La città terrena e la città di Dio-La Danza esiste, dobbiamo solo danzarla
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Sujet: La città terrena e la città di Dio-La Danza esiste, dobbiamo solo danzarla
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Date: 22. Jul 2008, 00:10:13
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L'Osservatore Romano
Voluti da Pio VII nel 1808 per la coccarda dei soldati rimasti fedeli,
divennero quelli della bandiera dello Stato
Il giallo e il bianco da due secoli colori pontifici
di Claudio Ceresa
Alla Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano
del 26 novembre 2000, come alla precedente Legge fondamentale
del 7 giugno 1929, è allegata la riproduzione della bandiera ufficiale,
con la descrizione "drappo partito di giallo e bianco, col bianco caricato
al centro delle Chiavi incrociate (decussate) sormontate dal Triregno".
Come si rileva dal disegno, l'asta è cimata di lancia ornata di coccarda
degli stessi colori della bandiera e frangiata d'oro. Le dimensioni non
vengono specificate; tuttavia, l'altezza e la larghezza risultano uguali.
Esiste, probabilmente, un collegamento con i colori dell'oro e dell'argento;
sono state quasi sempre così raffigurate le Chiavi di San Pietro, ed erano
costituite con i suddetti metalli le due chiavi che, secondo un'antica
tradizione, venivano presentate al Pontefice quando prendeva possesso della
sua cattedrale, l'arcibasilica Lateranense.
La bandiera dello Stato non è da confondere con il vessillo di Santa Romana
Chiesa; tale insegna, le cui più antiche rappresentazioni risalgono
all'VIII/IX secolo, assunse sotto il pontificato di Bonifacio viii
(1294-1303), la forma che ha in seguito mantenuto. Si trattava di un drappo
di seta vermiglia, il cui fondo era cosparso simmetricamente di stelle a sei
punte ricamate in oro, e che recava al centro le chiavi incrociate
sormontate dal padiglione; il drappo terminava in due punte, ciascuna
delle quali era ornata da un fiocco d'oro.
Il vessillo, quindi, richiamava l'oro e la porpora, i cui colori erano
quelli tradizionali dell'antica Roma imperiale. Nei primi anni dell'800,
il rosso e il giallo comparivano ancora nella coccarda delle milizie
pontificie; per spiegare l'uso degli attuali colori della bandiera vaticana,
dobbiamo fare riferimento all'occupazione dell'urbe da parte delle truppe
napoleoniche, avvenuta nel febbraio 1808.
Il comandante delle milizie francesi, generale Miollis, fece ben presto
comparire sui muri della città dei manifesti, con i quali si imponeva
l'incorporazione delle forze armate del Papa in quelle napoleoniche.
Per gli ufficiali che rimasero fedeli al regnante Pio VII Chiaramonti
(1800-1823) vi furono arresti e deportazioni....
Per sottolineare l'unificazione, e probabilmente anche per aumentare la
situazione di incertezza, venne permesso ai militari di continuare a portare
la coccarda rosso-gialla, fissata sui copricapi.
Il Papa aveva però ben chiaro che Napoleone voleva assoggettare lo Stato
Pontificio, e il 13 marzo 1808 protestò energicamente. Ordinò, tra l'altro,
ai corpi che gli erano rimasti fedeli di sostituire la coccarda dai colori
romani con una bianca e gialla.
Nel diario di un contemporaneo, l'abate Luca Antonio Benedetti,
alla data del 13 marzo 1808 è così scritto: "Il Papa per non confondere
li soldati romani che stanno sotto il comando francese, con quelli
rimasti al suo servizio, ha ordinato una nuova coccarda gialla e
bianca. L'hanno adottata le guardie nobili e li svizzeri. La cosa è
piaciuta".
Tre giorni dopo, il 16 marzo, Pio VII comunicò per iscritto tale
disposizione al Corpo Diplomatico, e il relativo documento è da considerare
come l'atto di nascita dei colori dell'attuale bandiera dello Stato della
Città del Vaticano.
