Settembre, 2
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III - ELETTRA
Dov'era la luna? ché il cielo
presto sarà come al tempo lontano.
Non pianger più. Torna il diletto figlio
alla tua casa. E' tempo di fiorire.
Vieni, usciamo. Voglio sentirti mentire.
Già sei bianca, il tuo fiato è di tiglio.
Perché di neghi ancora, diletta,
e il tuo sguardo è stanco
di far quel che il buon figlio vuole,
e sul tuo capo di cenere una fetta?
Orsù, siccome duole
ornarmi il petto e il crine,
tosta alla mia fine
ella appellarsi suole.
Che cos'è che scende? Nel pelo
passerò di nuovo la lieta mano.
IV - VOCE DEI CAMPI
Com'è bello chiavare
tra le ciàcole chiare,
e noi che li ascoltiamo
a mieter tosto andiamo.
Venea Tomìn bel belo
tenendoze l'uzelo,
Mariana dalla potta
ga perdunò la bota.
"Ciao sono Tomìn,
meto d'impaccio
le dunine col mi sfaccio
quando en turnan de scòla
garba alla bella signora
rasetarme el pistolìn."
Marianna: "SospiWo ancoWa al suono
del pWode condottiero
che un dì pWese lesto e poco buono
il veWme salottiero
e con pWincipio e dedizione
videmi e sconsacWò d'azione."
Tomìn spiantato
un poco raccapessa
si finge interessato
bramandone la fessa.
Orben per farla breve,
a luci ancor accese,
a braghe già calate
e mutandin sfilate,
a indugi ben scacciati
si son'inchiappettati.

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