio delle proprie radici, della
tradizione, dell'identità, non vedo perché l'Italia debba adeguarsi:
lo si voglia o no, noi da diciassette secoli siamo il centro della
Chiesa cattolica, che è stata un elemento importantissimo nella
costruzione del nostro paesaggio culturale, della nostra mentalità e
del nostro patrimonio artistico. In più la lingua italiana è
strutturalmente vicinissima al latino. Ci sono troppi dati culturali
che ci tengono legati al mondo classico». D'accordo, ma è anche vero
che è stata proprio la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, a tagliare
i ponti con il latino: «Ho fatto il liceo presso la Compagnia di Gesù
e sin da ragazzino non ero affatto convinto dei ragionamenti in favore
dell'italiano nella liturgia. Notavo che mia nonna, che aveva
un'istruzione molto limitata e faceva fatica persino a leggere il
giornale, coglieva anche le sfumature della liturgia latina, perché
era una lingua di grandissima forza e intensità e chiarezza di
concetti interni. È stato un errore madornale tradurre la liturgia:
tra l'altro si vedono i risultati nello scadimento culturale del
clero». Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche
nei licei scientifici? «Nonostante tutto il bla-bla progressista del
passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il
"rosa, rosae", ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di
mnemotecnica: la perdita di abitudine nell'esercitare la memoria ha
già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle
potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima
dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti
hanno rovinato l'Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i
sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i
ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano
che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci:
sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al
mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai
solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora
legato a Linneo». D'accordo sul bla-bla progressista, però non è che
le famose tre I del centrodestra guardassero molto all'educazione
classica: Inglese, Impresa, Internet: «In effetti delle tre I non si è
visto nulla. Forse un po'di impresa, ma per il resto... L'inglese
rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei
sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi
audiovisivi, basta un po'di pratica. Niente a che vedere con il rigore
che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una
lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per
fortuna oggi va un po'dileguandosi. Voglio sperare che il governo di
destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che
ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti». Insomma, un
commento a quel 41 per cento? «Sono molto contento di questo dato
retrogrado». Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del
Duemila? Non sarebbe bene mollare un po'sulla lingua e insistere sulla
civiltà e sulla cultura? Niente da fare, Cardini non ci sente: «Nella
scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito
formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono
incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una
disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è
inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una
struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia
interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su
come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra
e l'amore».
Paolo Di Stefano
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FOCUS
LA SCUOLA TRA PASSATO E FUTURO
Latino, Italia record: lo studiano 4 su 10
Primi al mondo. Polemiche sull'obbligo
* * *
Domanda: sapete qual è al mondo il Paese che studia di più il latino?
Risposta: quel Paese è l'Italia. Bene, verrebbe da esclamare
d'impulso, se non fosse che non sempre, purtroppo, la quantità va di
pari passo con la qualità. È questo il risultato più significativo di
un'inchiesta («Latino perché, latino per chi») realizzata
dall'associazione TreeLLLe, che da anni si occupa di avanzare proposte
per migliorare l'educazione nelle nostre istituzioni scolastiche. A
spiegarlo, esibendo i dati dell'indagine, è Attilio Oliva, ex
imprenditore, già membro del direttivo e responsabile del settore
scuola di Confindustria, oggi presidente di TreeLLLe: «Nella nostra
scuola la diffusione dell'insegnamento e il peso attribuito alle
lingue classiche sono notevolmente più elevati rispetto a tutti gli
altri Paesi europei e agli Stati Uniti». I numeri parlano chiaro:
dell'intera popolazione della scuola secondaria, che nel 2005 era
costituita da 2 milioni e mezzo di studenti, oltre un milione,
equivalente al 41 per cento, era impegnato nello studio del latino. Il
confronto con un altro Paese neolatino come la Francia rivela uno
scarto abissale: dal 19 per cento nelle scuole medie si precipita al 3
nelle superiori. Ovvio che la Germania (con il 5-8 per cento) e la
Gran Bretagna (con l'1-2 per cento) si collochino molto più in basso.
Così come gli Stati Uniti con l'1,3 per cento. Le ragioni
dell'eccezione italiana? È ancora Oliva a rispondere, in due punti.
Primo: «Il latino è previsto nel curriculum di tutti i licei, escluso
l'artistico, dal classico allo scientifico, dal linguistico al socio-
psico-pedagogico. Negli altri Paesi, invece, in generale il latino è
contemplato solo in alcuni indirizzi di tipo umanistico-letterario».
