Verso una visione umanistica della libertà religiosa
[ Nouvelle discussion
| Répondre au groupe
|
it.cultura.cattolica ]
Sujet: Verso una visione umanistica della libertà religiosa
De: amicidilazzaro...@yahoo.it (Amici di Lazzaro)
Groupes: it.cultura.cattolica
Organisation: Aioe.org NNTP Server
Date: 04. Jul 2008, 00:56:15
|
Verso una visione umanistica della libertà religiosa
www.cisro.it
Dr. Khaled Abd ar-Ra'ûf al-Jaber
Il nostro parlare è esposto al rischio dell'ambiguità nella misura in cui
non riusciremo a superare gli ostacoli che ci separano; questo perché esso
parte al fondo da un insieme di verità (?) che ciascuno di noi assume dalla
propria esistenza storica e dalla propria proiezione verso il futuro. Se le
cose stanno in questi termini, parlare di verità resterà - in una misura
così grande da essere forse sostanziale - colorato delle tinte che ci
colorano: useremo queste verità come maschere dietro cui nasconderci nella
speranza che possano gettare un ponte sopra l'abisso di paura che abitiamo,
desiderando prima di tutto sopravvivere, e poi conservare alcune
acquisizioni storiche; certo anche realizzare un certo tipo di avvicinamento
tra noi, tuttavia un avvicinamento che coincide per ciascuno di noi con il
desiderio di far avvicinare gli altri alle verità in cui alla fin fine
crediamo.
Riconosciamo prima di tutto che i dialoghi che il secolo ventesimo ha visto
svolgersi tra le due religioni, cristiana e musulmana, o per essere più
precisi tra i seguaci di queste due religioni, non hanno conseguito
risultati concreti. Possiamo anche ammettere che il dialogo tra i membri di
queste due religioni incarna il futuro dell'umanità, di contro alla tesi di
Huntington sullo scontro di civiltà e in risposta alla tesi di Fukuyama, da
cui lo studioso si è successivamente ricreduto, circa la "fine della
storia". Queste due tesi sono esempi di estremismo al massimo grado in
quanto pongono un limite separatore al futuro e convergono entrambe nel dar
corpo alla grande guerra separatrice tra le tre religioni, Armageddon.
Se questo dialogo deve avere un ruolo effettivo, esso risiede nella
possibilità di trasformare lo scontro che alcuni considerano inevitabile in
un dialogo reale che ponga fine a una lunga storia di sofferenze che
l'umanità ha conosciuto e apra una lunga era di bene, amore, incontro e
azione, a beneficio di un'unica civiltà umana in cui ogni religione abbia il
suo posto e ogni cultura il suo valore soggettivo e oggettivo.
Il nostro sforzo per questo dialogo può forse paragonarsi a nuotare contro
corrente: è un dialogo difficile, la cui via è ardua e impervia. Occorre che
tutti quelli che credono nella sua inevitabilità per il bene dell'umanità
tutta sappiano anche che incontreranno molte difficoltà lungo la via e
talora saranno costretti a cambiare in qualche misura per potere realizzare
gli obiettivi del dialogo e conseguirne gli scopi. Tale convinzione fu, in
momenti storici del passato, il fulcro delle vite dei profeti, degli
inviati, dei santi, degli amici di Dio e degli uomini pii, nonostante
l'atteggiamento della gente del tempo, che li torturò e smentì, ne uccise
alcuni e altri dichiarò eretici e miscredenti, e anche nonostante gli uomini
politici del tempo, che sfruttavano alcuni ignoranti per assoldare il
discorso religioso a servizio dei loro interessi privati e delle loro brame
mondane, in contrasto con l'interesse dell'umanità, nelle loro società e
fuori di esse.
Noi, stimati uditori, andiamo contro un flusso storico radicato nelle menti
di molti seguaci delle religioni abramitiche e contro un percorso impresso a
questa stessa storia, quale la disegnano quelli che sovrintendono alle
politiche internazionali attuali. In questo contesto, possiamo realizzare
qualcosa, foss'anche poco? E se sì, come?
1. I dialoghi del passato: un circolo vizioso
I dialoghi del passato tra i membri delle religioni - non dico tra le
religioni, perché le religioni abramitiche nella loro radice sono una,
mentre il dialogo è tra persone che divergono -sono partiti da alcuni
postulati ammessi dalle parti, o per meglio dire, da alcune verità radicate
in esse. A tal punto che il Vaticano agli esordi del dialogo, negli anni
sessanta del secolo scorso, insistette che la delegazione musulmana sedesse
in compagnia dei seguaci delle religioni pagane.
