I guerrieri si erano accampati al centro della radura, non portavano
armature, ma tuniche di lino o in pelle di toppo lacere e cadenti,
strappate in più punti a causa dell'effetto corrosivo di un sudore
decennale, le loro armi erano spade, coltelli, ed una sorta di lungo
laccio più volte annodato, lontanamente simile ad una frusta.
Tutti erano a cavallo, e i loro lineamenti erano talmente deformati
dalle cicatrici rituali imposte loro alla nascita che gli occhi,
piccoli e sottili, percettibilmente malvagi, scomparivano dentro un
groviglio di pieghe.
Uno di essi cavalcò più volte attorno alla formazione scomposta degli
altri, che nel frattempo iniziavano ad intonare una cantica solenne e
precisamente ritmica, dal tono via via più alto e potente, poi, il
guerriero deviò bruscamente il cavallo, portandosi al centro della
formazione: al suo passaggio, gli uomini si spostavano in preda a un
evidente terrore.
Non appena fu giunto al centro, tutti gli altri si posero attorno a
lui, in un cerchio perfetto, senza sostare dal canto che ora
somigliava più ad urla scomposte e prive di significato, ma
perfettamente ritmate, egli scagliò la propria spada, conficcandola a
terra con un tocco preciso, e non furono pochi quelli che videro, e
credettero di vedere, fulmini e faville scaturire dall'impatto.
Il viso dell'uomo assunse un aspetto imponente, quasi si trasfigurò,
la bocca rimase semiaperta, le pupille andarono a nascondersi sotto le
palpebre, non scese mai da cavallo. Il canto rimase perfettamente
ritmico, ma questa volta era appena pronunciato, quasi sussurrato.
L'anima dello sciamano si allontanò dal corpo, prendendo l'aspetto di
un lupo dalle ali di pipistrello e dalle zampe posteriori di leone, e
si ritrovò nell'ambito di una foresta tempestosa, le nuvole erano
guidate da una nuvola particolarmente nera, da sotto di essa si
dipartiva una mano stretta a pugno, che custodiva un fulmine, sopra il
dorso di essa si apriva un occhio circondato da raggi.
Il lupo si scagliò contro la nube, fendendo la stessa con gli artigli
e il braccio con i denti, ed intanto la nube colpiva, colpiva,
scagliando terribili scariche elettriche contro il suo corpo. Il corpo
dell'uomo oscillava sopra il cavallo, sotto gli occhi spalancati di
guerrieri ormai ammutoliti ed in preda all'ansia.
Il lupo aveva ormai perso quattro dei suoi artigli, sotto i colpi
taglienti del fulmine, ma aveva portato via l'occhio dalla mano con un
morso, essa ora sanguinava vistosamente, ed era costretta a colpire
alla cieca; grazie alla sua abilità in volo, il leone poteva ormai
facilmente sfuggire agli attacchi, ma non poteva allontanarsi dalla
sua preda, grazie alla sua esperienza sciamanica, sapeva infatti che,
se avesse tentato una carica, avrebbe potuto perdere di vista la sua
preda, che si sarebbe andata a nascondere tra le nubi, e, in quel
caso, tutta l'esperienza avrebbe dovuto essere ripresa da capo.
Colpendo casualmente, la mano riuscì a scagliare un colpo micidiale
contro una delle ali del lupo, passandola da parte a parte, egli
sapeva che ora non avrebbe potuto che precipitare, il corpo dell'uomo
cadde riverso sul cavallo, quasi in procinto di scivolare a terra, i
guerrieri rimasero con tanto d'occhi, in preda all'apprensione, le
bocche erano spalancate, si levavano, qui e là, alcuni mormorii.
Il lupo non aveva altra scelta che sfruttare l'energia della caduta,
imprigionando tra i suoi artigli la nube, per dissolverla, se questo
tentativo non fosse riuscito, avrebbe perso il duello. Lasciò dunque
che il fulmine gli attraversasse completamente il petto, ma si
avvinghiò con la forza della disperazione attorno alla sua nemica,
entrambi precipitavano, avvolti da scariche elettriche e da un rumore
di tuono, ma, prima che il lupo raggiungesse terra, la nube si era
dissolta.
Gli occhi dello sciamano, ancora riverso sul cavallo, in un equilibrio
incerto, si chiusero, il corpo assunse una rigidità che gli avrebbe
permesso, tuttavia, di rimanere stabile, il cuore cessò dal battere.
Il comandante dei guerrieri si avvicinò all'uomo, e sollevò, gridando,
la spada che era conficcata a terra, puntandola al cielo, in chiaro
segno di sfida verso gli Dèi del nemico: si levarono strepiti ed urla
di trionfo: l'uomo non era caduto da cavallo: presagio di vittoria.
