Ricordo l’ultima stretta di mano , l’ultima immagine della sua stanza-
cella-catacomba , l’ultima beffa , con le marine a cinquemila lire e
gli oli e le tempere sciolte nell’acqua dell’Adriatico , paesaggi
ghignanti che si disgregavano il giorno dopo come nelle dissolvenze
narrative di Borges. Splendido e dannato , teorizzatore di farisei ,
amico del manicomio, gran campo di grano bruciato , anima diseredata ,
anima da negro , drop out , ultimo
della terra , amara radice , sempre perennemente in fuga dal
microcosmo salentino, dalla “maledetta Lecce” da cui non potevi star
troppo lontano.…No, - diceva Antonio Massari - quello che mi stava
davanti non era più Edoardo , che era alto come il più alto dei pini
di San Cataldo , non era più Odoacre il maestoso , il nauseato, il
puro, il bellissimo ….In fondo la bellezza è qualcosa di difforme e
niente di più…Non più illuminazioni , né canti di Maldoror , non più
Sartre e Juliette Greco, ma una sedia , un povero letto, una
prigione putrida che puzza di piscio , di vernice e roba andata a
male. E un corpaccione nudo, sgraziato, lento a muoversi, lento a
comprendere, tornato analfabeta come un uomo delle caverne. Pitta non
sa che cosa , non mi riconosce più, non sa più parlare , nemmeno
cogli occhi..
Rivedo quella sua marina con le spume che camminano , quella marina
sbarrata dagli alberi listati a lutto per il controluce , e gli
alberi e i giunchi in primo piano che sono sbarre di prigione
composte con tre pennellate . Sabbia mare e cielo. Il mare. L’unico
vero suo grande amore , il mare che lui amava e da cui si sentiva
riamato. Un paracadute, una pianta , un giglio e un bacio sulla
bocca …e poi verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Vendeva marine a diecimila lire ai passanti di via Toma: “Vuei cu tte
li ccatti?” Non ne ho comprati nessuno , dice un barista. Che
peccato, chissà quanto valgono adesso, vero? Niente, non valgono
nulla. Non avere rimorsi, barista-birraio leccese. Sono come lui.
Campioni senza valore…Poco prima della morte era bello come un Cristo
deposto .Non dipingo più, diceva, non ho testa .
Era immenso come un campo di grano dentro un piccolo letto stretto ,
una sedia e un comodino un armadietto coi ritagli di carta , la
finestra aperta, l’aria agonizzante come in un orinatoio pubblico;
al di là della porta a vetri un cane latrava , lui si era risvegliato,
madido di sudore. Gli asciugai il viso col fazzoletto. Se lo lasciò
addosso, come un sudario. Erano le prove mortuarie. “Lo rivedo in
fondo al tunnel di tigli camminare come sul fuoco”. Era un creativo,
ma sai a questa latitudine nostra, a questa latitudine del tacco, la
fantasia, la creatività non basta , ci vuole di più, ci vuole
carattere , ci vogliono le palle e lui , pur essendo un gigante ,le
palle non ce l’aveva proprio. Anzi. Era di una sensibilità femminea,
come spesso capita alle nature creative.
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augusto