Vaticano e destra attaccano-La medicina per questa società malata
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Sujet: Vaticano e destra attaccano-La medicina per questa società malata
De: donquix...@tiscalinet.it (donquixote)
Groupes: it.cultura.cattolica
Organisation: TIN.IT (http://www.tin.it)
Date: 17. Jul 2008, 23:19:31
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Giuseppe Biffi
Nuovo affondo di "Famiglia cristiana" contro il governo. Ora il settimanale
dei Paolini attacca violentemente il provvedimento di far schedare le
impronte dei bambini rom. «Alla prima prova d'esame i ministri "cattolici"
del governo del Cavaliere escono bocciati, senza appello», così si legge
nell'editoriale dell'ultimo numero della rivista. «Per loro la dignità
dell'uomo vale zero. Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e
l'indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini
rom». Il settimanale denuncia anche il «silenzio assordante contro
l'indecente proposta di Maroni».
"Famiglia cristiana" è la voce del profeta che grida nel deserto? Mah.
Almeno in questo caso le "denuncie profetiche" del settimanale dei Paolini
appaiono parecchio fuori bersaglio e con venature di larvata ipocrisia. Il
vero scandalo non sono le impronte digitali. È il modo in cui vivono i
bambini rom. E i veri razzisti, i veri barbari sono quelli che, non facendo
nulla, hanno consentito che tutto questo continuasse, indisturbato per anni:
bambini picchiati e costretti a mendicare, bambini mutilati per fare più
compassione, bambini mandati a rubare e a prostituirsi, bambini minacciati,
laceri, obbligati a restare agli angoli delle strade fino a notte quando
tornano stremati ai loro cartoni infestati dai topi, bambini calpestati,
tenuti al guinzaglio, usati addirittura come cavie per addestrare i cani da
combattimento. Ora finalmente c'è qualcuno che interviene, che prova a dire
basta a questi orrori.
Il Comitato "Troviamo i bambini" (500mila iscritti in 130 Paesi),
un'autorità in materia di minori scomparsi, con un Comunicato Stampa si
schiera apertamente a favore del progetto di identificazione dei bambini
rom proposto dal Governo.
"Ogni anno - spiega Cora Bonazza del Comitato - ne spariscono a centinaia:
bimbi di cui spesso non c'è nemmeno una foto".
E il fenomeno è in aumento. I minori stranieri scomparsi nel 2005
erano 403, 486 quelli nel 2006 e ben 757 quelli nel 2007
(curioso: la Romania entra nella Ue e i minori stranieri
scomparsi raddoppiano).
Nei primi tre mesi del 2008 sono spariti 257 minori stranieri
(cfr. Libero 2 luglio 2008).
I dati completi li trovate qua di seguito. Sono dati impressionanti.
Ancora una volta "Famiglia cristiana" pare abbia fatto proprio una magra
figura e un pessimo servizio alla verità. Se almeno si togliesse l'aggettivo
"cristiana" i danni sarebbero senz'altro minori...
Agenzia Dire
Gelmini: a scuola con il grembiule? Si può fare
ROMA - Ritornare al grembiule obbligatorio per tutti alle elementari?
"Perché no?". Secondo il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini,
questa è una proposta che "si può prendere in considerazione". Ad avanzarla,
oggi, durante un'audizione in commissione Cultura a Montecitorio, è stata
una giovanissima deputata del Pdl, la trentunenne Gabriella Giammanco, che
siede tra i banchi della commissione proprio in sostituzione della Gelmini.
Il ritorno al grembiule obbligatorio "è una cosa che si può prendere in
considerazione", sottolinea il ministro, "le motivazioni addotte, peraltro,
sono convincenti: non è solo un fatto di ordine, ma anche di uguaglianza
sociale tra i ragazzi che oggi, già in giovanissima età, portano abiti
firmati". Secondo la responsabile del dicastero di viale Trastevere, sarebbe
bene dare "pari condizioni di partenza, può essere interessante ed è curioso
che la proposta arrivi proprio da una delle parlamentari più giovani".
L'ESPERTO - Tornare al grembiule obbligatorio? "La proposta
è un po' vecchia e di tanto in tanto rispunta, ma il criterio è giusto:
creare uniformità e interrompere le inutili gare di griffe tra i bambini".