Anche questa volta, non mancarono repressioni tra quanti eseguirono la
volontà del legittimo Sovrano, e, in particolare, furono arrestate molte
Guardie nobili; inoltre, il generale Miollis fece adottare il nuovo
distintivo anche ai militi pontifici passati alla sua obbedienza. Il Papa
protestò nuovamente, con una nota che venne inviata il 20 marzo
all'incaricato d'Affari di Francia a Roma, unitamente a una lettera a firma
del pro-segretario di Stato, cardinale Giuseppe Doria Pamphili. Veniva reso
noto che il Santo Padre considerava l'incorporazione delle truppe e
l'adozione della nuova coccarda come un più alto segno di oltraggio
alla sua dignità.
Napoleone venne ben presto a conoscenza dell'opposizione di Pio VII;
scrivendo il 27 marzo da Saint Cloud al viceré d'Italia Eugenio de
Beauharnais, suo figliastro, ingiunse l'adozione della coccarda
tricolore, italiana o francese, con previsione, per i trasgressori,
della pena di morte.
Il Principe Eugenio eseguì prontamente gli ordini imperiali, con un editto
che fu emanato a Milano l'1 aprile; la previsione della pena capitale, che
non può non destare meraviglia, conferma che ci si trovava in un momento
di grande difficoltà, con il massimo rischio per il potere temporale
del Papa.
In effetti, circa un anno più tardi, il 17 maggio 1809, Napoleone decretò
l'unione di Roma e dello Stato Pontificio alla Francia. Pio VII scomunicò
i persecutori della Chiesa; nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809 il
vescovo di Roma fu arrestato, e iniziò per lui un lungo periodo
di esilio e prigionia a Grenoble, a Savona, a Fontainebleau.
Solo nel 1814 il Pontefice poté rientrare nella sua diocesi.
Papa Chiaramonti non aveva dimenticato l'episodio di sei anni prima, e sul
copricapo delle truppe romane tornò la coccarda bianca e gialla, segno di
fedeltà al legittimo Sovrano.
Nella Città del Vaticano, la bandiera viene esposta in solennità religiose
e civili. Per esempio, nei giorni di Natale, Pasqua, Festività di Maria
Santissima Madre di Dio, Epifania, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini,
festa dei Santi Pietro e Paolo, Assunzione di Maria; inoltre, per
l'onomastico, il genetliaco e l'anniversario dell'elezione e del solenne
inizio del ministero del Papa, l'anniversario della Conciliazione fra la
Santa Sede e l'Italia, i Ricevimenti ufficiali di Capi di Stato, le visite
ufficiali del Santo Padre in Roma, le beatificazioni, le canonizzazioni,
le cerimonie di apertura e chiusura della Porta Santa.
La bandiera si issa all'alba e si toglie al tramonto.
http://www.vatican.va/news_services/press/img/ss_scv/insigne/scv_bandiera.jpg
Romasette
Riscoprire Chesterton oltre Padre Brown
di Marco Testi
Grazie a Bompiani possiamo rileggere uno dei romanzi più significativi
del '900, "L'uomo che fu giovedì" di Gilbert K. Chesterton. Però se questa
edizione avesse lasciato in apertura la stupenda lettera-dedica a E. C.
Bentley e una delle più aggiornate traduzioni (questa è piuttosto datata e
irta di arcaismi lessicali) cui ci avevano abituato altre edizioni, avrebbe
sicuramente reso un favore al lettore non ancora chestertoniano.
"L'uomo che fu giovedì" tocca corde molto profonde, che non sono solo
quelle cristiane, ma appartengono a chiunque si sia trovato un giorno a
pensare controcorrente. È un romanzo che ha fatto veri e propri miracoli,
come nel caso di Dawn Eden, la creatrice di "Sex and the city", che ha
attribuito la sua recente conversione alla lettura di "L'uomo che fu
giovedì". E mette in condizione l'uomo che ha scoperto la fatica di remare
controcorrente di capire che altri remano con lui nella stessa direzione
apparentemente solitaria. Il libro sembra suggerire che la sensazione di
solitudine è un prodotto illusorio di una propaganda che tende a mostrare
ogni pensiero non allineato come reazionario e infantile. Per questo sembra
scritto oggi.
