Rinascimentosacro
Faccia di patata e l'aviaria liturgica. La tragicommedia di certe liturgie.
Su internet sta girando un video che mostra la liturgia conclusiva del
congresso di un movimento cattolico americano. Due enormi, inquietanti
patate giganti vagano tra balli di san vito e pensionate californiane.
E' cattolicesimo degenerato o malattia contagiosa?
di Newman
Se qualcuno, giusto la settimana scorsa, si fosse fatto un viaggetto a San
Josè, a 70 km da San Francisco, nel cuore della bellissima California,
avrebbe potuto assistere, a suo rischio e pericolo, ai tre giorni del 2008
West Coast Call To Action Conference, uno dei congressi annuali del
movimento Call To Action (CTA). E se qualcuno fosse pure ritornato
spiritualmente sano da quel posto, non solo avrebbe capito perchè
Benedetto XVI l'anno scorso si è preso la briga di scrivere
il Summorum Pontificum, ma soprattutto quanto sia stupido sparare
su questa Croce Rossa che si prodiga in tutto il mondo a diffondere
un'alfabetizzazione liturgica, e non solo un rito.
Devo spiegarvi di chi stiamo parlando. Questa affaccendata organizzazione
americana "per la pace e la giustizia" chiamata Call To Action non sembra
più che una versione yankee del nostro "Noi Siamo Chiesa": stesso disagio,
stesse rivendicazioni, stesse drastiche soluzioni. Le donne devono fare il
prete e il prete deve farsi le donne, ma talvolta anche no perchè van bene
le alternative di qualunque tipo, purchè siano contro la normalità cattolica
di mia nonna.
Il CTA nacque 31 anni fa sull'onda della US Bishops' 1976 Call To Action
conference a Detroit, allorquando i vescovi statunitensi si dettero convegno
per spiegarsi vicendevolmente il Vaticano II ed entusiasmare la base.
L'intento, per quanto lodevole, fu l'inizio di un progressivo gioco
al ribasso da parte dei vescovi, perchè la base si scollò sempre più
dalle linee guida del rinnovamento proposto dalla gerarchia e la partita
fu presto sospesa per rissa e oggetti in campo.
Una porzione di cattolici delusi volle riorganizzarsi in un movimento
d'opinione che lottasse autonomamente per completare la riforma
della Chiesa Cattolica, arrivando a quell'"oltre" che loro pensavano
si chiamasse Concilio. Ecco che qualche pasionaria del cattofemminismo
si unì a qualche prete sindacalista per reclamare una non meglio
specificata "libertà" nella Chiesa, tanto da arrivare ad insegnare
al Papa cosa fare, come farlo e quando, perchè il Concilio stava
per essere tradito dal clero stesso e urgeva un call to action,
un darsi da fare spiccio. Avevano tutto: ingredienti, ricetta
e posologia del farmaco.
Che però di cattolico non aveva più nulla.
Ora, se qui in Italia tutto sommato ci divertiamo a cavillare sul Motu
Proprio come un ping-pong tra laici e preti, senza troppe ansie, forse uno
sguardo coraggioso negli anfratti non tanto lontani e non tanto nascosti di
questa nostra Chiesa universale, potrebbe aprirci gli occhi sullo stato
reale in cui versano le cose, e farci sapere di quale malattia potremmo
ammalarci.
Nella Chiesa Cattolica, da tempo, è in atto uno scisma silente, un solco
strisciato dal diavolo in anni di goliardìa ecclesiale, che sta separando
chi crede in una cosa da chi crede in un'altra. E non sono erosioni da
periferia, variazioni sul tema di alternativi coll'estro liturgico
perennemente gonfio. Non si parla più nemmeno di Messali paolini o
giovannei, perchè, ironia della sorte, non ci sono altro che libercoli neri,
fotocopie e canovacci. Queste fratture sono così laceranti che rendono
irriconoscibili i fratelli ai loro fratelli persino nella preghiera, e nella
preghiera liturgica. Questo è il dramma. Sfregiare la Chiesa, spaccarne
l'unità laddove l'unità si rigenera e converge, nella liturgia, e fare
di uomini e donne cattoliche degli estranei.
Certo, non bisogna generalizzare. Non basta una faccia di patata gigante a
scuotere le millenarie mura della Rocca di Dio su questa terra, e non tutti
hanno, grazie al Cielo, un pupazzo in grado di concelebrare. Ma quella
faccia di patata è pur sempre lo specchio di una certa chiesa che ha per
fede un purè viscoso e molliccio, che si spalma volentieri sulle tante buone
intenzioni di quei cattolici adulti nostrani. Quelli, per intenderci, che
scambiano il Vangelo con l'Eucarestia, la Messa con la terapia di gruppo e
vanno in panico se non gli dài la mano perchè quello, per loro, è il vero
momento della consacrazione.
Insomma, dico questo perchè non vorrei, un domani, che qualcuno
non dovesse andare fino a San Josè per assistere a certe cose.
Ma, visto l'espandersi di questa epidemia da aviaria liturgica,
gli bastasse venire sotto casa mia.
http://tinyurl.com/66dvrp
Le facezie del pievano Arlotto. Il buon fiorentino che inventò
gli scherzi da prete.
"Chi vòle gustare il dolce ricòrdisi dello amaro".
