Democrazia nazista-La Bastiglia aprì la via al Gulag
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Libero
Il libro nero della Rivoluzione. La Bastiglia aprì la via al Gulag
di Giovanni Sallusti
Fa discutere il volume sulla Francia giacobina. Culla della moderna
democrazia o feroce strage?
Gli autori: la politica della ghigliottina è l'antenata del comunismo.
«Il governo rivoluzionario è debitore, nei confronti dei buoni cittadini, di
tutto l'appoggio della nazione, mentre ai nemici del popolo deve nient'altro
che la morte». Così Robespierre difese il Terrore il 25 dicembre 1793,
davanti alla Convenzione nazionale. Cosa fu il Terrore: necessaria difesa
della Repubblica o macchina di morte manovrata da una élite sanguinaria?
Deviazione dai princìpi del 1789 che ispirarono la "Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo e del cittadino" o loro figlio legittimo? Un libro
appena uscito in Francia riapre la discussione. "Le livre noir de la
Révolution francaise" (Editions du Cerf, pp. 882, euro 44) richiama
ovviamente quel "Libro nero del comunismo" che una decina d'anni fa fu
accolto con fastidio dall'intellighenzia progressista europea. Non a caso
uno dei 47 studiosi che ha dato vita a questa monumentale opera collettiva è
Stéphan Courtois, curatore di quell'atto d'accusa al totalitarismo "rosso".
Questa volta si tratta di rimettere in prospettiva il fenomeno storico,
pressati da una domanda: perché una Rivoluzione che si pretendeva figlia dei
Lumi e di Voltaire finì per celebrare le virtù della ghigliottina?
La «dissuasione dei Vandeani»
Per rispondere all'interrogativo, i contributi dei vari autori smontano
pezzo per pezzo il puzzle costruito dalla mitologia "républicaine". I
massacri della Vandea, anzitutto. I contadini di questa regione insorsero,
nel marzo 1793, contro la decisione della Convenzione di arruolare a forza
300 mila uomini da gettare nella guerra contro Austria e Prussia. Un
rapporto della Convenzione diceva a chiare lettere che «non c'è alcun mezzo
di riportare la calma in quella regione che facendone uscire quelli che non
sono colpevoli, sterminandone il resto, e rimpiazzandolo con dei
repubblicani che difenderanno il loro Paese». Perfino Bertrand Barère, il
membro "ondeggiante" del Comitato di Salute pubblica, perde il suo
proverbiale sangue freddo e intima: «Distruggete la Vandea!». Il generale in
capo dell'Armata dell'Est, Turreau, conferma gelido: «La Vandea deve
diventare un cimitero nazionale». Il giacobino Jean-Baptiste Carrier esplode
quasi esasperato: «Che non ci si venga più a parlare di umanità verso questi
vandeani: devono essere tutti sterminati!».
E sterminio fu.
Si portano in giro le teste mozzate
Jean Tulard, docente alla Sorbona e all'Istituto di Studi politici di
Parigi, fra gli autori del "Livre noir", ha spiegato in un'intervista alla
rivista AF2000: «Il Terrore è irriducibile agli "eccessi". Dal 14 luglio,
quando la folla porta a spasso la testa di Launay (governatore della
Bastiglia, ndr), ha il solo scopo di azzerare le resistenze. Quando si
conducono i condannati dentro una carretta per chilometri prima di arrivare
al patibolo, noi abbiamo già a che fare con un sistema terrorista». Anche
gli annegamenti degli oppositori a Nantes (circa 3 mila persone),
pianificati dallo stesso Carrier che inneggiava al macello in Vandea, furono
"dissuasivi": «Quando i pescatori seduti sulle rive della Loira hanno visto
passare i cadaveri a pelo d'acqua hanno dovuto temperare i loro sentimenti
contro-rivoluzionari». C'è naturalmente la persecuzione contro la Chiesa.
Migliaia di teste cadute all'interno del clero "refrattario", quello cioè
che non aveva prestato il giuramento di fedeltà al documento di
"Costituzione civile del clero" approvato dall'Assemblea Costituente
nel 1790.