Nel 1908 il romanzo era una risposta alle sollecitazioni che
provenivano da Oscar Wilde e George Bernard Shaw (altri "nemici"
da battere erano Nietzsche, gli anarchici, i marxisti). Ma "L'uomo
che fu giovedì" è in pratica la proposta di un cristianesimo non come
religione pacificata e benpensante, bensì come testimonianza radicale
di lotta e di sacrificio.
È una tesi mirata a togliere terreno sotto i piedi dell'anarchismo e
del marxismo, i cui esponenti attaccavano la religione come consolazione
per far dimenticare i problemi della classe operaia. Ma "L'uomo che fu
giovedì" non è una trattazione filosofica o saggistica (argomenti che
Chesterton tentò con "Ortodossia", nel 1908 e "The everlasting Man",
1925), sebbene una favola moderna, in cui i concetti sono espressi sotto
forma di allegoria e di parabola, nella migliore tradizione della
letteratura cristiana ma anche del giallo classico e della storia
meta-temporale di Dick: un poliziotto-filosofo si infiltra in
un segretissimo gruppo di dinamitardi anarchici, guidati dal feroce
Domenica (tutti i membri dell'accolita portano il nome di un giorno
della settimana), e sperimenta per la prima volta il Getsemani,
cioè il terrore e la solitudine estrema, agnello tra lupi pronti a
scannarlo.
Lo scioglimento dell'azione si rivela uno dei più commossi epiloghi
della narrativa del Novecento. Domenica afferma, dopo aver accolto i suoi
inseguitori in uno splendido giardino, «Io sono il giorno del riposo. Io
sono la pace di Dio». I poliziotti allibiti capiscono che l'avventura ha
significato per loro la conoscenza del vero cristianesimo: il Venerdì Santo
prima della Pasqua di risurrezione. Dio li ha costretti a lottare, a
sentirsi soli e perduti prima di mostrare loro la sua pace.
http://davidszondy.com/future/man/chesterton.jpg
Ares
Intervista a Eugenio Corti
Una saga poderosa sulla presenza del Male nel XX secolo.
E sugli uomini che vi si opposero, a rischio della vita.
Alfredo Tradigo
Passando per le verdi colline della Brianza per raggiungere Besana da cui
partono e ritornano, quando ritornano, i ragazzi del 1920 descritti da
Eugenio Corti nel suo bellissimo romanzo-fiume Il cavallo rosso, ci
accorgiamo che il paesaggio lombardo, sotto la pioggerellina estiva,
richiama in qualche modo quello inglese della Contea di casa Baggins
descritto da Tolkien ne Il signore degli anelli. Gli indimenticabili Bilbo,
Frodo e Sam Gamgee, che partono e ritornano dall'amata Contea, non
assomigliano, del resto, a Stefano, Manno, Pierello e Michele, gli antieroi
di Corti, anche loro lanciati nell'avventura di combattere le forze oscure
del Male, la guerra e le ideologie del XX secolo?
Certo, Il cavallo rosso è un romanzo storico che attinge a fatti e
personaggi reali, Il signore degli anelli è un grande racconto fantastico
che attinge al mondo della mitologia. Ma anche il libro di Corti è una
voluminosa trilogia che supera le 1.200 pagine e attinge alle potenti
immagini del Libro dell'Apocalisse: il cavallo rosso, il cavallo livido e
l'albero della vita. Infine, sia Tolkien sia Corti sono scrittori cattolici,
con una visione provvidenziale della storia.
I pensieri si fermano qui, davanti alla villa della famiglia Corti,
affacciata sulle prealpi lombarde. Il cancello è già aperto e - molto simile
a quelle cime - Eugenio Corti, 87 anni, ritto come una sentinella ci
accoglie in giardino....
- Cosa significa per lei avere scritto un romanzo storico che, pur nella
libertà della creazione artistica, abbraccia il secondo Novecento e racconta
fatti veri e personaggi reali?