Arlotto Mainardi (1426-1468)
Sull'onda della fenomenale Messa delle patate californiane, apriamo
l'angolo del buon'umore, o della risata amara, e lo dedichiamo al più
divertente prete fiorentino del Rinascimento, Arlotto Mainardi pievano
di campagna, le cui burle e i cui detti divennero proverbiali anche alla
corte dei De' Medici con buona pace di non pochi ecclesiastici censori.
Raccolte nel famoso libro intitolato "Motti e facezie del piovano Arlotto",
quelle storielle sagaci finirono per allietare persino San Filippo Neri,
il quale avanti messa cercava sempre un modo per distrarsi dal troppo
ardore che durante l'elevazione dell'Ostia lo rapiva in estasi mistiche
per ore, a discapito della pazienza dei confratelli.
Oggi è un pericolo scongiurato, direi.
Ma sorridere fa sempre bene.
http://it.wikipedia.org/wiki/Piovano_Arlotto
Avvenire
E in Italia la birra torna in convento
di Lorenzo Fazzini
Chissà se un giorno arriverà ad uguagliare la sua ispiratrice, la
consorella belga, quella Westvleteren 12 giudicata da esperti del settore
« la miglior birra al mondo » , prodotta nell'abbazia trappista di Saint
Sixtus, nelle Fiandre occidentali. Già, perché dalla Cascinazza, comunità
monastica di ispirazione benedettina situata a Buccinasco, a pochi
chilometri da Abbiategrasso ( Mi) e poco distante dal fiume Ticino,
da poche settimane è uscita la prima birra italiana prodotta da religiosi
che hanno fatto dell'ora et labora il proprio stile di vita.
In questo caso, accanto alla pratica spirituale, vi è il lavoro particolare
della produzione di una birra artigianale già in vendita in diverse
parti d'Italia.
Non che l'accoppiata ' monaci-birra' debba essere considerata astrusa:
fu proprio all'interno degli ambienti benedettini, a cavallo dell'VIII e IX
secolo che, grazie al perfezionamento del metodo di produzione
della birra e all'aggiunta del ( determinante) ingrediente del luppolo,
si arrivò ad una produzione birraia su larga scala. Se la bevanda bionda
era, fino ad allora, un prodotto tipico delle genti del Nord, consistente
in un misto liquido di cereali fermentati, ma con un lasso di conservazione
molto ridotto, fu l'interesse e la perspicacia dei monaci del Medioevo
che ne mutò l'essenza.
Infatti, la prima attestazione che indica il luppolo come ingrediente per
la birra, guarda caso, risale ad un documento del monastero benedettino
francese di SaintDenis nel 768; già nel IX secolo, poi, nella piantina
dell'abbazia benedettina di San Gallo, in Svizzera, sono indicate
tre stanze adibite alla produzione della birra.
E, giusto l'anno scorso, il sito internet specializzato Ratebeer
ha indicato nella Westvleteren 12 la birra più buona al mondo.
E al Priorato di San Pietro e Paolo, sorto nel 1971 a due passi
da Milano con l'intento di vivere il Vangelo in stile benedettino,
ecco che si rinverdisce la tradizione di « dare gloria al Signore
attraverso un lavoro ben fatto » , come ha ricordato l'esperto
di gastronomia Paolo Massobrio, il quale ha aiutato i monaci
della Cascinazza nei primi passi della loro nuova attività di birrai.
Sono questi ultimi a spiegare così le caratteristiche della Cascinazza
Amber, la prima birra di produzione monastica nel Belpaese: « La genuinità
delle materie prime, attentamente selezionate, l'alta fermentazione, un
lungo tempo di maturazione e la rifermentazione in bottiglia conferiscono
alla Birra Cascinazza un notevole profilo aromatico. La lavorazione
artigianale non seguita da nessun processo di filtrazione, stabilizzazione o
pastorizzazione garantisce al consumatore la fruizione di un prodotto '
vivo', il cui gusto si evolve e si affina nel tempo » .
Ogni anno dalla Cascinazza usciranno 35 mila bottiglie che finiranno nei
17 punti vendita sparsi, con notevole celerità, su tutto lo Stivale, da
Bergamo a Roma passando per la Liguria e il Piemonte (l'intero piano
degli store monastici è consultabile su www.birracascinazza.it).
La scheda tecnica della Amber parla di una birra doppio malto,
dal profumo aromatico « molto interessante, fruttato, con delle note
aromatiche speziate» ; grado alcolico 6,4, bottiglie da 75 cl, da servirsi
tra i 10° e i 12° C.
Alla rivista Il mondo della birra i religiosi della Cascinazza hanno anche
raccontato la genealogia del loro apprendistato di birrai. Quando tre anni
fa pensavano a nuove attività lavorative per sostenere la propria comunità,
una proposta inaspettata è giunta loro da Ambrogio De Ponti, presidente
dell'Associazione lombarda dei produttori ortofrutticoli:
«Producete birra!» . Interessati dalla cosa, un paio di monaci
benedettini milanesi hanno fatto armi e bagagli per soggiornare
un po' di tempo proprio dai ' maestri' trappisti di Saint Sixtus,
dove si produce la mitica Westevleteren, e anche in altri monasteri
nordici come Achel e Chimay. Dopo un periodo di apprendistato
e un certo tempo di pratica ' domestica', gli stessi benedettini hanno
frequentato un corso all'università di Udine per apprendere i fondamenti
della tecnologia birraia. Di qui la costruzione di un impianto 'su misura'
per lo spazio monastico lombardo. E la birra benedettina ha ora preso
il via per l'intero Bel Paese.