Le ceneri di Montesquieu
In parallelo, la furia rivoluzionaria si accanì anche contro il patrimonio
artistico francese, colpevole di rinviare troppo all'Ancien Régime. A Parigi
ne fecero le spese la chiesa des Bernardins, la biblioteca di
Saint-Germaindes-Prés, le statue dei re sulla facciata di Notre Dame. Le
ceneri di molti grandi uomini furono gettate nella Senna o nelle fogne...
Altro tasto su cui battono gli autori del "Livre noir": le analogie con i
totalitarismi del Novecento, il nazismo ma soprattutto il comunismo
di stampo sovietico. Sistematizzazione della politica del Terrore,
omicidi delle famiglie regnanti, attacchi contro i religiosi, utilizzo
della guerra per militarizzare e purgare la società, sacralizzazione
della violenza. Tutte arti in cui i bolscevichi andranno oltre,
ma fu Lenin a richiamare il precedente come esempio da superare: «La
ghigliottina non era che uno spauracchio che spezzava la resistenza attiva.
Questo non basta. Noi non dobbiamo solo spaventare i capitalisti, cioè far
loro dimenticare l'idea di una resistenza attiva contro di esso. Noi
dobbiamo spezzare anche la loro resistenza passiva».
Dalla ghigliottina al Gulag...
La risposta alle polemiche
Il radical-chic Le Nouvel Observateur ha attaccato frontalmente il
libro, con lo sferzante titolo "Non, Danton n'est pas Hitler!" (No, Danton
non è Hitler), pur ammettendo che c'è un fondo di verità. Alle critiche ha
risposto tra gli altri lo storico Jean Sévillia, autore di uno dei
contributi al testo: «L'iconografia ufficiale, quella dei manuali
scolastici, quella della televisione, mostra gli avvenimenti del 1789 e
degli anni seguenti come il momento fondatore della nostra società,
cancellandone tutto ciò che vogliono occultare: il Terrore, la persecuzione
religiosa, la dittatura di una minoranza, il vandalismo artistico».
Da cui l'idea-base del "Livre noir": «Mostrare l'altra faccia della realtà
e ricordare che c'è sempre stata un'opposizione alla Rivoluzione francese,
ma senza tradire la Storia». La Storia, per inciso, dice che dal caos
rivoluzionario scaturì il primo dittatore moderno, Napoleone Bonaparte.
E Lenin prese a modello la dittatura di Robespierre e Saint-Just
di Francesco Perfetti
Un grande storico francese, Hyppolite Taine, lo aveva già detto in un'opera
monumentale, ma di grande fascino anche letterario, scritta in più volumi
nell'ultimo scorcio dell'Ottocento: «Le origini della Francia
contemporanea». Aveva posto la «grande rivoluzione» sul banco
degli accusati e fatto notare come l'anarchia rivoluzionaria avesse,
nel sangue, eliminato le élites naturali del Paese sostituendole con
la «feccia» e la «canaglia antisociale».
Sottoposta, così, al «governo rivoluzionario», la Francia era diventata
simile a una «creatura umana costretta a camminare sulla testa
e a pensare con i piedi».
Un altro storico, questa volta del Novecento, anch'egli dallo stile
elegante e vigoroso, Pierre Gaxotte, Accademico di Francia, in
una fortunatissima ricostruzione critica degli eventi della Rivoluzione
francese non è stato più tenero.
