INCIPIT: Guepiere
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Incipit di un breve romanzo sulla trasgressione e il tradimento.
Purtroppo perde senza formattazione e senza le note che vengono
utilizzate per un vivace scambio di battute con il lettore.
Scenda il silenzio, si alzi il sipario! Breve, si fa per dire,
preambolo
Non rammento l’istante preciso in cui la cosa ebbe inizio, so solo che
ormai da parecchi giorni mi ritrovavo a sostare per ore e ore davanti
a, per voi, un negozio e, per me, il negozio.
Quel negozio era ed è il “The thousand nights and a night”.
Ormai da parecchi giorni per chiunque transitasse da quelle parti era
consueto assistere alla seguente penosa scena: io con il naso
appiccicato alla vetrina di quel negozio, lo sguardo smarrito in un
punto imprecisato del’interno e la mente persa altrove.
Il fatto che mi trattenessi in quel modo dinnanzi ad un negozio chiuso
che presentava un’esposizione di manichini femminili con “addosso”
dell’intimo per così dire “provocante”, non deponeva certo a mio
favore.
Cos’altro potevo essere agli occhi di un ignaro passante se non uno
dei tanti tipici esempi di depravazione dovuta a questi “tempi
moderni”.
CONTINUA>>>
offcial web-site: http://www.webalice.it/saviano.andrea/default.htm
Le madri vedendomi tiravano a sé le figlie. Le signore di una certa
età giudicavano la cosa ai loro mariti semplicemente con un insulto
diretto alla mia persona. I mariti assentivano, tuttavia se li
rincontravo da soli mi dimostravano solidarietà e commiserazione. Il
loro non era un sentimento di pietà, piuttosto credo che li
angosciasse il quesito di come un uomo piacente e ancora nel fiore
dell’età, potesse ridursi in quello stato.
Già, visto da fuori sembravo questo: un caso umano pietoso, ma le
vicende che vi andrò a raccontare spiegheranno meglio la cosa.
In quella fase del giorno in cui si è già consumato un modesto pranzo,
ma è troppo presto per riprendere il lavoro cosa può fare un uomo
insano di mente se non recarsi davanti a quella bottega e posare
inizialmente gli occhi sui più seducenti tra i manichini, dissimulando
un ambiguo interesse per la merce esposta in vetrina. Devo confessare
che il mio sguardo proseguiva in realtà oltre, volando ben più in là
degli scaffali. Le mie curiose pupille dribblavano i reggiseno e
superavano brillantemente anche i più disinibiti perizoma, perché la
mia meta era più in là.
Come un’Annibale davanti alle Alpi sogna Roma in fiamme, così il mio
sguardo valicava il virtuale confine tra sogno quando giungeva al
bancone.
Certo Annibale voleva appicar fuoco a Roma, mentre io a quella vista
avvampavo.
Siccome so già che sarete sconvolti dal fatto che avvampassi alla
vista di un bancone e non della biancheria intima femminile, vi spiego
meglio come stavano e stanno le cose.
Dietro quel bancone, nel normale orario di lavoro, spesso c’era e c’è
una commessa, una donna con la D maiuscola che per me era ed è ben più
di una scommessa.
Questa ridicola e un po’ patetica “messa in scena” che allestivo in
repliche sempre uguali tutti i santi giorni, s’è ormai trasformata per
me in un vero e proprio rito quotidiano. La pantomima procedeva lungo
questo semplice canovaccio: subito dopo il panino c’era questo
pellegrinaggio di fronte a quella rivendita di abbigliamento intimo.
Tutto ciò al solo scopo di adorare la dea che alimentava la mia
fantasia con una sottile aura di perversione trasgressiva.
Non pensiate che tradire e trasgredire siano due termini che si
possano fondere in un solo nome e cognome, il mio. Io sono il tipico
padre di famigli, tutto casa e lavoro e, a pasqua e natale, persino
chiesa.
Le mie fantasie, come tante vestali, alimentavano il sacro fuoco che
albergava nel tempio di quella dea.
Come una piccola ameba una strana idea s'era inoculata nel mio
cervello qualche mese addietro e ora divorava le mie meningi neurone
dopo neurone in una sorta di “malattia”.
Il motivo apparente, quello che probabilmente vi ha indotto allo
scandalo, è probabilmente insito nel fatto che quel luogo trasudava
sensualità femminile o, in alternativa, maschile, tuttavia
l’osservatore ben pensante sarebbe forviato da queste considerazioni,
è dunque mio compito riportarvi sulla retta via, perché gli
avvenimenti non stanno affatto così.
Da bravo cronista della vecchia scuola faccio il punto.