Ciò significa che i seguaci di ogni religione partono nel dialogo con i
membri di una qualsiasi altra religione dalle verità che possiedono o da cui
sono posseduti. Pertanto quelle verità - che potrebbero essere
rappresentazioni errate o comprensioni limitate o manchevoli o alterate -
divengono ostacoli che impediscono di realizzare qualsiasi fine del dialogo.
Se volessimo descriverle per quello che sono, dovremmo dire che sono mura di
separazione razzistiche, seppure di natura religiosa o fornite in qualche
modo dalla religione. In conseguenza di ciò, il dialogo rimane forse
limitato, nei suoi scopi o nei suoi risultati, alla conoscenza e nulla più:
conoscenza, per ognuna delle parti, delle verità cui tiene la parte opposta
o che gli altri adottano.
Muovere nel dialogo dal punto di partenza ora ricordato lo rende "un dialogo
tra sordi", nel senso metaforico dell'espressione: nei casi di massima
apertura, esso rimane limitato alla ricerca di punti di convergenza e di
incontro tra le religioni; nei casi di massimo estremismo, si concentra sui
punti di divergenza e di contrapposizione. In tal modo il dialogo assume due
funzioni: abbellire o abbruttire. Ma questo come può essere un dialogo? Come
può dare frutti che possano servire a cambiare il corso della storia dietro
cui si trincerano molti seguaci delle religioni?
Forse cercare le radici di tale movimento storico e discuterle in modo
scientifico, pacato ed esauriente, contribuirebbe in qualche misura a
togliere quel velo che impedisce agli occhi della gente di vedere realmente
che cosa potrebbe essere il loro mondo se fossero in grado di cambiare prima
di tutto le loro anime e fare dei passi verso un mutamento del movimento
storico, foss'anche con la parola.
L'importanza del dialogo tra le religioni cristiana e musulmana in questa
fase della storia dell'umanità risiede in questo aspetto prima che in ogni
altro e nel fatto che il dialogo può fondare un nuovo e diverso rapporto tra
i seguaci delle due religioni. E se è vero che la storia compie se stessa
nel spingere i seguaci delle religioni a realizzare nelle loro attività
concrete alcune categorie storiche, tali categorie storiche tuttavia non
provengono dal decreto divino assoluto o quanto meno la modalità della loro
realizzazione non è stabilita dal decreto divino assoluto. Dunque proprio in
questa regione opera il dialogo tra i seguaci delle religioni, una regione
davvero ristretta, e limitata da due apici temporali: la realtà che è dietro
di noi nella storia remota e la realtà che è davanti a noi nel lontano
futuro: o così spero!
Così questo dialogo si muta in una lotta potente contro la storia o contro
ciò che molta gente si rappresenta essere la propria storia e il futuro per
i propri figli e nipoti. Una storia che ha garantito nel passato la
creazione dell'odio e un futuro che ogni parte immagina decisa da quello
stesso odio, dall'allontanamento e dalla cancellazione dell'altro, a
beneficio di sé, dei propri figli e nipoti.
2. Il vero dialogo: punto di origine e di ritorno
Se le religioni abramitiche sono una sola nella loro radice, come sostengono
molti, o se sono ondate circolari una più ampia dell'altra come ritengono
altri, il loro punto di origine è unico. Questa è la prima verità che
dobbiamo ammettere. Altrimenti il dialogo tra i seguaci di queste religioni
non avrebbe senso, perché non concedere questa verità (!) distruggerebbe il
fondamento su cui edificare il dialogo e farebbe ritornare la questione al
punto di partenza: se non riconosci la legittimità della mia esistenza di
credente in una certa religione, non vi è modo di incontrarsi!
Se dunque la fonte di queste religioni è una, cioè Dio, e se anche il loro
scopo è uno, cioè realizzare la felicità dell'uomo sulla terra nella prima
vita, come analogo della sua felicità nell'Altra Vita, il primo incontro tra
le religioni deve concentrarsi su questi due aspetti: il punto di origine e
il punto di ritorno, in quanto costituiscono i due limiti che racchiudono il
movimento dell'uomo sulla terra, da quando prende ad esistere in essa e fino
al momento in cui comincia la sua altra vita.