Secondo: «L'insegnamento del latino (e del greco) conserva da noi un
carattere obbligatorio, mentre altrove è opzionale, per lo più fin
dagli anni Settanta». E a molti appare come un paradosso il fatto che
persino nei licei scientifici l'area letteraria pesa per il 38 per
cento, mentre quella strettamente scientifica si attesta attorno al
30. Insomma, rimane intatto il retaggio dell'impianto classico-
umanistico voluto a suo tempo da Gentile per la formazione delle nuove
classi dirigenti fasciste. Il fatto è che il latino (ma anche il
greco) non rappresenta più, come un tempo, una garanzia di serietà e
di solidità. Ed è questo il punto. Come si insegna il latino? E come
viene studiato? Dalle indagini di TreeLLLe, emerge un'ulteriore
evidenza che la dice lunga sulle condizioni dell'insegnamento: è
l'elevato numero di allievi che arrivano all'esame di maturità
(trascinandoseli dietro dagli anni precedenti) con «debiti» nelle
lingue classiche: il 40 per cento circa. Poco meno del vero
spauracchio che è, e rimane, la matematica (per le lingue straniere ci
si ferma tra il 22 e il 27 per cento). «Sono ragazzi - dice Oliva -
che esercitano una sorta di opzionalità clandestina per tutto il corso
di studi per arrivare sani e salvi all'esame di maturità senza avere
di fatto studiato le lingue classiche». In realtà, pur considerando la
tradizione italiana (antica e moderna), l'esempio degli altri Paesi,
che in genere mirano a considerare le lingue classiche come una sorta
di opzione specialistica, potrebbe insegnare molto. Non tanto per
seguirlo pedissequamente, ma almeno per rimettere in discussione
vecchie convinzioni. E soprattutto per domandarsi se per caso le
scelte strutturali operate decenni fa in funzione di una scuola
comunque d'élite siano ancora utili per una scuola che nel frattempo è
diventata di massa. Va detto, a onor del vero, che nel '62, con
l'elevamento dell'obbligo scolastico a 14 anni, fu anche sancita
l'eliminazione del latino dalla nuova scuola media unificata, ma la
riforma delle superiori non uscì dalle varie fasi sperimentali. E
così, la questione del latino nei licei è rimasta perennemente aperta,
tra nostalgie e ripensamenti. Tant'è vero che nel '96 la rivista
MicroMega propose un dibattito tra abolizionisti e restauratori del
latino (non solo nella scuola ma anche in ambito liturgico), scoprendo
che tra questi ultimi c'era uno schieramento di intellettuali di
sinistra, guidati da Giancarlo Rossi, direttore della rivista
Latinitas. Il quale vedeva nel latino il segno di una contraddizione
propria della nostra società, visto che per un quindicennio, nel
dopoguerra, convegni, disegni di legge, consulte didattiche e
inchieste ministeriali avevano messo a confronto l'enfasi - se non il
fanatismo - dei riformatori (pronti a ricordare i trascorsi fascisti
del latino) e la tenacia dei difensori a oltranza o apologeti, come si
definiva lo stesso Rossi. La verità è che spesso, per un equivoco più
o meno indotto, l'insegnamento del latino si confonde con l'esercizio
grammaticale, dimenticando che la lingua di Cicerone è la nostra
lingua madre, per non dire la nostra lingua tout court, oltre che
l'antenata delle lingue romanze. In quel contesto, Cesare Segre
ricordava già allora come la sinistra abolizionista, che considerava
il latino lingua dell'aristocrazia, fosse convinta che «svigorire il
latino era un modo per rendere tutti uguali». E commentava: «È vero,
ma tutti uguali nell'ignoranza». Per Edoardo Sanguineti, viceversa, le
«fanfaluche» di chi ritiene indispensabile la conoscenza del latino
per il nostro modo di pensare e per la nostra struttura logica erano
gli argomenti su cui si reggeva la cultura dei figli della Lupa.
Sanguineti metteva in guardia dai fondamentalismi di chi insisteva
sulla traduzione italiano-latino e sulle perifrastiche passive, e
osservava che il colpo mortale alla lingua latina è stato inferto non
tanto dalla scuola ma dalla Chiesa e dalla decisione di tradurre la
liturgia in italiano. Detto questo, tutte (o quasi tutte) le questioni
che vengono sollevate dalle ricerche di TreeLLLe rimangono sul tappeto
e aspettano qualcuno che le affronti in maniera complessiva e
coraggiosa: «Negli altri Paesi - dice Oliva - si è provveduto da tempo
a riconsiderare quali discipline e competenze debbano ritenersi
indispensabili nella scuola dell'obbligo. Per le lingue classiche si è
preferito, in genere, riservare l'insegnamento a chi manifesta un
autentico e motivato interesse. In tal modo il latino e il greco hanno
assunto il carattere di materie specialistiche in ambito letterario e
sono state sostituite dallo studio, obbligatorio o opzionale, delle
lingue straniere». Sarebbe giusto, in Italia, rinunciare, oltre che
alla grammatica, anche allo studio della civiltà greco-romana? Oppure
sarebbe meglio tagliare corto e ipotizzare, come propone qualcuno, una
nuova materia che sacrifichi le strutture linguistiche e valorizzi lo
studio della cultura? Oppure? Oppure, l'eccezionalità dell'Italia,
volendo, può anche rimanere tale. Ma solo volendo.