La pensa così lo psicoterapeuta dell'età evolutiva, Federico Bianchi
di Castelbianco, che insiste: "L'idea è positiva perchè così si tolgono
ai bambini le fisime degli adulti legate all'esibizione di griffe. E ha
anche un effetto positivo sull'autorevolezza della scuola che assume
un ruolo molto più forte sui bambini, il che- chiude- facilita gli
insegnanti".
Tg.com
Scuola, "Ritorni il 7 in condotta"
Il ministro Gelmini contro il bullismo
Più rigore e disciplina nelle aule per formare studenti più responsabili.
E' così che il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, immagina
la scuola del futuro.''Credo che dovremo reintrodurre la condotta
come elemento di valutazione, perché occorre anche dare agli insegnanti
uno strumento adeguato per poter pretendere disciplina e rigore''
ha dichiarato a margine del decennale dell'Università dell'Insubria
a Varese.
"Credo che valutare la maturità di un ragazzo significhi certamente valutare
i suoi risultati dal punto di vista dell'apprendimento - ha aggiunto -, ma
anche il comportamento e lo stile di vita''. Per il numero uno
dell'Istruzione si tratterebbe di una necessità "di fronte al ripetersi di
gravissimi episodi di bullismo - ha spiegato -, accanto alla disponibilità a
capire e affrontare il disagio di tanti giovani, va pure ristabilito il
principio di autorità dando strumenti adeguati ai docenti. Nei casi estremi
è possibile prevedere la bocciatura per comportamenti inaccettabili".
La proposta del ministro è stata accolta con favore dall'Associazione
nazionale presidi e dal Moige. Il Movimento italiano genitori ha, infatti,
espresso apprezzamento per il ripristino di quegli strumenti e di quelle
norme ''che non solo consentono una valutazione piu' ampia della crescita e
della maturazione dei ragazzi, ma soprattutto mirano a restituire alla
scuola l'autorita' che merita attraverso l'ordine, la legalità e il
rigore''. D'accordo anche il Movimento Studenti Cattolici: "C'è la necessità
di affrontare il tema del comportamento a scuola attraverso regole chiare e
condivise da tutta la comunità scolastica che prevedano sanzioni
disciplinari adeguate".
L'Occidentale
W la riforma Gentile, quando la scuola sapeva da che parte andare
di Raffaele Iannuzzi
La scuola è un microcosmo di problemi in un macrocosmo di guai. Un
microsistema che annaspa in un macrosistema italiano pieno di falle e
storture. Draghi ha scoperto che il sistema bancario fa acqua da tutte le
parti, che i mutui sono un'emergenza che strangola le famiglie e che la
liquidità di cassa per le famiglie è diventata una chimera. Magnifico: dopo
l'acqua calda, abbiamo cotante autorevoli scoperte. Bene, la scuola soffoca
in questo stagno.
Ida Magli propone una serie di cose interessanti, acute e inscritte nel
contesto ampio di analisi fuori dagli schemi tipiche della grande
antropologa; aggiungerei un dato di fondo che è stato soltanto sfiorato
dalle riflessioni della studiosa: la scomparsa della visione. Quel che gli
anglosassoni chiamano vision ed alla quale fanno seguire l'altra paroletta,
mission. Visione e missione. Il resto ne consegue.
Non meccanicamente, certo, non deterministicamente, ma gli esiti
importanti per il sistema-paese scaturiscono da quei nessi.
Ora, la scuola non vive in un altro mondo. Non è una scheggia impazzita,
ma il prodotto di un sistema che non ha mai creduto che una persona possa
farcela con le proprie forze, che ha sempre snobbato gli innovatori,
che ha introdotto nelle teste degli studenti il tarlo del servilismo,
della servitù volontaria, che non ha mai spinto sulla qualificazione
del personale docente, semplicemente perché il personale è fatto
di persone e se le persone contano zero in un dispotismo corporativo,
fate i vostri conti. Tutto qua. Si fa per dire. Prima si apre la scatola
nera della consapevolezza su questi nodi e poi si potrà parlare di strumenti
e di soluzioni. Questi ultimi non esistono al di fuori della presa d'atto
della realtà, con scienza e coscienza, infine della ricostruzione di un
sistema a partire dal capitale umano.
