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Stefano Zecchi: Dov'è finita la sobria solennità del romanico?
CITTÀ DEL VATICANO -
La messa tridentina assicura maggior bellezza, ieraticità ed eleganza:
le conclusioni sono del professor Stefano Zecchi, docente di Estetica
all'Università di Milano e collaboratore de Il Giornale.
Con il noto cattedratico affrontiamo il tema delle bellezza nella liturgia e
nel pontificato di Papa Benedetto XVI che il professore definisce "il Papa
della bellezza per il numero infinito di volte che pronuncia questo vocabolo
nei suoi testi".
Professore: dal punto di vista estetico proviamo a stilare una comparazione
tra la Messa secondo il rito di san Pio V e quella post conciliare.. "Da un
punto di vista estetico non ho dubbi: quella tridentina garantisce ed
assicura maggior solennità, spiritualità, ieraticità. La gestualità del
celebrante è più diretta a Dio, vi è una dimensione verticale della
liturgia, alta e lontana dalla realtà di tutti i giorni. Insomma, si
garantisce maggiormente il mistero, che poi è il centro del sacrificio
della santa Messa".
Parlava di ieraticità.. "Se ci fa caso anche i pontefici di una volta, come
Pio XII sul cui conto sono state dette tante inesattezze, erano ieratici.
In quanto alla liturgia credo che questa ricerca del Papa Benedetto XVI
verso gli ortodossi, da un lato ha una valenza ecumenica, ma credo
sia influenzata da ragioni liturgiche: gli ortodossi celebrano il divino
sacrificio in modo solenne, come vuole il Papa".
Veniamo ora alla Messa post conciliare.. "Io non la condanno, fa parte
dei tempi e della contemporaneità. Ma indubbiamente questa malintesa
idea della creatività liturgica si è trasformata in anarchia, in ricreazione
con cadute di stile e di gusto".
Il nuovo cerimoniere pontificio, monsignor Guido Marini è attento al
recupero degli antichi paramenti.. "Fa bene, non è ammissibile la sciatteria
in nome della creatività. Poi è giusto e sacrosanto ricercare e valorizzare
la tradizione. Nessuno ha il diritto di cancellarla".
Un giudizio sull'estetica delle chiese post conciliari.. "Per un caso del
destino, presto sarò a Lecce ad un convegno sull'arte sacra. Oggi e
specialmente dopo il Concilio Vaticano II non si trovano chiese belle.
Sfido a trovarmene una decente. La colpa è degli architetti che male
hanno interpretato il senso assembleare. Mi chiedo dove sia finita la sobria
solennità del romanico o la ricerca di Dio del gotico".
Lei definisce Papa Benedetto XVI, Papa della Bellezza, perchè? "Intanto
perchè questo vocabolo viene citato molte volte nei suoi testi. Negli anni
90 la bellezza estetica era un tabù, quasi una offesa alla ragione. Il Papa,
invece, invoca un recupero della tradizione non fine a se stesso, ma
inserito nello spirito del tempo. La bellezza è un segno esteriore, ma
importante del bene e del buono, e della nobiltà che merita ogni
esaltazione. Insomma, basta con la sciatteria e cerchiamo di rivalutare
e restaurare la nostra tradizione".
Rinascimentosacro
guidotorinese scrive...
Il Santissimo dovrebbe stare al centro, in posizione visibile,
inequivocabile.
Tante volte sono entrato in una chiesa e mi son detto:
"E mò Lui dove sarà?".
Recentemente sono entrato nella cattedrale di Acqui Terme,
stesso problema, ho visto un tipo vestito di scuro, avevo buone
probabilità fosse un prete, così gli ho chiesto: "Scusi, dov'è il
Santissimo?
Di lumini rossi ce ne sono diversi, è giusto per non genuflettermi
davanti ad un contenitore vuoto".
Mi ha indicato il punto esatto, ma mi ha guardato
come fossi un omino verde che fa bip bip....
Il Foglio
RITO ANTICO: NON È SOLO IL LATINO
di Francesco Agnoli
Il latino non c'entra, celebrare la Messa secondo il rito di san Pio V
non è una questione linguistica.
Ci sono sacerdoti, vescovi e fedeli, per i quali la Chiesa cattolica
è un giovane virgulto di una quarantina d'anni.
Daterebbe, la sua nascita, all'incirca 1960 anni dopo Cristo, e
coinciderebbe con il Concilio Vaticano II e poi, ancor più, con la riforma
liturgica del 1970. Un po' come i testimoni di Geova, o i mormoni, il cui
fondatore vantava di aver ritrovato in una vecchia cassa il vero Vangelo
smarrito per secoli, anche certi cattolici ritengono che il verbo di Cristo
abbia risuonato inutilmente, incompreso, per interminabili anni, sino a una
leggendaria "primavera conciliare".
