Re: Spett.le Casa Editrice Il Filo,
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Ho letto con tenerezza e simpatia il post dell'utente Kinema Zone che ha
coraggiosamente rifiutato o, come dice lui, rinunciato all'offerta.
Ahimé, questa 'musica' mi suona tristemente già sentita prima. Una casa
editrice di Roma, di cui ometto il nome, conosciuta per la serietà,
l'autorevolezza e tutti gli altri complimenti che altri utenti hanno
liberamente snocciolato in favore dell'editore Il Filo (che, per carità,
non conosco, ma non è questo il punto) mi ha, di recente, elargito lodi
per il manoscritto da me inviato e, in mezzo alle lodi, ha formulato una
richiesta di partecipazione spese di tremila euro.
Io questi soldi non ce li ho per cui, in un certo senso, il problema si
è risolto da solo. Ma se ce li avessi avuti, il problema poi non sarebbe
stato più monetario ma etico. È davvero giusto che un datore di lavoro
(perché è questo il ruolo dell'editore, in fondo, no?) chieda contributi
spese al suo rappresentato? Mi deve far piacere, e lo chiedo a coloro
che si sono scagliati contro l'utente deluso, che l'editore creda così
poco nella mia opera da volere dei soldi per coprire eventuali perdite?
Che fine ha fatto il rischio intrinseco all'attività dell'editore, del
produttore musicale, del produttore cinematografico di mettere in
commercio un'opera che può essere un flop o può invece risultare un gran
successo? Gliel'ho detto per caso io all'editore di scegliersi quel
mestiere? Certo che no.
Il problema è che io, investigando, ho scoperto che alcuni editori
creano parte dei loro guadagni annuali proprio da questo trucchetto. Il
contributo spese di stampa e produzione che l'utente era stato invitato
a pagare, non solo copre completamente (e non in parte, come l'editore
vuol fare credere) le spese, ma assicura già un piccolo margine di
guadagno all'editore. Ora, fate voi il conto, 50 o 60 di queste piccole
marchette letterarie, hanno creato un piccolo introito all'editore.
Magari ci si è pagato l'affitto della casa al mare
Quanto alla Lorena Tosi, che difendeva a spada tratta l'editore che
l'aveva pubblicata (con il di lei contributo) sentendosi supportata,
difesa e, magari, anche protetta dal suo datore di lavoro, mi posso
permettere di chiederle quante copie ha dovuto comprare? E quante ne
sono effettivamente state vendute? Se la gentile signorina volesse
rispondermi/ci, gliene sarei grato. Ovviamente, La pregherei di avere
dati alla mano, sì, numeri, non teoriche dissertazioni.
Ci vuole più coraggio a dire no, a rinunciare (momentaneamente) ai
sogni, che a tirar fuori i soldi, propri o della famiglia, per i più
fortunati. La cosa più amara in tutto questo è che queste proposte
'indecenti' giocano con il nostro orgoglio e i nostri sentimenti. Magari
dopo una vita di tentativi, di rifiuti, di email non risposte, di
telefonate non reciprocate, arriva un editore a farci i complimenti
riaccendendo ogni speranza e alzando la nostra autostima. Solo fino a
quando non abbiamo l'onestà e il coraggio di guardarci dentro e capire
che siamo stati adulati per il solito, fottuto, onnipotente, vigliacco
denaro.
In fondo basta poco a far crollare quei monumenti di sabbia che sono la
nostra illusione e la nostra vanità.
--
cataleo
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