Le soluzioni buone sono quelle della Magli (Una proposta (originale)
per la scuola, Il Giornale, 12 giugno), ne possiamo aggiungere altre,
sono note, alcune sono più originali, ma la sostanza rimane la stessa:
il pensiero è l'antenato dell'azione. Dobbiamo prima aver chiaro
di cosa stiamo parlando, verso quale obiettivo vogliamo andare tutti
insieme, con quali valori e con quale missione, con quale visione.
La scuola di Giovanni Gentile ha rappresentato un salto quantico
nella storia italiana ed europea proprio perché queste cose erano
chiare e non solo nella testa del grande filosofo.
Del resto, piaccia o non piaccia, quel modello ha prodotto
il meglio dell'Italia, questo produce solo scorie culturali
e parassiti potenziali.
Basta girare per le scuole, entrare in qualche aula, guardare i docenti
negli occhi privi di qualsiasi luce e bagliore, per rendersi conto
che la sfida si gioca a quel livello.
Dopo mezzo secolo di puttanate sulla fine dei valori, delle istituzioni,
del padre e dell'autorità, la morte di Dio, dell'io e di tutto il resto,
cosa ci aspettavamo?
Meraviglie culturali, produzioni avanzate, ventagli di ricerche aperte
al mondo, fondamenti etici?
Non è più il tempo di de profundis, non è più tempo di requiem anticipati,
ci vuole altro.
Ci vuole nerbo, chiarezza e pragmatismo, soprattutto, in primo luogo,
consapevolezza.
Il pensiero è l'antenato dell'azione.
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Avvenire
Sindrome del fortino e accanimenti vari
Gianni Gennari
All'"Unità" si sentono accerchiati. Incombe la nuova proprietà, e si
capisce. Il giornale "fratello", "Europa": "Cara Unità, devi cambiare anche
tu", spara critiche per gli eccessi di populismo, tra satira e calunnia,
che da qualche anno impera e i cui frutti si son visti a piazza Navona. Il
direttore ne ha scritto "Peccato"! E si capisce anche questo. Non si capisce
però perché in tanto trambusto loro poi vadano sempre a sbattere sullo
stesso muro cercato e voluto.
Giovedì, dopo la sentenza Englaro, di fronte alle riserve cattoliche
ecco lo strillo in prima, "Vaticano e destra attaccano", e il titolone a
tutta p. 2: "Il Vaticano scatenato"
È solo una diversa opinione? No, per loro è "attacco scatenato".
E ieri il bis, anche peggiore. Fascia rossa in prima pagina con
citazione che dichiara: «è legittima l'interruzione di procedure mediche
straordinarie e sproporzionate. In tal caso si ha la rinuncia
all'accanimento terapeutico». E c'è il furbissimo punto interrogativo " "Chi
l'ha detto?" con rimando a p. 29, ove si scopre l'arcano: è una citazione
del «Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica redatto da Joseph
Ratzinger"».
Che colpo!
Ratzinger contro il "Vaticano scatenato", contro la Cei, contro questi
cattolici incoerenti che "attaccano" insieme con "la destra"
Davvero? Dunque per "L'Unità" nutrire e idratare qualcuno, per
impedire che muoia di fame e di sete, è «procedura medica straordinaria
e sproporzionata»? Pare davvero grossa.
E allora?
Allora forse è bene staccare la spina a questa "Unità"!
Se no è accanimento terapeutico...
Lozuavopontificio
C'è una medicina per questa società malata
La sicurezza dei cittadini in Italia è ormai diventata la nuova emergenza
nazionale: la criminalità sta presentando il conto agli italiani, che sono
sempre più sgomenti di fronte alle notizie che quotidianamente giungono da
ogni parte, di crimini e violenze inaudite. Il guaio è che non si vuole
riconoscere che, in un mondo in cui Dio non c'è, la morale si sfalda poco
alla volta, e poi si dissolve. Le autorità civili tentano di rianimarla,
appellandosi alla Costituzione ma l'unico che può risuscitare una morale
morta è, appunto, il Risorto: Gesù di Nazaret.