Costoro, quando si parla della liturgia di sempre, descrivono, con un
velato "razzismo", scenari lugubri, tenebre di ignoranza, miserie
intellettuali indicibili: prima della liturgia in volgare, le "donnine
biascicavano preghiere che non comprendevano", gli uomini uscivano dalla
chiesa durante la predica, i preti tuonavano e imprecavano dai pulpiti.
roba, insomma, da preistoria, da gente delle caverne, da fede infantile e
superstiziosa, sorta per sbaglio insieme a cattedrali e opere d'arte
meravigliose. Potrei crederci, se non avessi mai assistito a una Messa
antica e non avessi mai sentito cantare il "Pange lingua", lo "Jesus dulcis
memoria", o la "Missa de angelis"; oppure se non dovessi sorbirmi, talora,
i tamburi, le schitarrate, le prediche insulse, e il disprezzo,
involontario, dell'Eucarestia, protagonisti di tante messe odierne
in cui si è smarrito il senso del sacro e del mistero.
Certo, vi saranno stati anche dei piccoli ritocchi, giustamente
auspicabili anche per il vecchio rito, per adeguare ai tempi, non la
sostanza, ma il linguaggio, e del resto anche i padri conciliari più
tradizionalisti non lo negarono affatto. Ma nella sua essenza la Messa di un
tempo continua oggi ad affascinare uomini e donne che desiderano ancora
credere nella continuità della storia della Chiesa, che si sentono in
comunione con duemila anni di storia, perlomeno per il debito di gratitudine
che occorre avere verso chi la fede ce la ha tramandata. "Vi ho tramandato,
affermava san Paolo, ciò che anch'io ho ricevuto".
Per questo vi sono fedeli in tutta Italia che richiedono sempre di più
di poter conoscere il vecchio rito, benché tra i "sapienti" del tempio vi
sia talora indignazione e perfino disprezzo. Lo capisco leggendo un piccolo
librino appena scritto da Manlio Sodi, noto direttore nientemeno che della
Rivista Liturgica, intitolato: "Il messale di san Pio V. Perché la Messa in
latino nel III millennio". Si tratta di una critica al motu proprio, fatta
con apparente garbo, ma dimostrando in realtà immenso fastidio per chi non
capisce, e cioè, tra gli altri, per lo stesso Benedetto XVI. Sodi inizia la
sua denigrazione mettendo subito in confusione il povero lettore. Parlando
del messale di Pio V dice a pag. 3 che è stato "abrogato" e poi "abolito",
mentre a pagina 5 scrive: "ma la Messa in latino è sempre stato possibile
celebrarla! Dunque il problema è altrove".
Poi a pagina 26 afferma: "Anche il messale del Vaticano II (sic) è
pubblicato in latino. un ulteriore segno che mai è stata abolita la Messa in
latino". Si mena il can per l'aia, dicendo e contraddicendo, e infine
riducendo il problema liturgico a una questione essenzialmente linguistica.
Una lezione di storia in abiti eccentrici. I concetti ribaditi di
continuo da Sodi sono i soliti: il nuovo messale è più ricco, ha più
letture, ha tante preghiere eucaristiche, mentre il messale di Pio V è
povero, quasi rudimentale. Sempre, il discorso cade sulle letture,
sull'ascolto della parola: la centralità dell'Eucarestia, l'incontro con
Cristo fattosi carne, è assolutamente secondario, assente. La Messa, per
Sodi, è "un'esperienza viva di comunità celebrante", mentre il vecchio rito
"non ha contribuito a sottolineare che Cristo è presente nella sua Parola
quando questa si proclama nell'assemblea".
Si tratta a ben vedere, di una definizione della Messa non cattolica,
assai simile, se non identica, a quella protestante, che propone l'idea del
sacerdozio universale e riduce la Messa a un puro memoriale, in cui
l'incontro con Cristo non è reale, fisico, in "corpo, sangue, anima
e divinità", ma passa dall'ascolto della sua parola e dalla presenza
di persone disposte, bontà loro, a ricordarlo e a rileggerne
gli insegnamenti che furono.
La Messa come una lezione di storia, insomma, con abiti un po'
eccentrici. In quest'ottica Cristo sarebbe l'Emmanuele, il "Dio con noi",
principalmente, se non esclusivamente, con la sua Parola, alla condizione,
per di più, che questa si proclami alla presenza dei fedeli, e, come scrive
a pagina 30, dei "loro educatori, i presidenti dell'assemblea". Non servono
discorsi per commentare una visione così razionalista, estranea alla retta
dottrina sulla Messa: basti pensare alla figura di padre Pio, che
rappresenta nella storia del cristianesimo uno dei santi che più ha saputo
incarnare l'idea di sacerdote come ponte tra Dio e gli uomini. Padre Pio non
si è mai considerato un "presidente di assemblea", un semplice "educatore",
non solo perché celebrò innumerevoli volte da solo, senza fedeli, ma
soprattutto perché viveva nella sua carne l'incontro con Gesù
crocifisso,viveva, cioè, ogni momento, la sua Messa.
Le folle non accorrevano a lui per come leggeva le Sacre Scritture:
rimanevano affascinati dal modo in cui pronunciava le parole della
consacrazione, da come si inginocchiava davanti al corpo di Cristo, dalla
tenerezza con cui lo teneva tra le mani, dalle gocce di sangue che
sgorgavano dalle sue palme, dalla consapevolezza che aveva di essere,
nonostante tutta l'umana abiezione, un altro Cristo.
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