Conosciuto il dove e il quando, sarete di sicuro incuriositi dal
perché o dal come ma, forse e sopratutto, state letteralmente andando
fuori di testa per conoscere il chi di tutta questa “losca” faccenda.
Affrontiamo queste questioni una alla volta.
In quanto al perché io effettuassi questo mio ormai abituale
“pellegrinaggio”, che scandiva come un tic o un tac (questo a vostra
discrezione) le fasi della mia giornata di lavoro, mi dispiace
deludervi ma non accadeva per una vera e propria perversione (quale
può essere il feticismo, ad esempio), ma per qualcosa di più turpe e,
al tempo stesso, banale: l’idea del… tra(sgre)dire.
Insomma, io posavo il mio grosso, grasso naso su quella vetrina al
solo scopo di permettere alla mia vista di posarsi poco oltre
quell’inconsistente muro di vetro e poter immaginare qualcosa di
fittizio e al tempo stesso perverso.
Restavo immobile ad osservare qualcosa, anzi qualcuno, che pur non
essendoci, rappresentava il mio personale demone della perdizione.
Muovendo un passo alla volta, il mio sguardo dribblava i manichini,
oltrepassava i manifesti riproducenti giovani e avvenenti ragazze
dallo sguardo languido e in “abbigliamento” lascivo e proseguiva (a
volte sicuro a volte incerto) fino a quella che io solevo definire la
linea dell’orizzonte che custodisce ormai il mio incerto futuro.
Un bancone, direste voi. Un altare, direi io. Un’ara pagana che in
quei giorni era in grado di disegnare di volta in volta nuove curve
spazio-temporali per descrivere miriadi di virtuali e differenti
possibili avvenimenti futuri.
Concedendomi una licenza poetica: un “colle” che escludeva al mio
sguardo la realtà e al di là del quale si potevano celare un’infinità
di miei differenti e possibili domani.
Orbene, dietro quella invisibile piega del destino, la mia fantasia
era affrancata dalla morale e libera di spiccare il suo lascivo volo.
Quindi direi che anche il come è stato chiarito, resta piuttosto
confuso il perché e di certo non s’intravede ancora il chi di tutto
questo.
Senza che la fervida fantasia di qualche lettore corra oltre il
dovuto, devo subito porre i primi paletti della lunga palizzata sulla
quale vedrò prima di ergere il mio palcoscenico, poi di dipingere le
scene di questa mia storia e infine, seppur maldestramente, cantarle.
Cantami o diva, recita un antico poema e così io, quasi fossi un
trovatore dei tempi passati, farò con voi.
La storia in sé sarebbe talmente semplice che basterebbe la geometria
a descriverla: un triangolo.
Lui (che sarei io), lei (la mia consorte) e l’altra (pronome per ora
indefinito, il cui numero è indubbiamente singolare e il cui genere è
innegabilmente femminile).
Così, seppure in parte, anche il chi è stato svelato.
A questo punto avverto i genitori più premurosi, quelli che tengono i
propri figlioli nella bambagia per sottrarli alla vita, quasi che la
vita poi non possa raggiungere i loro delicati figlioli, che non si
preoccupino, che in realtà non si tratta di un racconto osceno, né di
qualcosa d’eccessivamente perverso.
Semmai un termine esiste per definire queste vicende quello è: una
storia un po' “pruriginosa”.
Insomma cosa volete possa mai fare un’innocua punturina di zanzara.
Un qualcosa a cui si può porre facilmente rimedio dandosi una
“grattatina”, se si è nelle condizioni di tradire, o con un lenitivo,
se si preferisce invece la fedeltà a tutti i costi.
Vista la mia “malattia” mentale, preciso l’aggettivo “innocua”.
Pur essendo io un illetterato, ho appurato che esso è un composto di
un prefisso, che sta davanti, e di un aggettivo, che a questo punto
sta ovviamente dietro.
Il prefisso in- è una negazione, mentre l’aggettivo nocuus che
significa nocivo. Quindi è innocuo qualcosa che non nuoce.
Qualcosa di simile per molti versi a innocente, esente da colpe.
Ora chi immagina solamente un tradimento non solo compie qualcosa
d’innocuo, ma è anche innocente!
Restiamo nella semantica.
Immaginare vuol dire concepire con la mente, ora se pensare non è
reato, meditare a lungo qualcosa prima di metterla in atto non solo lo
è, ma ne costituisce un aggravante.
È qui che io m’arrovello, perché il temine colposo, che deriva
chiaramente da colpa, indica qualcosa di meno grave, perché si tratta
di qualcosa che avviene per imprudenza o per negligenza, ma senza
volontà di nuocere.
