Il quarto artista è Dario Manco , e prima d’ora non lo conoscevo
affatto , è
nuovo, imprevisto, tutto segno, matematica, geometria , incastri,
labirinti, architetture spaziali caotiche , uno che non fa concessioni
allo spettatore, rigidamente monocromatico, bianco e grigio , con
qualche scavo marrone-nero, qualche ustione, qualche
bruciacchiatura , larghe ferite di memorie sui muri , o oltre i muri
che stende sulle tele , o sui pannelli , “pura essenza di concetto e
assenza di superfluo”, come scrive Cavalera. E la poetica del muro mi
richiama alla mente Antoni Tapies , un basco dai segni monocromatici
grigi illuminati, o meglio feriti o da un colore acceso, forte. Ma è
anche la poetica del gesto come impulso interiore , l’alfabeto
primigenio di Hartung, il punto zero di Jean Dubuffet,
soprattutto i sacchi di Alberto Burri e i concetti spaziali di Lucio
Fontana , degli spazi cosmici, dei gesti che si fanno eterni. “E’ un
territorio , quello di Manco , - scrive Dores Sacquegna – di
reminescenza , di sentimenti lontani e vicini , ma anche di ripresa
neo-spazialista in cui il “muro” non è solo una suggestione figurale
ed architettonica ma un’essenza concettuale” . Si muove tra le ombre
bruciate di Afro, intento a cercarle dentro di
se, nei muretti a secco della campagna di Melissano rivisitati dal
suo genio , all’ombra degli ulivi saraceni dove le immagini sono
ancora radicate alle loro origini oscure, alla loro sincerità
inconsapevole. Immagini come corrispettivo poetico della volontà di
mantenersi sul confine tra tenebra e scintilla , tra scavo (scuro)
della materia e sogno (bianco-luce) , tra aree grigie del tempo e
momento tragico (le ferite marroni o nere dell’esistenza) che annulla
l’opacità fisica del supporto
Manco cerca di concretizzare la spiritualità della materia come fa
Hazuo Shirago, creando uno spazio che altro non è se non lo spazio
della memoria , oscillazione in una dimensione lontana imbevuta dal
rimpianto o dall’attesa di un’altra atmosfera lontana .La sua è una
mano bruciata, due piume e un paio di scarpe in mezzo alla sparatoria
della vita , razzi e botte al muro, roba da Montedidio di Erri De
Luca, con l’occhio buono e l’ombra alle spalle, la farfalla nera, il
lauro, il carrubo , il mirto, il ginepro, le braccia che bruciano, e
il volo sotto il diluvio., i vasi e i piatti vecchi gettati dai
balconi l’ultimo dell’anno, e i fidanzati che precipitano nel vuoto,
abbracciati, con le loro voci che sono grumi caldi d’aria e ragli
d’asino, e che ora si fanno gridi a pieni polmoni, gridi che non ode
nessuno, e se anche li udissero nessuno ci baderebbe. E intanto loro
precipitano nell’ignoto, dove sta forse la verità. “ La vera
difficoltà dell’arte – diceva Constable , di tutte le arti, è quella
di unire l’immaginazione con la natura”.
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augusto