Ecco l'analisi del prof. Mario Palmaro, pubblicata sulla rivista Il Timone.
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SICUREZZA: EMERGENZA NAZIONALE
La criminalità presenta il conto agli italiani, che hanno paura. Le cause?Il
Timone prova a rispondere, con l'aiuto della dottrina cattolica e della
retta ragione.
Rapinatori che si introducono nell'intimità domestica, scatenando una
violenza brutale nei confronti di chi tenti di reagire. Stupri, omicidi per
futili motivi, intere zone delle grandi città divenute off limits per la
presenza cronica di criminali pericolosi. Impossibile fingere di non vedere:
la sicurezza dei cittadini in Italia è ormai diventata la nuova emergenza
nazionale. Per rendersene conto basta provare a guardare una puntata della
trasmissione televisiva "Attenti al lupo" condotta su Rete 4 da Edoardo
Raspelli. L'impressione che se ne ricava è straziante: la telecamera punta
il suo occhio sulle storie vere di cittadini che sono stati vittime di ogni
sorta di azione criminale. Si va dalla truffa al furto, dalla rapina al
ferimento con conseguenze permanenti, fino all'omicidio che strappa alla
vita un padre, una moglie, un figlio.
Qualcuno potrebbe obiettare: la delinquenza è sempre esistita. Ladri e
assassini sono una costante nella storia dell'umanità, e dunque non è
cambiato proprio nulla. L'unica differenza é che oggi le notizie galoppano
attraverso i mass media, e offrono un'immagine deteriore della società, che
in realtà non è peggiore di quella di un tempo. Per anni ci si è crogiolati
in questa interpretazione rassicurante, da sociologi dilettanti, funzionale
a una visione progressiva della storia. Con il risultato che il male - cioè
la diffusione della criminalità - ha potuto dilagare indisturbato.
Le proporzioni del fenomeno sono ora sotto gli occhi di tutti: famiglie che
abbandonano la villetta acquistata - non senza sacrifici - fuori città,
esasperate dal subire numerose rapine, magari venendo narcotizzati,
picchiati, oltraggiati, terrorizzati.
Anziani che non escono di casa perché il quartiere è occupato perennemente
da soggetti pericolosi. Donne che non possono correre il rischio di
rientrare a casa dopo il tramonto. Questo è il volto dell'Italia del terzo
millennio. Uno scenario nel quale il problema non è tanto la quantità di
reati commessi, ma la loro qualità, in un'escalation raccapricciante di
violenza gratuita.
Le cause di questa emergenza
Abbiamo visto che il nostro Paese è preda di una violenza diffusa che genera
paura nella gente. Come è potuto accadere tutto questo? Certamente, non
perchè gli uomini siano diventati "più cattivi", cioè siano ontologicamente
più predisposti a delinquere: la nostra natura è immutabile, per cui Giulio
Cesare e John Kennedy, Socrate e Kant partecipano dell'essere uomini nello
stesso modo, pur in epoche e culture molto diverse. Allora, questa
recrudescenza della criminalità deve avere spiegazioni più contingenti.
Proviamo a suggerirne alcune, pur consapevoli della complessità della
materia.
a. La crisi della norma giuridica.
La tragedia culturale del '68 ha minato alle fondamenta il principio di
autorità e ha lasciato sul campo alcuni cadaveri concettuali. Tra di essi,
il diritto è la vittima più illustre. Intendiamoci: che il delitto sia un
elemento intrinseco alla natura dell'uomo è un fatto inconfutabile. È una
conseguenza vistosa del peccato originale, e infatti il crimine per
eccellenza - l'omicidio - irrompe nella vicenda umana fin dalle primissime
pagine della Bibbia, nella forma particolarmente odiosa del fratricidio.
Quindi, nessuna illusione di poter "sradicare" il delitto da quello che
Eugenio Corti chiama "il tragico mondo degli uomini".
Tuttavia, il crimine si può combattere. Innanzitutto, educando le nuove
generazione al bene e al vero. Ma questo non basta. La società ha a
disposizione lo strumento del diritto, e in particolare del diritto penale.
