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Noi e l'Islam, libertà di conversione

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  Sujet:   Noi e l'Islam, libertà di conversione  
 De: amicidilazzaro...@yahoo.it (Amici di Lazzaro)
 Groupes: it.cultura.cattolica
 Organisation: Aioe.org NNTP Server
 Date: 04. Jul 2008, 00:54:06
Noi e l'Islam, libertà di conversione
http://www.cisro.it
S. E. Card. Angelo Scola
Testo tratto dall'intervento pronunciato da S.E. il Card. Scola il 23 giugno 
ad Amman in occasione del Comitato Scientifico di Oasis e pubblicato su La 
Stampa di domenica 22 giugno.

Nella nostra società globalizzata la tensione tra libertà religiosa e 
identità tradizionale di un popolo si va facendo sempre più allarmante. Non 
che in passato la questione non si ponesse. Si poneva certamente, ma su 
scala più ridotta. Lo documenta la preziosa storia di Venezia e dei suoi 
millenari rapporti con il Levante musulmano. Gli imponenti scambi 
commerciali e culturali che la Serenissima intratteneva con l'Est 
coinvolgevano un'élite ristretta. La stragrande maggioranza della 
popolazione restava saldamente ancorata all'interno della propria identità 
tradizionale. Oggi non è più così. In un certo senso chiunque può incontrare 
chiunque,senza reti di protezione. Potenzialmente questo è un bene perché 
mette in contatto realtà vissute fino ad oggi quasi del tutto ignare le une 
delle altre. Un dato nuovo, che sprigiona forze impensate. È questo inedito 
incontro di popoli, culture e religioni che tento di descrivere con 
l'espressione «meticciato di civiltà e di culture», un processo storico in 
atto il cui esito non è per nulla scontato. Ci sono intrecci che riescono, 
ma ci sono anche intrecci che non riescono. Che cosa succede - questa è la 
domanda inquietante - ad una identità di popolo se un numero consistente di 
persone inizia a metterla in discussione o perché proviene da un'altra 
religione o, addirittura, vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza 
musulmana,mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già 
nasce in un'altra religione, l'identità di popolo sembrerebbe minacciata se 
a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, 
la via d'uscita implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare 
l'islam, devi abbandonare il paese. In sostanza: a noi la dimensione 
personale interesserebbe fino a un certo punto, ma vogliamo evitare lo 
«scandalo» di un gesto pubblico. D'altro canto anche le moderne società 
occidentali sembrano impreparate a rispondere alla domanda posta perché 
concepiscono la libertà religiosa come mera prerogativa del singolo 
individuo. Un diritto certo inalienabile, ma il cui esercizio non deve avere 
rilevanza pubblica: come se la religione non fosse un fatto comunitario e 
popolare. Una posizione questa che alla fine lascia sconcertati. Lo vediamo 
bene anche in Italia nella diffusa reazione al fenomeno dell'immigrazione. 
«Ma come? - argomentano in molti -. Ci avevate detto che era questione di 
convinzioni religiose dei singoli immigrati (e certamente ognuno è libero di 
pensare e di credere secondo coscienza), ma improvvisamente questi singoli 
sono diventati un corpo massiccio ed estraneo. Che ne è allora della nostra 
tradizionale identità?». Se vogliamo uscire da questa impasse, la soluzione 
va ricercata nel riconoscimento di un bene su cui poggiano le odierne 
società plurali, il bene pratico dell' «essere in relazione» che trattiene 
in unità le diversità. Occorre saper cogliere la comune umanità: per questo 
è prezioso l'invito di Benedetto XVI ad allargare ragione e libertà. In 
Occidente la modernità ha avuto l'innegabile merito di sollecitare i 
cristiani ad una riflessione più approfondita sul nesso tra la verità e la 
libertà. L'affermazione che la libertà si compie nella verità è certamente 
la stella polare del pensiero cristiano, ma questo implica, come ha sancito 
il Concilio Vaticano II, la «verità della libertà» come espressione della 
libertà di coscienza intesa in modo oggettivo ed adeguato. L'errore in sé 
non ha diritti, ma la persona umana ha diritti anche quando sceglie, in 
coscienza, il falso. Diritti non certo davanti a Dio, ma rispetto agli 
altri, agli altri popoli e comunità, allo Stato ("posto che le giuste 
esigenze dell'ordine pubblico non siano violate», Concilio Vaticano II). Il 
passo che ora ci è chiesto, in Occidente come in Oriente, è quello di 
mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di 
popolo incida sulla vita sociale. In quest'ottica i cristiani non intendono 
mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza 
musulmana ma, per essere chiari, chiedono lo stesso rispetto per la propria 
tradizione a chi arriva qui da noi. Il grande islamologo egiziano Anawati, 
un religioso cattolico, in un bel dialogo che il Centro Oasis pubblicherà 
tra qualche mese, diceva: «lo non studio la cultura musulmana per 
distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre 
valorizzarla». Ma il rispetto verso l'identità comunitaria non può spingere 
nessuno, nemmeno i musulmani, a violare la libertà umana del singolo, 
compresa la libertà di conversione. E in fondo, quale bene può venire alla 
Verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più? 
Davvero è più deleterio l'abbandono esplicito che una professione di 
facciata? Su questo noi lavoreremo ad Amman, durante l'annuale incontro del 
comitato scientifico del Centro internazionale di studi e ricerche Oasis, e 
speriamo di discuterne francamente anche con i nostri interlocutori 
musulmani.


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