* * *
« Signor giudice, signori della corte. Mai e poi mai avrei potuto
immaginare che quando ho estratto il mio “gioiello” questa signora,
che io affermo di non conoscere, sarebbe potuta scivolarci
maldestramente sopra. In quanto al fatto che mi trovassi nel letto
della signora in questione, c’è una spiegazione che voi tutti
troverete logica. Può mai un uomo colto da improvvisa stanchezza
rendersi conto d’aver sbagliato casa, stanza e letto? La mia risposta
è sì! »
* * *
È quindi chiaro che le mie fantasie non sono e non erano legate ai
capi esposti, ma a colei che tali capi espone e vende.
In sostanza, non erano solo gli indumenti a stimolare pensieri
“peccaminosi” nel mio “virtuoso” animo di “buon padre di famiglia”.
C’era molto di più.
La causa scatenante della mia eccitazione (insomma l’agente patogeno)
non risiedeva né nel tipo di negozio, né nella merce esposta, ma molto
più semplicemente e trivialmente nella proprietaria.
Il nome?
Jasmine!
Bel nome vero?
Ovviamente una donna, femmina fino al midollo aggiungerei, di poco
meno di trent'anni.
Verosimilmente ventisei, sparando una cifra a caso.
Una donna senza alcuna prerogativa particolare eccezion fatta per
essere, a mio modesto avviso, “carnale” in un modo inverosimile e, per
quel che riguarda le mie vicende, addirittura devastante.
Mi sembra di percepire una lieve perplessità...
Forse, è meglio se spiego, senza ricorrere alla semantica, il senso
dell’aggettivo carnale che ho utilizzato per descrivere la signora in
questione.
Ora, nel mio personale vocabolario al termine carnale si può leggere
come: generosa nelle “giuste” forme da essere più callipigia che
giunonica.
Per chi non conoscesse il significato del termine callipigia (lo era
Venere per intenderci) la locuzione “curve ottime ed abbondati” sarà
forse di più facile comprensione. Tuttavia, se il lettore avesse
l’accortezza di ricorrere a un buon dizionario, permetterebbe al
proprio intelletto di progredire ben oltre alla consueta mediocrità.
A dirla tutta, Jasmine non era solo questo.
Circondata com’era da tutto quell'intimo femminile di varie fogge e di
differenti tessuti, lei rappresentava per me l’idea stessa del... lo
so, adesso scandalizzerò i più bigotti tra i lettori: sesso.
Riallacciandomi al trovatore di cui sopra: ella era il tormento e
l’estasi che deliziavano le mie quotidiane fantasie e
contraddistinguevano ogni mio immorale sogno ad occhi aperti.
I sintomi della malattia c’erano tutti:
disappetenza,
un certo disturbo del sonno, meglio noto con il termine insonnia,
un brugismo ovvero una masticazione nervosa da ruminante tipicamente
notturna, che mi faceva assomigliare più ad una placida vacca da latte
che ad un testosteronico toro da monta.
Siccome intravedo i primi sbadigli, è meglio tornare all’oggetto, anzi
al soggetto, di tutto questo lungo e tedioso preambolo.
Perché quella Femmina tra le femmine risvegliasse in tal modo i miei
più virili istinti era semplice, perfino scontato: mia moglie.
Come sempre accade nella vita, la mia lei era l’esatto contrario di
Jasmine.
Non che il mio fosse un matrimonio infelice, tutt’altro!
Dal giorno in cui Margherita, il nome della mia dolce consorte, e
Giammarco avevano annunciato ad amici e parenti la data del loro
matrimonio, non credo che nessuno dei due si fosse mai pentito di quel
“folle” gesto.
Sia sentimentalmente che sessualmente tra lei e me c’era una notevole
intesa. Allarghiamoci! Persino della sana complicità.
Ciò nonostante Margherita era il nome di un delicato fiorellino e
Jasmine – anche se, a onor del vero, vuol dire gelsomino – in me
evocava situazioni esotiche da mille e una notte.
In poche parole, quella donna era il mio sogno proibito. Una specie di
tarlo che giorno dopo giorno erodeva la fedeltà del mio amore
coniugale e indeboliva la mia struttura psichica.
Quasi il mio attaccamento a Margherita fosse stato un’antica
cattedrale sorretta da contrafforti in pietra e possenti architravi di
legno, il cui legname però fosse ridotto ormai a un colabrodo di fori
e segatura.
In questo modo il mio stato di prostrazione mentale era facilmente
descrivibile: una cattedrale dal pavimento seppellito da montagne di
polvere di polvere di legno.
Se v’incuriosisce conoscere perché un probo marito, un riverito padre
di famiglia coltiva l’idea di mancare alla promessa, data il giorno
del matrimonio, di fedeltà monogamica; la risposta breve no la so, la
risposta lunga è proposta di seguito ed è la mia storia.

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