Parlare della regione che separa e insieme congiunge il punto di partenza e
quello di ritorno equivale a parlare dalla storia della vita umana, la quale
comprende lunghe lotte, autentiche tragedie e catastrofi causate
dall'operare degli uomini stessi, ma anche periodi di fioritura delle
civiltà umane sulla faccia della terra, da una nazione a un'altra, da una
religione a un'altra e da un ambiente geografico a un altro. Questa regione
temporale che separa e unisce dà corpo - e non cessa di darlo - allo sforzo
dell'uomo in due direzioni contraddittorie: il desiderio di realizzarsi come
individuo e come comunità, da un lato, con la spietatezza e le efferatezze
che talora questo comporta, e talaltra con lo sviluppo di mezzi di vita,
regole e ordinamenti, e la tensione a risolvere molte delle difficoltà che
da questo suo stesso desiderio nascono, sia nei rapporti con sé sia in
quelli con la sua società o con l'umanità, la vita e l'universo.
Il vero dialogo che può aver luogo tra i seguaci delle religioni deve
liberarsi dalle lordure proprie del movimento dell'uomo nella regione che
separa e congiunge, e deve piuttosto concentrarsi sui punti di origine e di
ritorno, perché essi sono esenti da tutte le colorazioni implicite nella
regione di mezzo. Essi riportano l'uomo alla sua prima natura, a
quell'umanità pura che è rappresentata nelle parole dell'Altissimo: «O
uomini, in verità Noi v'abbiam creato da un maschio e da una femmina e
abbiam fatto di voi popoli vari e tribù a che vi conosceste a vicenda, ma il
più nobile fra di voi è colui che più teme Iddio» (49, 13) e «siete tutti di
Adamo, e Adamo è di terra». Esse poi portano l'uomo anche verso la sua
natura finale, espressa dalle parole di Muhammad, su di lui sia la pace: «O
figlio di Adamo, dalla terra fosti creato e alla terra ritornerai» (hadîth),
la stessa parola trasmessa sul conto di nostro Signore il Messia, su di lui
sia la pace.
3. Libertà della verità ... verità della libertà
Tra queste due espressioni c'è un paradosso che forse è da ricondursi alla
diversa composizione linguistica, ma tale paradosso non implica una
contraddizione tra di esse, poiché il cammino che le unisce è uno solo, in
quanto l'una è condizione fondamentale per realizzare l'altra.
Se parliamo di libertà della verità, la nostra indagine va alla radice del
movimento dell'uomo e della sua esistenza e anche al loro scopo. La libertà
di giungere alle verità è l'apice del moto sociale, economico, politico e
religioso tra gli uomini. Finora non abbiamo una legge umana unica che
garantisca alle persone, in qualsiasi società civilizzata o sottosviluppata,
la libertà di giungere alla verità in modo automatico. Anzi le verità nella
maggior parte dei casi vengono sfigurate, falsificate, nascoste o annullate.
Ciò avviene perché manifestare le verità alla gente e rendere le persone in
grado di contemplarle è subordinato all'eliminazione della suddivisione in
classi, politiche, religiose, economiche e sociali, suddivisione che si
fonda sulla realizzazione degli interessi delle classi (elevate!) in tutti
gli ordinamenti umani. In questo contesto si potrebbe parlare degli uomini
di religione che occultano le loro conoscenze, degli uomini politici che
nascondono i loro piani e le loro strategie, degli uomini dell'economia che
fanno circolare tra loro verità nella convinzione che riguardino loro
soltanto, anche se questo causa la distruzione dei patrimoni dei poveri...
La più grande difficoltà che i seguaci delle religioni fronteggiano è
nascondere la verità o negarla, falsificarla o sfigurarla: ciò ci riconduce
ai due procedimenti ricordanti all'inizio di questo paper, cioè il
procedimento di abbellire e quello di imbruttire. Abbellire la verità che i
seguaci di una religione possiedono o da cui sono posseduti e imbruttire la
verità che i seguaci di un'altra religione possiedono o da cui sono
posseduti. Eppure queste verità divergenti sono solo opera degli uomini
stessi e perciò non sono verità, ma solo simil-verità o mezze verità o a
volte non-verità quando si fondano su una comprensione errata o su categorie
storiche frutto di condizioni particolari e che non possono essere applicate
e generalizzate al di fuori di esse.
