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CAP 1 - guepiere

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  Sujet:   CAP 1 - guepiere  
 De: saviano.and...@alice.it (Saviano)
 Groupes: it.arti.scrivere
 Organisation: http://groups.google.com
 Date: 14. Jul 2008, 04:43:55
Abbia quindi inizio la commedia!


Il tempo di parcheggiare l’auto e dirigermi verso il cantiere quando
eccomi davanti alla vetrina maledetta e, oltre il vetro, oltre i
manichini, oltre il bancone: lei!
« Gianmarco, non ti fermare. Tira dritto! » fu l’ imperativo
categorico che mi diedi.
Un attimo dopo, la stavo fissando tutto eccitato, conscio di quanto
fossi ridicolo . Per quanto tentassi d’impormelo, ero incapace di
assumere un aspetto più dignitoso di quello di un cane affamato e
scodinzolante di fronte ad un grosso e polposo osso.
Lei era al bancone, sorridente come sempre.
Nonostante la cosa andasse avanti da giorni, non credo che lei avesse
mai notato quel mio “bizzarro” comportamento.
L'avevo notata il giorno stesso in cui avevamo iniziato quel lavoro di
ristrutturazione all’edificio che ospitava, tra le altre, anche la sua
attività commerciale: un piccolo negozietto su due piani di biancheria
maschile e lingerie femminile.
Dapprima l’avevo adocchiata, poi attentamente osservata ed infine
radiografata.
Ne conoscevo alla perfezione i gesti e le espressioni del volto.
Ripensandoci, non riuscivo a ricordare un solo giorno – fosse stato
anche di nebbia o pioggia – in cui lei avesse una faccia triste o
anche solamente velata di malinconia. Non era una questione della
piega della bocca , perché persino gli occhi di quella donna
sorridevano!
A dire il vero all'anulare della sua mano sinistra risaltava il
bagliore (un po’ opaco però) di una fede nuziale, ma io non ero mai
riuscito né a vedere né tanto meno a intravedere questo fantomatico
marito.
Tornando ai fatti , la quotidianità dei nostri incontri ci aveva
condotto, giorno dopo giorno, dai freddi e asettici “buongiorno”, ai
meno formali “salve” sino alla consuetudine insita in un “ciao”. Un
ciao che ultimamente aveva aperto la via a qualche informale “tutto
bene?”.
La vera svolta era avvenuta solo un paio di settimane fa, quando il
peccato era andato a trovare l’eremita  dando il via ad una vera e
propria tradizione.
Alle ore 10:00, lei aveva preso la pessima – per me – abitudine di
fermarsi sotto l’impalcatura, picchiettare sui tubi innocenti  per
richiamare la mia attenzione e attendere il mio trafelato arrivo per
scambiare quattro chiacchiere prima di andare al bar a prendersi un
caffè.
Chissà perché, ma le donne amano particolarmente la compagnia degli
adulatori .
A onor del vero, la settimana scorsa è capitato l’irreparabile. No,
non ho avuto il coraggio di fare io delle avance e ché lei m’ha
invitato ad andare insieme a prendere un caffè.
Ora la tazza con il caffè al suo interno è chiaramente un simbolo
sessuale femminile . Fatta eccezione per le zitelle e le racchie, che
acide come sono lo bevono amare, le donne vere bevono il caffè
mettendoci qualcosa dentro... per poi mescolare il tutto con il
cucchiaino che è chiaramente un simbolo fallico !
Insomma, se una donna vi invita a prendere un caffè e siete un uomo,
in realtà vi ha proposto ben altro .
Ora, a raccontarla proprio tutta, da qualche giorno, anche quando lei
decideva di concedersi una semplice pausa, picchiettava
sull’impalcatura. Quello in codice era il messaggio che lei desiderava
avere un po’ di compagnia al bar, perché – come tutti sanno – il caffè
deve essere bevuto: da sedente, bollente, per niente ma anche in buona
compagnia.
Solo che da qualche giorno lei preferiva ad una compagnia generica –
chiunque – una compagnia specifica – qualcuno .
Insomma, nel giro di una settimana la mia giornata di lavoro s’era
riempita di così tanti happy-hour che potevo tranquillamente parlare
più sinteticamente di un happy-day.
