Gesuiti nel Far West: la strada della salvezza e dell'immortalità
[ Nouvelle discussion
| Répondre au groupe
|
it.cultura.cattolica ]
Sujet: Gesuiti nel Far West: la strada della salvezza e dell'immortalità
De: donquix...@tiscalinet.it (donquixote)
Groupes: it.cultura.cattolica
Organisation: TIN.IT (http://www.tin.it)
Date: 02. Jul 2008, 23:45:11
|
Studi cattolici
Ad andare a Ovest non furono solo cercatori d'oro, allevatori o coloni in
cerca di terre fertili da coltivare, ma anche missionari cristiani
preoccupati della evangelizzazione di quelle terre. In particolare è assai
suggestiva la vicenda che vide protagonisti i cattolici con l'azione
missionaria dei gesuiti che si sviluppò a partire dal 1840 nel Nord Ovest
degli Stati Uniti
di Paolo Poponessi
Quando si pensa alla corsa al West, ovvero alla colonizzazione degli
sterminati territori dell'Ovest degli Stati Uniti nell'Ottocento, compare
l'immagine tradizionale evocata perlopiù con toni epici dalla cinematografìa
americana che ha come protagonisti i coloni bianchi, i cavalleggeri
dell'esercito, i cercatori d'oro, banditi e avventurieri fronteggiati da
sceriffi coraggiosi. In realtà la corsa al West fu qualche cosa di più
complesso della visione spesso oleografica che ne è stata proposta, con
tanti aspetti e vicende che meriterebbero di essere indagati e maggiormente
conosciuti. Ad andare a Ovest non erano solo cercatori d'oro, allevatori o
coloni in cerca di terre fertili da coltivare, ma anche missionari cristiani
preoccupati della evangelizzazione di quelle terre. In particolare è assai
suggestiva la vicenda che vide protagonisti i cattolici con l'azione
missionaria dei gesuiti che si sviluppò a partire dal 1840 nel Nord Ovest
degli Stati Uniti con la Missione gesuita delle Montagne Rocciose in un'area
sterminata oggi compresa entro i confini degli Stati dell'Oregon, Idaho,
Washington e Montana.
La presenza della Compagnia di Gesù contribuì a propagare il cattolicesimo
sia tra i bianchi (agli inizi della missione erano comunque pochissimi) sia
tra i nativi. Flatheads, Pend d'Oreilles, Crow, Cheyenne, Sioux, Nasi
Forati, Piedi Neri, Coeur d'Alenes, Kalispel, Cree, Gros Ventres,
Assiniboines, Spokane, Cayuse, Yakima, furono le tante tribù indiane tra le
quali la Compagnia di Gesù organizzò l'opera di evangelizzazione. La
Missione delle Montagne Rocciose in effetti fu un tentativo che non
impropriamente si può accostare all'esperienza fatta dagli stessi gesuiti a
partire dai primi del Seicento con le riduzioni paraguayiane tra gli indios
sudamericani; non va dimenticato che il gesuita belga padre Pierre Jean De
Smet, iniziatore della missione tra gli indiani del Nord Ovest, aveva tra le
sue letture di riferimento Il Cristianesimo felice del Muratori, storia
della missione gesuita in Paraguay.
Nel Nord Ovest americano i missionari di sant'Ignazio tentarono
un esperimento che, attraverso una convivenza con gli indiani capace
di accogliere anche elementi della loro identità di popolo, si tradusse
per i nativi in un incontro pacifico con il cattolicesimo, senza
la violenza e la sopraffazione che quasi sempre gli indiani subirono
nel loro rapporto con i bianchi.
Una missione chiesta dagli indiani
L'inizio della missione avvenne davvero in modo inconsueto, visto che la
presenza dei gesuiti fu espressamente richiesta dalle stesse tribù indiane.