La libertà della verità nel suo moto deve condurre alla verità della
libertà. Tale processo si realizza liberando le religioni dalle
simil-verità, mezze verità o non-verità, ciò che avviene solo liberandole da
tutte le comprensioni umane sottoposte alle condizioni storiche, temporali,
locali, umane, per ritornare alle condizioni del primo sorgere (la natura
delle origini) e a quelle del suo ultimo esito (il punto di ritorno).
4. La verità della libertà: il cammino del dialogo
Partiremo qui da due postulati: il primo è un detto trasmesso dalla
tradizione sul conto di Alî Ibn Abî Tâlib (che Iddio onori il suo volto):
«Chi adora Dio per paura, questa è l'adorazione degli schiavi; chi adora Dio
per brama [dei beni promessi], questa è l'adorazione dei mercanti; chi adora
Dio per amore, questa è l'adorazione dei liberi». Il secondo è un altro
detto, anch'esso di Alî, e si trova nel documento di investitura di Mâlik
al-Ashtar, quando Alî lo inviò come governatore dell'Egitto. Insieme a lui
il califfo mandò il testo dell'investitura in cui si legge: «Sappi, o Mâlik,
che gli uomini sono o l'una o l'altra cosa: o fratelli per te nella fede o
simili a te nel fatto di essere creati: entrambi hanno diritti e doveri».
Il primo detto esprime il fatto che la libertà è collegata in modo organico
all'amore nell'adorazione, o per meglio dire, all'adorazione fatta per
amore. Essa costituisce il punto originario della natura umana e ne realizza
il ritorno finale. Su di essa si edifica la felicità umana nella vita sulla
terra e anche nell'Altra Vita. Quanto all'adorazione per paura o per brama
[dei beni promessi], esse sono congiunte in modo organico alle dispute umane
che hanno condotto al dominio del desiderio sull'uomo, all'ingiustizia, alle
guerre, alle prove e tragedie lungo la storia. Infatti la schiavitù è
caratteristica dell'uomo e così il commercio. La relazione tra loro risiede
nel tentativo di sottomettere l'altro e di accaparrarsene i beni ed entrambe
sono tra i peggiori regimi d'ingiustizia che l'umanità abbia conosciuto.
Esiste invece un rapporto di fratellanza nella fede ed esiste un rapporto
più ampio di somiglianza nell'umanità: l'uguaglianza.
Il secondo detto mette in evidenza quanto stiamo trattando e cioè che le
religioni possono essere ostacoli perché colorano l'umanità di tinte e
colori molteplici e perché il fatto che l'umanità parta da esse - dopo che
molte delle verità sono state in esse sfigurate - le rende mura di
separazione e di discriminazione religiosa. Tuttavia il detto comprende
anche l'altra parte fondamentale che l'incontro umano realizza: «simili a te
nel fatto di essere creati», nell'umanità con cui Dio li ha onorati a
prescindere dalla fede cui appartengono o dalla razza in cui appaiono, e
anche a prescindere dal loro livello materiale o sociale, da sesso
(maschio - femmina), età (grande - piccolo), intelligenza (ragionevole -
pazzo) o dal grado di perfezione del loro corpo (sano - handicappato).
Tutte le religioni sono venute per correggere il cammino dell'uomo sulla
terra e fornirgli la guida chiarendo le vie più brevi e più sicure per
realizzare la sua felicità spirituale e corporale, si tratti di un singolo o
di una società limitata entro confini geografici e politici o della società
umana nel suo complesso. Le religioni ammettono l'uguaglianza di tutti gli
uomini dinanzi a Dio loro creatore e Dio incarna l'amore, la misericordia,
la giustizia, l'uguaglianza e la fratellanza: tra i suoi attributi
fondamentali vi è che non accetta l'ingiustizia com'è detto nel versetto:
«Invero il tuo Signore non è ingiusto verso i suoi servi». Essi realizzano
la loro libertà nel realizzare la loro schiavitù verso di lui e nell'abolire
ogni schiavitù ad altri che lui, perché la schiavitù ad altri che lui li fa
ingiusti gli uni verso gli altri, come nel versetto: «Ma gli uomini, loro
stessi sono ingiusti». E lo hadîth qudsî ha riunito insieme questi due
concetti nel detto divino: «O miei servi, in verità io ho proibito
l'ingiustizia a me stesso e l'ho resa proibita tra di voi. Non siate dunque
ingiusti gli uni verso gli altri». Se le cose stanno così, qualsiasi
rapporto d'ingiustizia è nella sua radice estraneo a ogni sapienza o fede e
non può avere come fonte il Dio giusto.