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Non appena le vedette avvistarono il polverone che si avvicinava da
lontano, fecero in modo che le campane delle Chiese locali venissero
battute per dare l'allarme, la popolazione corse a rifugiarsi negli
edifici episcopali, nelle case dei potenti, ovunque potesse guadagnare
una percentuale di sicurezza, le porte della città vennero chiuse, i
cavalieri montarono sulle loro bestie, i fanti vestirono le loro
armature, gli arcieri andarono a disporsi sulle mura della città.
Il cuneo della cavalleria degli Unni iniziò ad intravedersi attraverso
la polvere, diretto come da una furia cieca e da un impervesare di
Demòni contro le porte della città, i Cristiani sapevano che avrebbero
usato qualunque strumento pur di scalzarle ed entrare per il
saccheggio, erano pronti a difendere Aquileia con ogni mezzo.
Le frecce iniziarono a crepitare da entrambi gli schieramenti, ma gli
Unni, abituati da decenni a schivare gli abili dardi dei Cinesi,
sembravano quasi vederle giungere al rallentatore, erano pochi quelli
che cadevano, la maggioranza di essi deviava e scartava sul cavallo,
rendendo inutile ogni attacco.
Colpiti dalle ruvide punte unne, gli arcieri di Aquileia cadevano
verso l'esterno delle mura, rovesciandosi in posizioni innaturali dopo
metri di caduta, oppure verso l'interno, presentando uno scenario
sconfortante a chi rimaneva, e agli altri militari, cadevano come
mosche.
Mentre le frecce volavano come nugoli, alcuni guerrieri accorrevano
verso le porte con pece, con torce, con armi incendiarie, altri con
strumenti rudimentali atti a scalzarle o percuoterle, ma neanche per
un'azione di tale spessore tecnico, avrebbero mai concepito di
scendere dai loro amati cavalli.
Questi erano più facili da colpire, ma altri li sostituivano, e poi
altri ancora, che calpestavano e macellavano con gli zoccoli dei
cavalli i cadaveri dei loro predecessori, sotto gli occhi atterriti e
confusi degli arcieri sulle mura.
Le porte di Aquileia erano ormai parzialmente bruciate e sfondate in
più punti, quando la cavalleria, seguita dai fanti, tentò l'ultima
risorsa possibile per salvare la città da quell'orda di diavoli
incarnati: una sortita.
Gli attaccanti alle porte vennero letteralmente falciati e fatti a
pezzi dai cavalieri, che irruppero sul nemico , che nel frattempo
disponeva le proprie armate a cuneo, dal fronte centrale, mentre la
fanteria attaccava sui lati.
L'odore dolciastro e pungente, quasi insultante, proveniente dalle
armate unne, confondeva i Cristiani, che venivano colti da conati e
impulsi di rigetto, e ciò rendeva, per loro, più difficile lo scontro,
che, di fatto, non durò che poche ore.
Grazie alle buone armature, la cavalleria di Aquileia era riuscita ad
irrompere al centro dello schieramento unno, e la battaglia sembrava
quasi vinta, anche gli arcieri erano scesi dagli spalti e, muniti dei
loro pugnali da combattimento, si erano portati a fornire rinforzo
alla fanteria, la quale, però, stava avendo la peggio.
Munita di armature più limitate rispetto a quella dei cavalieri,
prestava un facile bersaglio ai colpi feroci e ripetuti dei cavalieri
Unni, inoltre, l'effetto di quello spiacevole odore toglieva loro la
necessaria stabilità sui piedi, mentre i loro avversari erano più in
alto di loro e sicuri anche senza staffe né sella, così, alcuni di
essi cadeva sotto i colpi delle spade, altri dei coltelli, altri
ancora venivano imprigionati dai sinuosi movimenti della frusta unna,
e rimanevano alla mercé del nemico.
Il centro dello schieramento unno era stato sfondato dalla cavalleria
cristiana proprio quando la fanteria di Aquileia finiva ormai
decimata, ed i pochi superstiti cercavano salvezza all'interno delle
mura, fino all'ultimo, i cavalieri credettero che la battaglia fosse
vinta, ma poi gli Unni si chiusero a cerchio attorno a loro, ed
iniziarono a colpire e punzecchiare le loro gambe, le zampe ed i
garretti dei cavalli, i pochi rimasti sugli spalti, videro lo
schieramento unno chiudersi a riccio attorno ai loro difensori, e i
pochi che riuscirono a scampare raccontarono di una cena cannibalica e
vampirica.
Attila entrò dentro la città a capo delle sue armate, le quali si
rovesciarono nelle vie, nelle strade, dentro le case, senza mostrare
alcuna forma di rispetto per le sante reliquie, per gli edifici od
oggetti di venerazione religiosa. Non dirò di quanto allora avvenne,
del saccheggio e delle violenze che si compirono, soltanto che, al
termine di tutto, gli Unni trascinarono gli edifici a terra per mezzo
di corde e contrappesi, e, con essi, le persone che si erano rifugiate
all'interno.
Di Aquileia non restava alto che una colonna di polveri e fumo che si
levava al cielo, in segno di omaggio per i Dèmoni degli Unni.