Tutto cominciò tra i Flatheads del Montana nordoccidentale, tra i quali si
era insediato, attorno al 1816, un gruppo di indiani irochesi convertiti al
cristianesimo che assunse il ruolo di promotore della diffusione della fede
cristiana, facendone conoscere le basi elementari e presentandola come ciò
che poteva costituire un grande beneficio per la tribù, perché avrebbe
indicato la strada della salvezza e dell'immortalità. Gli Irochesi
sostenevano anche la necessità di chiedere la presenza, quali guide
spirituali, dei gesuiti, gli «abiti neri». Questa prima elementare
predicazione trovò fertile terreno tra i Flatheads e anche la proposta di
chiamare missionari gesuiti ebbe ottima accoglienza, poiché si armonizzava
con una tradizionale profezia venata di messianismo diffusa da tempo tra gli
indiani, che indicava nella venuta di uomini vestiti di nero la salvezza per
la tribù. Era quindi evidente che la proposta irochese di chiamare i gesuiti
aveva dato un'identità ai misteriosi «abiti neri» della profezia, probabile
eco del passaggio avvenuto molti anni prima di qualche missionario gesuita
nel Nord Ovest.
Dopo una serie di tentativi falliti di instaurare un contatto con i
missionari cattolici, finalmente, nell'estate del 1839, una delegazione
indiana raggiunse Saint Louis, nel Missouri, e ottenne finalmente dal
vescovo, l'italiano Giuseppe Rosati, l'assenso a fronte della richiesta
della tribù. Così, fu incaricato per un primo contatto padre De Smet, che
già in precedenza era andato in missione presso la tribù dei Potawatomies:
non a caso un gesuita, visto che l'assemblea plenaria dei vescovi degli Usa
aveva deliberato nel 1837 a Baltimora di affidare la cura spirituale degli
indiani alla Compagnia di Gesù. Dopo un primo viaggio esplorativo che
confermò che vi erano le condizioni per stabilire la missione, nell'aprile
del 1841 De Smet ripartiva con entusiasmo alla volta del Nord Ovest alla
guida della prima pattuglia missionaria, e nello stesso anno nasceva la
prima storica missione cattolica nel Montana, St. Mary, fondata sul luogo
ove era stata sepolta una ragazzina indiana di tredici anni di nome Mary,
battezzata dagli Irochesi, che in punto di morte aveva predetto la
costruzione della missione e l'arrivo dei gesuiti, esortando gli indiani
a seguire i loro insegnamenti.
Nel 1844 fu fondata un'altra storica missione, quella di St. Ignatius (nel
tempo spostata più volte fino a trovare la sede definitiva nel 1854), che
divenne un'importante base per l'attività missionaria e sede di una
tipografia che avviò una produzione editoriale di testi nelle varie lingue
indiane. L'attività dei gesuiti sin dagli inizi non si limitò ai Flatheads,
ma si allargò subito alle altre tribù del Nord Ovest, mostrando già in quei
primi anni un forte dinamismo nonostante la vastità del territorio, la sua
natura selvaggia e accidentata, e un clima poco accogliente. La vita delle
prime missioni era estremamente dura, si viveva in condizioni di fortuna,
senza i comfort abituali della società civilizzata, spesso con limitate
risorse alimentari, lontano dagli avamposti della civiltà. All'inizio essere
missionari tra gli indiani voleva dire percorrere enormi distanze per
seguirli nei loro spostamenti, comprese le lunghe campagne di caccia al
bisonte, o viaggiare per lungo tempo su percorsi accidentati per raggiungere
gli insediamenti delle tribù più isolate....
Religiosi europei, chiave del successo
L'azione tra gli indiani produsse risultati considerevoli; la Chiesa
cattolica nel 1873 sosteneva di avere nei tenitori del Nord Ovest verso il
Pacifico più di centomila fedeli tra gli indiani, a fronte dei circa
quindicimila che facevano riferimento alle varie confessioni protestanti.
