Hai usato un linguaggio estremamente curato, a tratti barocco, involuto
in principio a mio modesto parere e più limpido nel finale. In
particolare ti cito questo pezzo, dal sapore grottesco, che ho
particolarmente apprezzato: trovo che esprima al meglio la difficoltà
che il Figlio trova nel calarsi nella situazione contingente (forse era
un giovane ribelle ed è rimasto schiacciato dalle responsabilità?) e il
suo disagio nel prender parte alla messa in scena.
Strano il fatto che il Figlio, pur focalizzato quasi autisticamente
sulle sue esperienze, tralasci di parlare più di sé. Hai forse voluto
renderlo un universale, con il rischio però di trasformarlo in uno
spettatore disincarnato della sua vita.
Bel racconto
Stefano
> Perché quando l'avevano piazzato dentro la camera ardente io ci avevo
> passato una giornata a studiarmelo, mio padre, tra i quattro lumicini, giù
> di scrupolo a fissare il suo cadavere composto, con quel filo di cerone
> sulla faccia come un'attempata starlette televisiva, una bagascia alla Guido
> Gozzano, cocottina che aspettava i settant'anni dal suo giardinetto di
> gramigna: ché non bastava il vilipendio della morte, giammai, occorrevano i
> suoi scherani terreni, pettinatori e truccatori e manicure e il rosario
> arricciolato fra le dita, l'impianto, insomma, il duro impianto scenico cui
> il cadavere infine si rivoltava: ecco una striscia di liquido colare dalla
> bocca, e nessuno l'aveva prevista, allora alzavo il veletto della bara... e
> dagli col kleenex, a strofinare, cauterizza il panico degli astanti, asciuga
> la bavetta paterna, netta il licore ribelle, orsù! Ma non smetteva mica, e
> alla gente faceva un po' senso, che non è bello se vai a visitare la salma e
> quella t'accoglie con un rigagnolo di Flegetonte che lustra la guancia
> irrigidita, non garba, nevvero? Un fazzolettino via l'altro, chiedendomi
> cosa mai gorgogliasse là dentro, nel mascherone ceruleo, come potesse
> premere a quel modo: tortura di un'espulsione snervante, la bocca lorda da
> un lato, le narici ostruite, e tutti che mi guardano come il figliolo
> amorevole piegato su quella spuma di lumaca... ma la mano non trema, è ferma
> in un gesto esemplare: dopo i chirurghi gli infermieri le badanti il
> parentado gli acconciatori ecco infine il Figlio che dolcemente si china,
> eccomi che ti raggiungo, corpo egocentrico e stonato, emettitore di schiume
> necrotiche, la mia perseveranza viene a lambirti: pigiavo con delicatezza
> quel rivolo biancastro, tastavo a millimetri lo spessore del rigor mortis
> scivolando in una gora d'astrattezza, d'illusa materia che a malapena si
> concretizzava, e solo per offrirsi cedevole all'indagine delle dita, alla
> pressione minuta, all'atto univoco del tergere accuratamente la spoglia di
> Lui, come uno chef che liberasse il piatto di portata da uno sbaffo d'olio
> per la mise en place. Quell'attenzione: era il teatro che perdurava, anch'io
> un truccatore, un valletto, un mestatore, un abile servo di scena. O forse
> era solo l'urgenza del fare, del vivere attraverso uno scopo: anche minimo,
> anche strizzato nella piega del momento. Mia madre, a un tratto, l'aveva
> baciato sulla fronte, là dove un gelo bluastro ormai piallava quel suo
> caratteristico pentagramma di rughe, mia madre con le sue mani gentili
> aggrappate alla sponda della bara: al dito portava la fede nuziale, una vera
> d'oro giallo, la stessa che brillava all'anulare di Lui, confusa tra i grani
> smorti del rosario.