«Prima di iniziare a scrivere mi sono posto il problema che già Alessandro
Manzoni aveva sollevato sulla validità del romanzo storico: dopo avere
descritto ne I promessi sposi la peste di Milano del Seicento, Manzoni sente
il dovere di riscriverla in La storia della colonna infame in modo più
obiettivo, con l'intento di fare pura opera di storia. Bene, proprio
rileggendo La storia della colonna infame mi sono reso conto che la peste
"vera" è quella descritta ne I promessi sposi, perché lì c'è la percezione
viva della realtà delle cose. Così Manzoni, condannando il romanzo storico,
in realtà lo giustificava. Da qui sono partito per raccontare le vicende di
alcuni giovani della Brianza che hanno vissuto il dramma della Seconda
guerra mondiale. Una storia aderente al vero, ricostruita in modo che il
lettore potesse affacciarsi su quella realtà, guardarci dentro, riviverla».
- Ci può fare un esempio concreto di questo approccio, di questa sua
aderenza alla realtà?
«In Il cavallo rosso c'è la descrizione della ritirata di Russia che ho
vissuto in prima persona; ma anche la narrazione, ancora più terribile, dei
campi di prigionia sovietici, in particolare di quello di Crinovaia dove,
per la fame, si arrivò addirittura a episodi di cannibalismo. Io non sono
stato testimone diretto di quei fatti ma, appena tornato, me li sono fatti
raccontare dai sopravvissuti. Un giorno, a una presentazione del libro, un
tale mi abbraccia e mi dice: "A Crinovaia c'ero anch'io!". Gli rispondo che
non ero mai stato in quel lager. Ribatte: "Ma come, se hai raccontato per
filo e per segno la vita di noi prigionieri?". Ecco, questa è stata per me
la prova che è possibile scrivere un romanzo storico senza inventare niente,
attenendosi scrupolosamente ai fatti».
- Signor Corti, dopo aver visto in faccia il Male, com'è ancora possibile
per noi oggi sperare?
«Quasi ogni settimana vengono a trovarmi gruppi di ragazzi che hanno letto
il libro e vogliono sapere come mai queste tragiche esperienze non mi hanno
fatto perdere la fede. Io spiego loro che, avendo avuto un'educazione e una
cultura cristiana, l'impatto col Male, i terribili orrori commessi da
nazisti e comunisti, mi hanno confermato più che mai sulla giustezza del
cristianesimo. I due sistemi ideologici cercavano di realizzare una società
ideale, e intanto perseguitavano ed eliminavano milioni di individui. Mi
sono ricordato la visione di sant'Agostino: la città terrena governata dal
Principe di questo mondo che è omicida, menzognero, scimmia di Dio; e la
bellezza della città celeste, governata da Dio stesso. Nel XX secolo si è
consumata la tragedia del mondo occidentale che, dimenticato Dio, ha fatto
prevalere il modello della città terrena. Così Il cavallo rosso, come ha
scritto uno storico inglese, segna lo spartiacque tra due mondi, tra due
concezioni della vita drammaticamente attuali».
- Ci parli dei suoi personaggi: Manno, Stefano, Michele, Alma, Colomba,
tutti rigorosamente veri, quando non addirittura autobiografici...
«Ho cercato di descrivere sempre e solo persone che
ho incontrato veramente nella mia vita; per costruire un personaggio,
a volte ho messo insieme due o tre persone; oppure, viceversa,
da una persona reale ho tratto due personaggi, magari uno maschile
e uno femminile. Sarebbe impossibile tenere vivo un personaggio
inventato in un romanzo storico di questa lunghezza e che abbraccia
quarant'anni di storia italiana. Alcuni protagonisti di Il cavallo rosso
sono inseriti "di peso" nella narrazione: papà Gerardo Riva e sua moglie
Giulia sono la perfetta fotografia di mio padre e di mia madre;
per Alma, la moglie di Michele, una delle figure femminili a cui
sono più legato, ho preso l'aspetto fisico da una persona che mi è
molto vicina e quello spirituale da un'altra donna che mi è
altrettanto vicina».
- Quanti figli eravate in famiglia?