Qualcuno dalla buona memoria  a questo punto si starà ancora chiedendo
cosa stessi facendo impalato davanti a quella vetrina, invece di
essere al lavoro .
Ecco, ero prima salito e poi sceso dall’impalcatura per ispezionare lo
stato d’avanzamento dei lavori.
Che cosa centra tutto questo con il soffermarsi a squadrare da capo ai
piedi la negoziante?
Orbene, quello era il gesto con cui iniziavo e concludevo abitualmente
ogni mia giornata di lavoro!
Fermarmi davanti a quella vetrina ad osservarla era come timbrare il
cartellino. Ecco perché questo era diventato il gesto con cui iniziavo
e ultimavo ogni mia giornata di “lavoro”.
Lì la routine quotidiana si spegneva e s’accendeva un fantastico mondo
di fantasie. Un universo parallelo in cui io, marito fedele, diventavo
il più trasgressivo tra gli uomini.
Un peccatuccio veniale che consisteva nel nutrire la mia affamata
fantasia. Prima lo spirito e solo dopo il corpo!
Lasciando da parte il passato  e venendo al presente, stavo per
tornare a casa. Impegni urgenti e improrogabili!
Fin qui nulla di diverso dal solito, cioè dal passato, sennonché
quella sera, probabilmente, avrei messo in atto il mio folle progetto.
In un modo o nell’altro mi sarei dimostrato il più fedele tra i
mariti, anche se mi sarei sentito definire da mia moglie in vari modi,
da "allupato" a “zoticone” passando per tutto l’alfabeto.
Ebbe sì, era mia intenzione confidarle la “pazza idea” che lentamente
era maturata dentro di me in tutti quei giorni.
Rimasi lontano fino a sera da quel luogo di tentazione, preferendo una
lunga passeggiata nel parco cittadino. Poi, ricolmo d’ansia, montai
sul furgone.
S'accese con difficoltà, quasi mi suggerisse che per questa sera
sarebbe stato meglio non rincasare o perlomeno soprasedere su certe
strane idee, ma alla fine il motore s’avviò.
« Alea jacta est! » dissi a gran voce nell’abitacolo .
Lungo tutto il tragitto non feci altro che grattarmi la testa, quasi
la previsione di cosa sarebbe accaduto una volta rivelate a mia moglie
le mie intenzioni mi pizzicasse il cuoio capelluto peggio di mille
pulci.
Provai a riflettere convincendomi dei due punti chiave della mia
decisione:
•	punto primo, mia moglie è sufficientemente aperta di vedute, come si
suole dire siamo amici e complici;
•	punto secondo, nella nostra intimità siamo una coppia moderna.
Quindi passai all’argomento critico:
•	punto interrogativo, lei è sempre stata molto gelosa e possessiva
nei miei confronti, ma anch’io nei suoi d’altronde.
Mi feci coraggio pensando che, dopotutto, le avrei semplicemente
presentato il mio bizzarro capriccio come una semplice fantasia.
No, avrei introdotto l’argomento in termini generici. magari
verificando nel suo sguardo se ci fosse o meno uno spiraglio per poter
trasformare quell’insano desiderio in un qualcosa di più concreto.
Alla fine premeditando le cose vengono meglio che improvvisandole !
Avrei voluto soffermarmi un po’ di più su queste congetture, ma ero
già smontato dalla macchia e, passo dopo passo, ero giunto davanti a
casa mia. La mia mano aveva afferrato per abitudine le chiavi, ne
aveva inserita una nella serratura e l’aveva fatta girare.
Sarebbe bastato restare immobili a riflettere un altro pochino, invece
la porta ora se ne stava spalancata davanti a me e, oltre quella
sogli, l’incognito.
Perché non ero stato razionale? Dov’ero in realtà? Poco importa che la
mia mente fosse altrove, il mio corpo era là, quindi avanzai.
Entrai a casa e, posando il giubbotto all'attaccapanni, mi soffermai
un attimo davanti allo specchio posto nell'ingresso rimanendo a
fissarmi perplesso.