Paolo Di Stefano
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http://www.luiss.it/eventi/evento.php?ID=1290
QUESTIONI APERTE
Dalla ricerca originale di TreeLLLe, "Dati sull'insegnamento del
latino (e del greco) oggi in Italia, in Europa
e in USA", è emerso un quadro del tutto inatteso e sconosciuto ai più:
in sostanza è emersa l'eccezionalità
del caso italiano. Quel che da noi è insegnamento "obbligatorio"
altrove è "opzionale". TreeLLLe, con la
sua pubblicazione "Latino perché? Latino per chi?" ha ritenuto
opportuno aprire un dibattito "informato" su
quella che si configura come una questione aperta di rilevante
interesse per la scuola italiana del Duemila.
Due opinioni illustri sul latino
"Sarebbe difficile trovare nella storia qualcosa di più ironico
dell'indirizzo educativo che ha identificato le
"umanità" con una conoscenza esclusiva del greco e del latino.
Considerarle studi umanistici per eccellenza,
significa trascurare deliberatamente le possibilità educative di
materie di studio accessibili alle masse,
e tende a coltivare uno snobismo ristretto di una classe colta". John
Dewey, 1917
"Nessuna lingua moderna è superiore al latino o al greco, nessun poeta
a Virgilio o a Pindaro. Ed ecco
che queste lingue ci offrono, per di più, una dose di razionalità che
non si trova da nessuna altra parte.
Il valore formativo del latino ha avuto per conseguenza la
razionalità, e pertanto l'efficacia, del genio
romano." Sedar-Senghor, 1960
MERCOLEDÌ 7 MAGGIO 2008 ORE 9-13
UNIVERSITÀ LUISS VIALE ROMANIA 32 - ROMA
UNA "QUESTIONE APERTA"
Latino perché?
Latino per chi?
Confronti internazionali per un dibattito
TREELLLE ASSOCIAZIONE
DALLA SUA COSTITUZIONE AD OGGI TREELLLE HA OTTENUTO CONTRIBUTI DALLE
FONDAZIONI:
FONDAZIONE
PIETRO MANODORI
CASSA RISPARMIO REGGIO EMILIA
COMPAGNIA
DI SAN PAOLO
TORINO
FONDAZIONE
CASSA DI RISPARMIO
DI GENOVA E IMPERIA
FONDAZIONE
CASSA DI RISPARMIO
IN BOLOGNA
FONDAZIONE
CASSA DI RISPARMIO
DI ROMA
FONDAZIONE
MONTE DEI
PASCHI DI SIENA
ASSOCIAZIONE TREELLLE
Mercoledì 7 maggio 2008 dalle ore 9 alle 13
Università Luiss
Aula 200, Viale Romania 32
ROMA (bus 360)
Una "Questione aperta"
Latino perché? Latino per chi?
Confronti internazionali per un dibattito
Saluto ai partecipanti
MASSIMO EGIDI
Rettore Università Luiss
Pro e contro
OPINIONI ILLUSTRI
dal XVIII secolo ad oggi
Presentazione della ricerca di TreeLLLe
"Il latino oggi: in Italia, in Europa e in USA"
ATTILIO OLIVA
Interventi
TULLIO DE MAURO
LUIGI BERLINGUER
CLAUDE THELOT
ANDREA CASALEGNO
Intervista
CARLO BERNARDINI, MAURIZIO BETTINI
ROSARIO DRAGO, LEOPOLDO GAMBERALE
PER INFORMAZIONI: SEGRETERIA ASSOCIAZIONE TREELLLE
GENOVA - TEL. 010 582 221 FAX 010 5531 301 - MOB. 335 1274691 -
info@treellle.org
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http://www.treellle.org/
7 maggio 2008 a Roma. Una "Questione aperta"
Latino perché? Latino per chi?
Confronti internazionali per un dibattito
Mercoledì 7 maggio a Roma, presso la nuova sede dell'Università Luiss,
Treellle presenta il primo volume della nuova collana "Questioni
aperte" sul tema "Latino perché? Latino per chi?". Attilio Oliva,
presidente dell'Associazione presenterà la ricerca "Il latino oggi, in
Italia in Europa e in USA". Interverranno gli ex Ministri della
Pubblica Istruzione Tullio De Mauro e Luigi Berlinguer. Claude Thélot,
già presidente de l'Haut Conseil de l'évaluation de l'Ecole illustrerà
l'esperienza francese. Andrea Casalegno, inviato del "Sole24ore",
intervisterà i professori Carlo Bernardini, Maurizio Bettini, Rosario
Drago e Leopoldo Gamberale.
0.Il volume "Latino perché? Latino per chi?" potrà essere scaricato o
richiesto sul sito dal giorno 8 maggio.

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