«Dieci, sei maschi e quattro femmine; il più anziano sono io, tre maschi
sono mancati, tra cui Piero Corti, che è stato medico in Uganda dove ha
fondato l'ospedale di Gulu. Mio fratello Corrado, che nel romanzo è padre
Rodolfo, è missionario in Ciad e ogni volta che ritorna in Italia ci
ritroviamo tutti insieme, qui nella casa paterna di Besana Brianza: l'ultima
volta, tra nonni e nipoti, eravamo in 115 persone».
- In Il cavallo rosso, insieme con padre Agostino Gemelli e Giuseppe
Lazzati, lei cita anche don Carlo Gnocchi. Lo conosceva bene?
«Siamo stati grandi amici: è stato don Carlo a celebrare il mio matrimonio
con Vanda di Marsciano ad Assisi, nel 1951, nella chiesa di San Damiano. Don
Gnocchi, rimasto orfano di padre, ha vissuto
dall'età di due anni qui a Besana Brianza, nella frazione
di Montesiro; lui era cappellano degli alpini, io nell'esercito
regolare, e l'esperienza della guerra ci ha uniti ancora di più».
- Come passa le sue giornate?
«A 87 anni il mio rendimento è diminuito anche se, grazie a Dio, la mente
è libera e lucida: la mattina scrivo, nel pomeriggio passo altre tre
o quattro ore alla scrivania, alla sera rileggo e mi documento
per il giorno dopo. Sto lavorando a quello che penso sarà il mio
ultimo libro: si tratta di una raccolta di scritti sul Medioevo che uscirà
per Natale. Il Medioevo è il periodo della storia che amo di più e che
conclude un ciclo di racconti per immagini, quasi trame da film:
ho iniziato con le vicende delle reducciones gesuitiche nel Paraguay:
La terra dell'indio; poi ho descritto la tragedia degli ammutinati del
Bounty: L'isola del Paradiso; il mio ultimo libro è stato Catone l'antico,
che racconta il mondo romano minacciato dai barbari».
- Il cavallo rosso è un libro che, come scrivono tanti suoi lettori, si
vorrebbe non finisse mai. Lei lo sigilla con una frase del poeta inglese
T.S. Eliot: «Ecco ora svaniscono i volti e i luoghi, con quella parte di noi
che, come poteva, li amava, per rinnovarli, trasfigurati, in un'altra
trama ». Signor Corti, qual è questa "altra trama" che fa sì che le storie
e i volti raccontati non si perdano mai?
«L'"altra trama" di cui parla Eliot è la realtà vera e definitiva
del Paradiso. Tutte le persone, il mondo che abbiamo conosciuto
in Il cavallo rosso, si rinnoveranno e si ritroveranno nel mondo vero,
quello dell'aldilà».
http://www.ascoltalaradio.it/speciali/immagini/corti.jpg
Tempi
Una luce nel buio modernista
Thomas Howard racconta l'amico C. S. Lewis, «un uomo
del vecchio Occidente» che per illuminare il mondo alla deriva
si mise a scrivere storie "sbagliate"
di Thomas Howard
Esce in Italia presso Marietti Narnia e oltre, il volume che Thomas Howard,
uno dei più amati scrittori cattolici americani e amico e studioso di Clive
Staples Lewis, ha dedicato all'autore de Le cronache di Narnia, salutato
dalla critica internazionale come uno dei contributi fondamentali per la
comprensione dell'opera dello scrittore irlandese. Il volume sarà presentato
al prossimo Meeting di Rimini dal traduttore e curatore Edoardo Rialti.
Pubblichiamo in anteprima alcuni stralci dal capitolo introduttivo.
Di Thomas Howard
Sul principio della Seconda guerra mondiale fece la sua comparsa
in America e in Inghilterra un libro bizzarro.
Pareva una raccolta di lettere da parte di un vecchio diavolo a uno
più giovane, che gli insegnava come trattare l'uomo assegnatogli
come sua speciale responsabilità demoniaca.
