-Ci sono due o tre citazioni, sparse qui e la', compresa una poesia
che mi piace molto e che quello stronzo di Bilal ha messo nel suo
film. (Zitto tu, rik. :-) -
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Sono in ginocchio nel giardino dietro casa, guardo affascinato
l'animaletto dal pelo lucido e nero che e' uscito dalla terra. Gli ho
teso un agguato, gli ho sparato con il mio fuciletto ad aria
compressa, ma non e' morto, non del tutto, apre e chiude la bocca,
mentre una spessa lingua rosa gli pende da un lato. Continuo a
sparargli, anche in testa, ma non muore mai. Continua a muovere una
gamba, a torcere la testa, a dimenarsi.
Non so cosa fare, non voglio lasciarlo li' in terra a contorcersi, non
voglio che lei trovi questo animale insanguinato, che mi guardi
chiedendomi perche' l'ho fatto. Ma non posso neanche toccarlo, per
raccoglierlo, per buttarlo in una siepe del sentiero che va verso il
boschetto, in questa stupenda mattina d'estate, una carcassa lasciata
a gonfiarsi sul suo letto di ciotoli e sabbia. Sento la porta che si
apre, la zanzariera che sbatte. Copro la carcassa che si dimena con il
mio corpo, non posso girarmi, sento i suoi passi che si avvicinano,
all'improvviso lei urla ed io mi copro le orecchie con le mani,
perche' il suo urlo e' una sirena impazzita che buca il mondo e lo fa
ritrarre in un grumo grigio di cervella rapprese nel grasso freddo.
Apro gli occhi sui display della libellula. Il dolore mi assale
insieme al suono petulante dei cicalini d'allarme. Stanno suonando
tutti insieme, la libellula continua a ripetere : “Destinazione
raggiunta, in attesa di istruzioni.”
Grido : “Uscita!” e la libellula mi slingua fuori, come un boccone
acido. Steso per terra dico :”Stand-by, mimesi”. La libellula collassa
e si pietrifica in uno sperone roccioso che affiora dal terreno.
Lentamente si colora di rosso-roccia, come il paesaggio circostante.
Gia', il paesaggio circostante. Sono in una specie di spiazzo enorme,
circolare, perfettamente piano e ricoperto di ciotoli. Al centro dello
spiazzo, lontano, si intravede una casa a due piani, una casa normale,
con il tetto a spiovere di tegole rosse, le finestre al primo piano
buie e senza riflessi.
La casa che ricordo, ma senza il giardino, ed il sentiero. Senza
neanche il fottuto boschetto. Voglio allontanarmi dalla libellula
mimetizzata, ma ormai riesco solo a strisciare. Ciononostante, cerco
di andare verso il bordo dello spiazzo, anche se e' troppo lontano, e
so che non ce la faro' mai. Mentre striscio, mi ripeto che sono stato
uno stronzo a venire li'.
D'improvviso, davanti a me, il terreno erutta una fontanella di
ciotoli e sabbia, e dal piccolo geyser sbuca una specie di armadillo
fatto di placche di metallo rugginose e carne pallida negli interstizi
e grosse zampe chitinose che terminano in un unico unghione nero-
ossidiana. Faccio una specie di ghigno e dico :”Ciao, Eli. Come va?”
L'armadillo per risposta estrude velocissimo una specie di arto
snodato che termina in un uncino, mi trafigge la mano che ho per terra
e mi trascina veloce verso la casa. La mano attaccata al braccio
attaccato alla spalla ferita. Il dolore mi fa svenire per qualche
istante. Quando mi riprendo vomito un getto di bile giallastra, sempre
trascinato dal maledetto armadillo.
Finalmente si ferma. Siamo davanti la porta di casa, che si apre, e fa
uscire una ragazzetta circondata da un branco di setter irlandesi con
il lungo pelo di una stupenda tonalita' rossiccio scuro. Strappo via
la mano dall'armadillo, mi metto in ginocchio e ripeto : “Ciao Eli.”
Aggiungo :”Fammi guarire, cosi' ti posso riempire il culo di calci.”
Lei si avvicina e mi dice :”Ciao, sono Eli Ventidue. Tic Toc mi ha
detto che sei il mio fratellino, quello originale.” Non faccio in
tempo a risponderle. Svengo di nuovo. Mi riprendo a tratti. Una volta
sono steso su una lastra di materiale bianco opaco e sono nudo e fa un
caldo terribile. Un'altra volta sono ancora sulla lastra, ma in una
specie di caverna con le pareti che pulsano. In una specie di vena
enorme che sporge dalla parete e' conficcata una lancia con degli
uncini che la tengono ferma, dalla lancia parte un tubo che arriva
fino alla base della lastra, e si perde fra le mie gambe. Non sento
alcun dolore, ma sono paralizzato dal collo in giu' e non riesco ad
alzare la testa per vedere cosa succede lì sotto. Meno male, penso, e
mi riaddormento.
Poi sono sveglio, e lucido, e perfettamente cosciente, ma ancora
paralizzato e anestetizzato. Non sento niente dal collo in giu'.
Seduta accanto a me c'e' Eli. Senza cani. Mi guarda e mi sorride e mi
dice :”Sono contenta che tu sia qui. Non capita a tutte le Eli, di
farsi raccontare la loro storia dal fratellino.”
nik56