Ha fatto vedere come, dopo il crollo dell'austero e glorioso edificio
dell'«Ancien Régime», la Francia rivoluzionaria, preda di furori
ideologici e immersa nell'irreligiosità, fosse finita nelle mani
di un gruppo di fanatici, nella migliore delle ipotesi (il caso di Danton)
politicanti scaltri; nella peggiore (il caso di Marat) criminali puri. Ma
soprattutto ha illustrato il fenomeno del progressivo scivolamento del moto
rivoluzionario, frutto dell'ideologismo astratto covato nei circoli
illuministici e nelle «società di pensiero», verso il «comunismo
dittatoriale» e verso una società fondata sul «terrore comunista» imposto
dai giacobini e destinato a lasciare dietro di sé soltanto rovine. Taine e
Gaxotte sono soltanto due degli storici che hanno combattuto contro la
mitizzazione della Rivoluzione francese, ad opera di una storiografia
ufficiale e agiografica. Tuttavia, molti altri studiosi e intellettuali, di
estrazione politica e di formazione storiografica diverse, potrebbero essere
evocati, dall'Ottocento a oggi, e inseriti in una ideale linea di revisione
critica del giudizio storico sul fenomeno rivoluzionario francese:
una linea che, partendo dalle "Riflessioni sulla Rivoluzione francese"
di Edmund Burke e passando attraverso gli studi Alfred Cobban
e François Furet, giunge fino a comprendere i quarantasette autori
di "Le livre noir de la Révolution française".
L'approccio di questi ultimi è tuttavia particolare: essi non propongono
una ricostruzione critica complessiva della Rivoluzione, ma ne
approfondiscono alcuni aspetti, quelli più luciferini: il vero e proprio
genocidio vandeano, il tentativo intriso di sangue di sistematica
distruzione del cristianesimo e della sostituzione a esso di una religione
laica, la creazione di una società comunista e totalitaria,
l'istituzionalizzazione del terrore come pratica di governo.
Che esista una continuità fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione
russa non si può più porre in dubbio.
Le analogie sono state evidenziate dalla storiografia. Ma, al di là delle
ricerche, sarebbe stato sufficiente, per giungere alla conclusione, fare un
parallelismo fra la stagione del Terrore rivoluzionario del 1793-1794 e il
Terrore sovietico degli anni Venti e fare, ancora, un parallelismo fra le
persecuzioni antireligiose. Del resto, non c'è da meravigliarsi. Lenin è
stato sempre un dichiarato ammiratore della Rivoluzione francese
al punto da evocare, con bramosia, la «violenza rivoluzionaria»,
il Terrore e «molte Vandee», e ha eletto come modello ideale
la dittatura di Robespierre e Saint-Just.
Ma dire Lenin significa anche dire Stalin perché esiste una linea
di continuità all'interno del comunismo, una linea che non può essere
smentita dagli artifici dialettici di una storiografia progressista dalla
cattiva coscienza. Anche il Terrore di Stalin, degli anni Trenta, si
inserisce bene nella analogia e nella continuità. Dimostra che la
Rivoluzione è pronta a divorare i suoi stessi figli.
Come accadde anche in Francia.
Un romanzo bellissimo di Anatole France lo afferma
già nel titolo: «Gli dei hanno sete».
E sono le divinità della Rivoluzione.
«Le livre noir de la Révolution», insomma, ci fa capire o ci ricorda,
che dietro il secolo dei totalitarismi e degli orrori c'è il secolo della
Rivoluzione francese.
Avvenire
Solzenicyn: attacco a Ovest
DI ALESSANDRO ZACCURI
Non fu esattamente un discorso di circostanza, nonostante le
premesse: il grande esule che finalmente trova rifugio nella «terra della
libertà», il riconoscimento prestigioso, il momento propizio per
manifestare gratitudine. E invece, anziché diffondersi in ringraziamenti, il
perseguitato famoso se ne esce con un ragionamento del tipo: qui negli Stati
Uniti non siete messi meglio che in Unione Sovietica, date retta a uno che
se ne intende. Succedeva trent'anni fa, l' 8 giugno 1978, davanti alla
platea folta e attonita di docenti e studenti dell'Università di Harvard, in
Massachusetts. A tenere quello che, per molti, rimane ancora oggi « il
discorso di Harvard » era Aleksandr Solzenicyn, l'autore di Arcipelago
GuLag, premio Nobel nel 1970, espulso dall'Urss nel 1974 e privato della
cittadinanza sovietica....