Il libro era bizzarro per svariati motivi. Tanto per cominciare
uno non incappa tutti i giorni in lettere infernali, e tuttavia questo
non era un volume sull'occulto, né sul satanismo né su qualsiasi altra
sorta di arcano; inoltre era insolito che, nel mezzo degli anni più
tenebrosi che l'Occidente avesse conosciuto da oltre un secolo,
si focalizzasse l'attenzione della cristianità non a commentare
la paura e la situazione apocalittica della politica, bensì a una
ben più antica, ben più vasta, e infinitamente più allarmante situazione che
la nostra razza stesse vivendo da eoni. Ed era inoltre strano che nel bel
mezzo del XX secolo, in seguito a decenni di sforzi assidui da parte della
Chiesa moderna in Occidente di "desupernaturalizzare" l'antica Fede sotto
il fuoco di fila del romanticismo tedesco, delle critiche più raffinate, del
darwinismo, del freudismo e così via - proprio quando tutto questo impegno
pareva avesse tutto ridotto perlomeno al protestantesimo - ecco comparire
questo libro che presupponeva, spensieratamente e pacatamente, che il
Diavolo esista davvero, oh Santo Cielo.
C'era la teologia cristiana che, tirando ansiosamente per le falde della
giacca il mondo occidentale, ci rassicurava tutti che non si dovesse credere
neppure per un momento in alcuna assurdità sui miracoli o su un
Dio-fatto-carne, su parti verginali e così via, e persino meno ancora su
Satana; ed ecco sopraggiungere un libro, che non era scritto da un
predicatore di campagna con i calzettoni bianchi assiso su un podio, ma da
un accademico di vasta cultura e luminosa intelligenza, il quale credeva
ovvi simili affari scomodi. Naturalmente il libro era Le lettere di
Berlicche, e l'accademico era Clive Staples Lewis.
Un modo per esprimere quello che Lewis riteneva essere il suo compito
letterario sarebbe quello di dire che egli desiderava condurre i suoi
lettori nei pressi di una finestra che gettasse uno sguardo fuori dalla
stanza buia e soffocante della modernità, per spalancarne le imposte e
indicare a noi tutti l'enorme vista che si stende oltre la stanzetta nella
quale siamo rinchiusi. Egli era alla disperata ricerca di qualsiasi
strumento, immagine, oggetto nella stanzetta che fosse in grado di suggerire
quel che voleva comunicarci: dobbiamo andare alla finestra e guardare fuori.
Sembra strano parlare della modernità come di una stanza buia e soffocante;
l'erroneo presupposto comune è che nell'ultimo paio di secoli abbiamo
assistito alla nostra fuga dalla stanza buia e soffocante della tradizione
e che questo sia il nocciolo di tutto, visto che l'Illuminismo viene
considerato quella luce che è stata finalmente accesa; o meglio ancora,
che noi siamo finalmente usciti alla luce, la luce dell'"emancipazione"
su tutti i fronti; siamo pervenuti al nostro autentico patrimonio di esseri
umani, soli nel cosmo, autonomi, finalmente autodefiniti.
Gli antichi avevano tanto penato all'ingenuo pensiero che ci fossero
gli dèi e che gli uomini venissero chiamati innanzi a tale alto tribunale
per rendere ragione delle proprie azioni. Pensavano ci fosse un gran
movimento d'angeli e demoni su e giù per l'universo, ed esistessero
candide entità celestiali da adorare, e oscure entità infernali da temere.
Pensavano che Bene e Male fossero degli imponenti punti fermi,
uno da perseguire e l'altro da sfuggire, e che il primo portasse
alla beatitudine e l'altro alla dannazione. Eccoci adesso invece
con gli strumenti per arrivare alla verità delle cose nuda e
semplice: il lettino dell'analista, la provetta, il questionario,
il computer; saranno questi a liberarci, laddove l'aspersorio, il turibolo,
il libro del vangelo e il crocifisso hanno fallito. Naturalmente ci vorrà
del tempo per fare piazza pulita, ma finalmente si comincia e presto
potremo iniziare a costruire l'edificio vero e proprio, il tempio
dell'Uomo. Tale suona l'adagio della mitologia contemporanea.
La sovversione comincia dal re
Lewis si è battuto per trovare il modo di parlare a un'epoca con la quale
virtualmente non condivideva alcun presupposto. Si autodefiniva
«un uomo del vecchio Occidente», volendo con questo significare
che egli abbracciava la prospettiva generalmente impugnata
dalla tradizione greco-cristiana.