« Ma che razza di uomo sono!? » mi domandai, « accidenti, sembro uno
dei miei figli! »
Avevo la stessa espressione che spesso ravvisavo in loro, quando
avevano combinato (o stavano per combinare) una marachella.
Soprattutto quando erano pienamente consapevoli delle conseguenze e
della probabile, quanto logica, punizione.
Poi dicono mater semper certa est, pater numquam!
Tirai un lungo sospiro, facendomi coraggio, quindi proseguii la mia
via-crucis verso la cucina, sperando inutilmente che il tragitto fosse
lungo, anzi interminabile.
Non appena fui sulla soglia, mi ritrovai ad evitare d’incrociare lo
sguardo di mia moglie.
Pur non avendolo colto, lo avvertii come insolitamente "severo" e
indagatore.
Provai a verificare la cosa, ma non riuscii a sostenerlo nemmeno per
un secondo. Abbassai i miei occhi prima in direzione del pavimento,
alla ricerca di qualche briciola, ma non ve ne trovai. Poi li alzai
verso un imprecisato luogo di quella stanza, dove potesse celarsi una
ragnatela.
Insomma cercavo una doppia opportunità: non incrociare lo sguardo
della mia legittima consorte e iniziare un discorso partendo da
qualcosa di banale.
Poiché nemmeno di ragnatele c’era traccia e per farla breve, feci
finta d’essere alla ricerca di qualcosa che plausibilmente potesse
trovarsi in quella stanza.
« Gianmarco, si può sapere cos’hai? » mi sentii chiedere, « se ti
serve qualcosa, basta chiedere? »
Santo cielo! O per Margherita ero un libro aperto o, molto più
probabilmente durante l’attraversamento del corridoio non avevo
lasciato attaccata allo specchio quell'espressione da “bimbo che ha
rubato la marmellata”.
Dovevo inventarmi al più presto qualcosa del tipo: negare senpre,
negare tutto .
Visto che davanti a me avevo Miss Marple , per crearmi l’alibi
perfetto, tentai d’essere evasivo. « Oh, niente, Margherita, te ne
parlo dopo. Adesso non credo sia il momento giusto. »
Lei mi fissò dolce, ma al tempo stesso perplessa, come qualcuno che ti
vuole bene e si stia chiedendo: "santo cielo, in che casini si sarà
mai messo?".
Probabilmente avevo scelto un tono un po' troppo serio e preoccupato
per quel tipo di risposta, trasmettendo l'impressione – errata – che
si trattasse di qualcosa di realmente importante, magari relativo al
lavoro o, peggio, ai figli. Così tentai di rimediare al guaio fatto e
dissi: « Dai, cara, non avere quell’espressione preoccupata. Non si
tratta di nulla d’importante. Una cosa che m’era passata per la testa
oggi, al lavoro, ma adesso mangiamo, non possiamo far tardare i
bambini! »
Qual è la madre che alla parola: figli, non mette tutto in secondo
piano, anche il proprio marito?
Con quest’arrocco avevo, per il momento, evitato lo scacco matto.
La cena fu consumata fin troppo in fretta per quelli che erano i miei
desideri di dilatare il tempo.
Ma avevo degli altri assi nelle mie maniche.
Di solito preparavo io il più piccolo per la notte e ci impiegai più
del previsto, il che si rivelò un punto a mio favore, perché ebbi
tutto il tempo per riflettere sulla reale consistenza delle mie
intenzioni.
« Adesso, che cosa mai vorresti fare? » mi domandai mantenendo un tono
di voce sommesso per non svegliare mio figlio che finalmente s’era
addormentato.
Per l'appunto, quali erano le mie reali intenzioni?
Perché io parlo, discuto e m’infervoro, ma solo adesso m’accorgo che
ho dato troppe cose per scontate.
Tutto scontato come se si trattasse di uno di quei romanzi beceri
dalla trama scontata?
Quelli che sembrano l’ennesima copia di un racconto già letto, quasi
l’autore non avesse fatto altro che utilizzare un ciclostile per
scriverlo?
Credo sia meglio per tutti se riprendo il bandolo della matassa dal
suo inizio, quindi mettetevi comodi.

official-site: http://www.webalice.it/saviano.andrea/default.htm


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01.01.
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