Il rapporto di sottomissione è ingiusto. È ingiusto il rapporto di
colonizzazione. È ingiusto il rapporto di ripartizione in classi materiali,
e così pure la divisione dell'umanità in ricchi che possiedono tutto e
poveri che non possiedono nulla. È ingiusto il rapporto di discriminazione
razziale, religiosa, sessuale, di classe, di età, di categoria, di partito,
di orientamento. È ingiusto il rapporto del governante tirannico e
dittatoriale con i cittadini oppressi, quello degli stati dominanti con i
popoli indeboliti, quello della maggioranza al potere con le minoranze
emarginate e marginalizzate. Ed è ingiusto anche il rapporto di poligamia o
il fatto di costringere un credente a lasciare la sua terra a causa dello
sguardo negativo che i membri di un'altra religione che vivono intorno
portano su di lui. E lo stesso vale per la generalizzazione di un giudizio
negativo espresso verso una categoria di seguaci di una religione fino a
comprendere tutti questi seguaci.
Se vogliamo andare dietro alla verità della libertà, dovremo rivolgere il
nostro sforzo a rimuovere l'ingiustizia dall'uomo. Dico volutamente l'uomo,
di ogni religione, razza, colore, nazionalità, orientamento, partito,
categoria, sesso, età o gruppo sociale.
Ciò che rende credibile un dialogo è che esso risponda a due condizioni: la
prima è che tutti riconoscano a tutti e a ciascuno l'umanità come dato
antecedente a ogni considerazione sui fini, le limitazioni e le condizioni
[del dialogo]; e la seconda consiste nello sforzo di tutti per rimuovere
l'ingiustizia dall'uomo, senza guardare alla sua origine, religione, colore,
sesso, orientamento, partito o età.
In sintesi, quel che vorremmo vedere in questo nostro mondo non sembra
allontanarsi molto dalla parola dell'Altissimo: «Non vi sia costrizione
nella Fede: la retta via ben si distingue dall'errore» (2, 256). Questo è
vero, anche se il versetto distingue nell'umanità due categorie: quelli che
sono ben guidati e sulla retta via e quelli che errano e vagano a vuoto. Ma
Dio ha lasciato a Sé stesso il compito di operare questa classificazione
nell'Altra Vita, quando ha confermato che sarà Lui ad arbitrare tra la gente
nel Giorno della Risurrezione, per quel che riguarda le loro divergenze.
Egli ha attribuito a Sé la capacità di indicare la retta via, quando ha
detto: «Non sei tu a condurre chi desidereresti, ma Dio conduce chi vuole».
Con una concezione di questo genere presenteremo forse le religioni alla
gente in una forma totalmente nuova, non lontana dal desiderio di rafforzare
gli aspetti spirituali in loro, infondendo nelle loro anime e nei loro cuori
pace e tranquillità. Ma essa agirà anche - e forse quest'aspetto è
prioritario sugli altri - per rimuovere l'ingiustizia e la persecuzione,
prendendo posizione chiara ed esplicita, diretta, contro tutte le parti che
promuovono rapporti ingiusti.
Desidererei concludere osservando che le religioni, quali sono rappresentate
dagli uomini di religione e dagli esperti, si sono tirate indietro da
quest'ultimo ruolo. Hanno rinunciato alla loro più grande funzione, quella
di realizzare la felicità umana sulla faccia della terra, il paradiso umano
in terra, e l'hanno lasciata agli uomini, preda delle passioni e dei
desideri. Così essi si sono dati all'assoggettamento reciproco e alla
colonizzazione, hanno predato, ucciso, dominato, scacciato, accaparrato,
combattuto gli altri servendosi di quanti condividevano con loro la stessa
pelle, società, religione... Le religioni si sono tirate indietro dal loro
compito e si sono limitate agli aspetti spirituali (rapporto dell'uomo con
Dio), lasciando ad altri - ignoranti e interessati nella maggior parte dei
casi - l'organizzazione dei rapporti dell'uomo con l'uomo. Esse non
ritorneranno davvero alla vita dell'uomo, così da compiere la verità della
libertà, se non quando riprenderanno a svolgere il ruolo cui hanno
rinunciato.

|
 cette fonctionnalité est reservée aux membres ayant une session active !
|