Assistette con timore e persino con nausea spirituale al programma
in atto nella modernità e cercò di trovare un modo per piantare
nell'immaginazione moderna qualche memoria di una visione
alternativa. Capì l'impresa e la intraprese con il più antico dei metodi a
disposizione: cominciò a raccontare delle storie. I suoi racconti più noti
sono le sue Cronache di Narnia, e dopo quelle ci sarebbe la sua
fantascienza - o per meglio dire i suoi romanzi sul "Cielo Profondo": lo
spazio era una di quelle idee moderne che egli riteneva inadeguate rispetto
alla realtà.
Secondo un certo approccio le storie di Lewis sono terribilmente
sbagliate: sono piene zeppe di idee perniciose che andrebbero eliminate,
se prestassimo attenzione alle commissioni che siedono in qualche
importante ufficio governativo e ci dicono cosa possiamo fare delle
nostre anime e delle anime dei nostri bambini.
Per esempio, ecco un re: questo è male, perché inserirà nell'immaginario
dei nostri figli un'idea incompatibile con la linea di pensiero egualitaria
che cerchiamo tanto assiduamente di inculcare loro.
Eccoli nei loro primi, impressionabili anni a godersi tutte quelle scene
regali di Narnia. E quel che è peggio è che il re è buono; avrebbe dovuto
essere cattivo, così da impersonare quello che veramente vorremmo loro
suggerire - che l'autorità assoluta sia per sua natura tirannica. Ed ecco
poi all'opera nei mondi di Lewis un ordine morale, stabile, sereno,
assoluto, e beato, cose il cui odore non ci aggrada; preferiamo l'immagine
della ricerca infinita, e dell'innovazione, e dell'auto-autenticazione, dove
gli eroi cercano senza trovare, e nel cercare forgiano la loro propria
morale sull'incudine della passione. Per noi l'immagine di un ordine morale
prefissato pare soffocante: tiene l'umanità incatenata a una perpetua
infanzia, a strisciare dinanzi a totem e tabù, sempre cercando di vivere un
qualche schema coniato da una divinità maligna che non sa affatto cosa
significa essere uomini. Quello che vogliamo è Prometeo: è la sconfitta
degli dèi che troviamo tanto avvincente e suggestiva.
Ma nel mondo di Lewis (a dire il vero in tutti i mondi e gli schemi morali
fino ai giorni nostri) troviamo che l'ordine prefissato che presiede in modo
così sereno e assoluto alle vite e alle azioni delle creature non solo
non paralizza la loro libertà e personalità, ma è sinonimo di esse.
Libertà, l'opposto della spontaneità
Ai moderni tale idea di una moralità fissa risulta repressiva. Oggi diciamo
che quel che ci serve per l'autentica libertà sono spontaneità, funzionalità
e autodeterminazione. Invece Lewis ci avrebbe indicato l'immagine
delle cose lodate da tutti i poeti, i profeti, i saggi e i santi, ossia che
paradossalmente noi cresciamo nella nostra autentica identità e libertà
imparando i passi della Danza. La Danza esiste, già coreografata, e la sua
musica sta già suonando; tutte le creature stanno già danzando. La cosa
grandiosa è apprendere i passi che ti sono affidati e muoverti al tuo posto.
D'altro canto la Città di Dio (per il pensiero di Lewis, e quello di
sant'Agostino e di san Giovanni dell'Apocalisse e di altri ancora)
è una città squadrata, dalle fondamenta di diamante e dalle alte mura,
i cui abitanti hanno appreso la beatitudine nei passi della Danza.
Si chiamano santi, e la loro gioiosa visione delle cose è del tutto
remota dall'immaginario contemporaneo. Le opere d'immaginazione
di Lewis adombrano tale visione, perché se c'è una parola che rintocca
come il suono di mille campane dalla terra di Lewis, questa parola è Gioia.
http://www.utenti.lycos.it/ffoundation/ilparadisobangelico.jpg

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| 22.07. |
 | La città terrena e l | | | donquixote |
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