Molteplice e simultaneo , nodo continuo e vitale . Insonne fumatore
che dialogava con i merli e dava da mangiare ai piccioni di piazza
Duomo, che gli facevano ressa attorno, gli facevano un concerto
d’ali , un comizio grigio, come a un San Francesco salentino. E lui
rideva , rideva con la bocca ormai sdentata, e non sapeva più dove
mettere la lingua . E quella pancia dilatata e orribile , quel viso
ultimo stravolto , muto , assente .
Maledetta puttana della morte, eccolo il Cavaliere nero , stremato,
l’ex gigante , il vikingo di via Monte Sabotino che fa rutti e
scorregge ad ogni angolo di strada , il cavaliere visionario con la
carne nera e bucata , pieno di pustole , pus e sangue , e croste di
sabbia . Eccolo , il più talentuoso dei pittori leccesi , il
pattinatore folle dei marciapiedi , il pettinatore delle comete
d’agosto che dipinge nudo i suoi nudi quadri , le suo opere d’arte tra
l’informale e il materico , e l’arte del corpo , eccolo col foglio di
carta a terra , pieni di cerchi spezzati e colori intensi , segni
folli , accesi, malati , eccolo che dà
pennellatacce rosse e disperate (“ il rosso è il colore del fuoco ,
del sangue, del vino , della vita”), e lui , maldestro gigante ,
brutto e cencioso, con il culo di fuori e lo scroto pencolante ( “Io
sto sulle palle a loro e loro mi stanno sulle palle a me”)
Eccolo “nel vano tentativo , durato tutta una vita, di trascinare nel
maleodorante antro angusto la radiosa aristocrazia del mare e gli
spazi profumati di luce , dei boschi, con il vento che lievemente gli
accarezzava la bella chioma stinta di alghe selvagge” . E poi fuori
da quel tugurio eccolo per le strade di Lecce lungo la teoria , la
processione dei Bar , ormai tutti chiusi per lui, Santo Bevitore,
tranne uno, che non vuol far sapere chi è. No, non era
un bel vedere questo mendico cencioso, questo carro armato di stracci
e di sporcizia che si spostava da una strada all’altra della città,
ormai privo di sé e di qualsiasi aggancio con la realtà. L’avevano
voluto pazzo a tutti costi e tale s’era ridotto, dopo centinaia di
elettroshock , anni di ricoveri, migliaia di sedativi e docce fredde.
Era ormai per tutti lo scemo del villaggio, il pazzo di Lecce.
Un tempo prendeva la strada per il mare , a San Cataldo , undici
chilometri di timo , di odori di sabbia , per fare il bagno nudo
integrale , e dipingere qualche marina , un viaggio nel colore, con
le cabine senza pareti , e il mare che debordava nel vuoto che
delimitava i grandi fogli da disegno , e poi il disegno fulmineo , le
donne nude e prosperose , il geometrismo fallico , i suoi
dialoghi con la vagina ante litteram , i tanti disegni erotici di
stampo picassiano.
Mastodontico tumulo di carne con un’anima fanciulla , che dipingeva a
larghe pennellate come un Matisse salentino, creatura kafkiana , metà
sogno e metà circo ambulante , replay impossibile di un mondo che non
esiste più , che forse non è mai esistito , la tua non fu la morte
lenta e inesorabile del trasgressore. No, non ci fu alcun eroismo. Tu
avevi lasciato questa terra inospitale molto tempo prima , in punta
di piedi. Quello che parlava agitando le mani come
mannaie era solo un ectoplasma , un fantasma invendicato , un anima
implacata e amara che cercava ancora un paradiso che non c’è , una
pace che non esiste. Il tuo riposo del guerriero, del ribelle
creatore , il riposo del settimo giorno , nell’appagamento dell’uomo e
dell’artista incompiuto non c’è mai stato. Tu , Edoardo, sei fallito
in tutto, perfino “artisticamente”, se è vero come è vero che
nonostante celebrazioni, libri, simposi, film su di te, di amici ed
estimatori,
ancora nulla di concreto han fatto le Istituzioni, i Critici d’arte
che contano, i Grandi Mercanti Nazionali e Internazionali. Tutto ti
hanno sottratto i raccoglitori di sterco , gli affaristi a buon
mercato . Un poco alla volta ti hanno svuotato del tutto ,
completamente , finchè è rimasto solo il Matto , un uomo disabitato ,
una gigantesca crisalide , un immenso involucro , un buco nero , un
deserto con gli ultimi fuochi, gli ultimi bagliori per stupefatte
parole di cristallo
e fulminei incontri. ( “Non ho amici, io sono solo, sperduto,
abbandonato”). Ma questa è forse la sorte dei veri profeti, la sorte
dei veri poeti.
--
augusto