Nell'area del Montana, dove verso il 1890 erano censiti circa diecimila
indiani, quelli cattolici erano il settanta per cento. Interessanti sono i
dati relativi all'attività scolastica, particolarmente importante
nell'ambito della Missione, che aiutano a comprendere meglio l'ampiezza
del lavoro svolto dai gesuiti e la risposta degli indiani all'azione
evangelizzatrice; infatti le statistiche relative alla frequenza dei giovani
indiani alle scuole delle missioni nel Montana descrivono un fenomeno di
tutto rispetto. Alla missione di St. Ignatius nel 1864 c'erano quattrocento
scolari; a St. Peter, presso i Piedi Neri, gli studenti erano 200, mentre a
St. La-brè, presso i Cheyenne, c'erano nel 1884 quaranta allievi. La
missione di St. Paul tra gli Assiniboines e i Gros Ventres ospitava
centoquarantacinque allievi nel 1886; quella di St. Xavier presso i Crow,
nel periodo 1886/1887 ne aveva centoventi, e analogo numero di allievi era
presente nella missione di Holy Family, tra i Piedi Neri.
Va però precisato che il successo della predicazione dei gesuiti non fu
uniforme; ebbe maggior fortuna tra i Flatheads, i Pend D'Oreilles, i
Kootenais, i Coeur d'Alenes, mentre il cattolicesimo si diffuse più
lentamente e con maggiori difficoltà fra tribù come i Piedi Neri, i Gros
Ventres, gli Assiniboines, i Crow. Una delle ragioni dell'efficacia delle
attività missionarie tra gli indiani è probabilmente da ricercare
nell'impegno, nello zelo e nel sacrificio di gesuiti di origine europea, un
carattere europeo della Missione rafforzato con la presa in carico della
responsabilità dell'attività da parte della Provincia Torinese dei gesuiti
che inviò ben 158 missionari. Il fatto che i missionari non fossero nati in
America potrebbe avere contribuito a vincere le diffidenze e le resistenze
dei nativi, che considerarono sempre i gesuiti «altro» rispetto ai bianchi
americani che invadevano le loro terre e li privavano delle risorse per
mantenere un'esistenza libera e indipendente.
Nella sostanza gli «abiti neri» erano per gli indiani portatori di una fede
religiosa pronta a convivere pacificamente, e non erano visti come strumenti
di un piano di sottomissione forzata. Va sottolineato poi che, durante i
momenti di conflitto tra bianchi e indiani, i gesuiti svolsero iniziative di
mediazione tra le parti, mantenendo una neutralità che non impedì loro di
assumere iniziative volte a cercare di limitare le rappresaglie e i duri
comportamenti dei militari americani verso le tribù, ben conoscendo
l'origine di torti e vessazioni subite dagli indiani e le relative colpe dei
bianchi. Anche per questo, spesso i gesuiti furono considerali con sospetto
dalle autorità americane, mentre ebbero confermata la stima e l'amicizia
delle tribù; eloquente, in tal senso, capo Giuseppe, guida dei Nasi Forati
in una disperata resistenza contro l'esercito americano nel 1877, che così
definiva il superiore della Missione dei gesuiti: «Padre Cataldo è mio amico
ed è un uomo buono. La mia gente gli vuole bene».
Ulteriore elemento che probabilmente contribuì alla penetrazione del
cattolicesimo tra le tribù fu la forte presenza di gesuiti di origine
italiana in seno alla Missione delle Montagne Rocciose. Secondo un
consolidato orientamento della storiografia americana, furono proprio gli
italiani che proposero una fede cattolica filtrata dalla sensibilità latina
e mediterranea, capace di affascinare gli indiani. In maniera sorprendente
la spiritualità della tradizione cattolica italiana sarebbe stato il terreno
di incontro con gli indiani, incoraggiando le relazioni e la convivenza.