Che ha la funzione di vietare quelle condotte che offendono i beni
fondamentali della persona, e di minacciare una punizione per chi viola
questi divieti. Ora, viviamo tempi in cui schiere di intellettuali hanno
perduto ogni reverenziale fiducia nella norma giuridica. Tempi in cui si è
insegnato che l'obbedienza non è una virtù. Tempi che hanno, insomma,
preparato il terreno alla legittimazione dell'anarchia come ideologia di
massa.
b. La crisi della giusta punizione.
L'uomo della strada continua a portare dentro di sé un genuino desiderio di
giustizia. Un desiderio confuso, spesso pronto a tracimare nell'umore nero
della vendetta. Ma è un desiderio che esprime comunque un sigillo della
legge naturale che è impressa nella creatura umana e che coglie
intuitivamente questa verità: chi delinque deve essere punito. Ma a dispetto
di tutto ciò, oggi le sanzioni penali appaiono spesso inadeguate, o
addirittura irrisorie. Qualche caso eclatante: i componenti del commando che
nel 1978 trucidò la scorta di Aldo Moro in via Fani oggi sono tutti fuori
dal carcere; le tre ragazze che nel 2000 hanno ucciso a colpi di pietra suor
Laura Mainetti sono tutte fuori dal carcere; non pochi autori di omicidi o
violenze hanno potuto delinquere perché scarcerati prima del termine, o
perché beneficiavano dell'indulto.
c. la demagogia della prevenzione.
"Meglio costruire scuole che carceri" recitava uno slogan già in voga negli
anni Settanta. Ovviamente, è meglio educare i ragazzi piuttosto che
arrestarli dopo che hanno commesso un crimine. Ma i penitenziari - moderni,
capienti e sicuri - sono indispensabili, come pure forze dell'ordine
efficienti e tutelate.
d. la colpevolizzazione della vittima e la vittimizzazione del colpevole.
Per un curioso capovolgimento ideologico, molti opinionisti - spesso eredi
del fallimento marxista - sembrano avere mille giustificazioni per chi
delinque, dimenticandosi totalmente della vittima e dei suoi familiari. Se
poi il rapinato ha reagito agli aggressori, magari sparando, rischia due
processi: quello mediatico e quello penale.
e. le dissennate politiche immigratorie.
La classe politica - talvolta paralizzata dall'ideologia o dall'idolo del
potere per il potere - ha assistito imbelle in questi anni al flusso
incontrollato di immigrati. Accanto a molte brave persone in cerca di
lavoro, questo fenomeno genera sacche di criminalità, e la situazione andrà
peggiorando se non viene controllata con severe norme, anche di natura
penale.
Insomma: lo Stato deve fare la sua parte, tornando a presidiare paesi e
città, e infliggendo pene proporzionate e serie. Ma sarà bene mettere in
chiaro che il pur doveroso giro di vite delle autorità non basta a risolvere
l'emergenza sicurezza. La nostra è una società malata. Porta in sé il virus
dell'ateismo e dell'immoralità elevati a modelli, a valori, a ricchezza da
coltivare e da imitare. È una società che spesso irride alla Chiesa,
sbeffeggia il Papa quando egli richiama l'umanità alla parola appassionante
ma pungente del Vangelo.
Il guaio è che in un mondo in cui Dio non c'è, la morale si sfalda poco alla
volta, e poi si dissolve. Le autorità civili tentano di rianimarla,
appellandosi alla Costituzione - e facendo cantare l'inno nazionale alle
scolaresche. Ma l'unico che può risuscitare una morale morta è, appunto, il
Risorto: Gesù di Nazaret. In un mondo senza visione soprannaturale, non c'è
giudizio finale, e quindi non esiste una prospettiva di premio o di
ricompensa per le azioni commesse sulla terra. Perfino una certa teologia
trova imbarazzanti queste categorie. Dimenticando che - per secoli - il
pensiero di dover rendere conto un giorno a quel giudice misericordioso ma
giusto che è Dio ha rappresentato il miglior deterrente al compimento di
efferati delitti che l'animo umano aveva, magari, progettato.

| Date | Sujet | | Auteur |
| 17.07. |
 | Vaticano e destra at | | | donquixote |
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