Tempestivamente pubblicato in Italia con il titolo Un mondo in
frantumi, il discorso dell' 8 giugno 1978 resta uno dei momenti più alti -
e ancora attuali - della riflessione di Solzenicyn. Muove dal rifiuto di una
prospettiva all'epoca comunemente accettata (e, di fatto, messa in atto
dopo il crollo dell'Impero sovietico) quella cioè per cui l'Urss sarebbe
stata destinata alla « convergenza » con il modello di vita occidentale, di
cui gli Stati Uniti rappresentano il modello più evoluto. Ma l'Occidente,
accusa subito Solzenicyn, ha barattato il suo coraggio con l'ideologia del
benessere, delegando alla sfera giuridica la tutela dei valori fondamentali,
non esclusa la vita stessa. « Se un uomo si trova giuridicamente nel proprio
diritto - osserva lo scrittore -, non si può chiedergli niente di più».
E ancora: « L'autolimitazione liberamente accettata è qualcosa
che non si vede quasi mai: tutti praticano per contro l'autoespansione,
condotta fino all'estrema capienza delle leggi, fino a che le cornici
giuridiche non iniziano a scricchiolare » .
Proprio come sta accadendo oggi, in Italia e in molti altri Paesi,
in materia di manipolazione genetica ed eutanasia, oltre che di normativa
delle convivenze e, più in generale, degli affetti. Già nel 1978, del resto,
Solzenicyn ha chiara questa deriva: « La difesa dei diritti del singolo -
afferma nel discorso di Harvard - giunge a tali eccessi che la società si
trova disarmata davanti a certi suoi membri: per l'Occidente è giunto
decisamente il momento di affermare non tanto i diritti dei cittadini,
quanto i loro doveri ».
La dittatura dell'individuo, la pretesa di una liberà senza
responsabilità, l'irresponsabilità diffusa degli stessi mezzi di
informazione conducono per Solzenicyn a una sorta di censura
rovesciata, che prefigura le dinamiche del politically correct,
per cui le « idee alla moda » dominano in maniera incontrastata,
in un clima di euforia generale al quale lo scrittore dedica
un epitaffio memorabile « Tanta allegria, e perché poi? ».
La crisi dell'Occidente è, per Solzenicyn, la crisi di un umanesimo
che « ha negato la presenza del male all'interno dell'uomo, non gli ha
riconosciuto compito più elevato dell'acquisizione della felicità terrena
e ha posto alla base della civiltà occidentale moderna la pericolosa
tendenza a prosternarsi davanti all'uomo e ai suoi bisogni materiali ».
L'Occidente, insiste, non può rappresentare un modello alternativo
rispetto al socialismo reale, perché ne condivide l'assunto materialista
e non è più capace di contrastarlo sul piano spirituale.
Se l'uomo fosse nato, come sostiene l'umanesimo, solo per la felicità,
non sarebbe nato anche per la morte », obietta Solzenicyn dopo aver
denunciato il fatto che « la nostra vita interiore » è la vittima principale
e designata di questa « catastrofe della coscienza umanistica areligiosa ».
« All'Est - spiega - è il bazar del Partito a calpestarla, all'Ovest la
fiera del commercio ». Trent'anni dopo viene da domandarsi come sia stato
possibile che un'analisi tanto lucida sia rimasta inascoltata.
E, più che altro, se possa essere ancora valida la speranza di
un nuovo rinascimento spirituale, affidata da Solzenicyn alle
ultime righe del suo discorso:
« Nessuno, sulla Terra, ha altra via d'uscita che questa:
andare più in alto ».
Cattolicigenovesi
Belgio: proposta l'eutanasia per gli incapaci mentali.
I fautori di un mondo perfetto propongono l'eutanasia per gli incapaci.
La democrazia totalitaria non differisce dal nazismo; entrambe le ideologie
affondano le loro radici nella gnosi.

| Date | Sujet | | Auteur |
| 02.07. |
 | Democrazia nazista-L | | | donquixote |
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