D'altra parte giocò a favore degli sforzi dei gesuiti anche un'altra loro
capacità, che appartiene al patrimonio di cultura e di esperienza più
affascinante del cattolicesimo: proporre una fede cattolica in grado di
assorbire e utilizzare segni e strumenti della cultura dei nativi a loro
famigliari (il canto, alcuni elementi della natura, l'attenzione a riti e
simboli), in grado quindi di far percepire la nuova fede non estranea
o legata a modelli culturali e di vita troppo lontani.
Tempi duri per i gesuiti
II declino della Missione nel Nord Ovest fu un fatto graduale e determinato
da una serie di fattori, e non da un'unica causa. Come già evidenziato,
lo slancio della missione era merito dei gesuiti di origine europea, con
particolare riguardo a quelli italiani; l'organico della missione nelle
Montagne Rocciose fu fortemente incrementato durante l'Ottocento
da gesuiti che si trasferivano dall'Europa per sfuggire all'ondata
di ostilità e persecuzione scatenata dall'ideologia liberale, che
identificava nella religione cattolica, nel Papa e nei suoi difensori
(in prìmis i gesuiti) i principali pilastri di un vecchio ordine sociale,
politico e anche economico da abbattere. Caso emblematico fu l'Italia,
dove il processo di unificazione nel suo progredire manifestò
un carattere anticattolico mantenutosi forte anche gli inizi della vita
dello Stato unitario; furono anni nei quali l'emigrazione dei gesuiti
divenne un flusso consistente che andò a rinvigorire e rilanciare
la Missione delle Montagne Rocciose. Quando però,
negli ultimi decenni del XIX secolo, la situazione italiana divenne,
almeno in parte, meno dura e aspra per la Chiesa cattolica, l'emigrazione
gesuita dall'Italia verso il Nord Ovest diminuì, fino a estinguersi. Così,
gradualmente ma inesorabilmente, cominciarono ad assottigliarsi le fila
di questa corposa componente italiana della Compagnia di Gesù
in questi territori.
Probabilmente anche il rapporto non sempre facile tra gesuiti e Stato
americano contribuì al tramonto di questa esperienza missionaria; già
attorno al 1870 la legislazione varata sotto la presidenza Grant, con
un'arbitraria ripartizione delle tribù in sfere di influenza tra le varie
confessioni cristiane, creò problemi alla libertà di manovra dei gesuiti.
Successivamente la campagna di laicizzazione dell'insegnamento scolastico,
autorevolmente sostenuta a livello politico-governativo e di opinione
pubblica, fu un altro elemento di difficoltà per l'attività missionaria. Va
poi anche rilevato che l'orientamento governativo circa l'obbligatorietà
dell'utilizzo della lingua inglese anche nelle scuole dei gesuiti per gli
indiani, oltre a contribuire al declino dell'uso delle lingue tribali creò
ulteriori problemi a gesuiti, in gran parte italiani, che sistematicamente
privilegiavano l'uso delle lingue indiane, che conoscevano assai meglio
di quella inglese.
Un colpo decisivo alla Missione fu portato, però, a partire dagli ultimi
anni dell'Ottocento, dallo sgretolamento del sistema delle riserve, ultima
precaria barriera a difesa dell'autonoma identità indiana; la crisi del
sistema tribale, la dispersione dei singoli nativi in un territorio con i
bianchi ormai in maggioranza, la «americanizzazione» degli indiani,
rendevano difficile la sopravvivenza della vecchia struttura e della
sperimentata metodologia della Missione delle Montagne Rocciose. Il Nord
Ovest «civilizzato» di fine Ottocento non attirava più come sessant'anni
prima i gesuiti, che iniziarono a essere affascinati da nuove terre di
missione; era il caso della gelida Alaska, dove ancora vivevano tribù di
nativi in un ambiente e in condizioni di vita molto simili al Nord Ovest
selvaggio dei primi decenni del XIX secolo, quando padre De Smet
aveva dato inizio a una straordinaria e avventurosa epopea missionaria.

|
 cette fonctionnalité est reservée aux membres ayant une session active !
|