Secondo natura
Gli omosessuali? Terra fertile per il Capitalismo.
Spesso ho scritto che dietro la lobby omosessuale c' è un potente giro di
affari, dato che l'omosessuale è portato a spendere e spandere, meglio se
griffato e/o pacchiano. E così come il logo di un volgare assassino,
creatore di gulag per bambini come Ernesto Che Guevara è diventato
fonte di guadagno per il Mercato che dovrebbe essergli ostile, ecco
che la gaiezza è diventata oggetto di speculazione: meglio un mondo
di pederasti gaudenti e spendaccioni, magari senza preoccupazioni
di marmocchi, piuttosto che Famiglie occulate ed attente, preoccupate
di crescere ed educare la prole a dare un giusto valore e significato
al denaro.
A conferma di ciò, ho trovato stamane, mentre cercavo voli per le solite
Familiari vacanze settembrine, nel sito dell' Air New Zealand uno spazio
intero dedicato ai sodomiti d'ogni paese:
http://www.airnewzealand.com/bookings/gayandlesbiantravel/default.htm
Altro che discriminati e ghettizzati: sono le nuove mucche da mungere!
Eppoi dicono che ce l'ho con i paesi protestanti...
Pure un volo rosa annuale, gli organizzano!
Avvenire
Quel corpo di bambina in mostra per una griffe
Davanti al cellulare si spogliava, si metteva in posa e si fotografava.
Poi offriva in vendita quegli scatti, ad ogni acquirente un mms. Non è la
storia di una valletta intraprendente e procace, ma di una ragazzina di
dodici anni, che in una scuola media di Treviso usava i bagni dell'istituto
come set, e quelle foto le proponeva per pochi euro ai compagni di banco:
per comprarsi, ha spiegato, i jeans firmati. È una piccola storia triste,
che magari verrebbe da considerare con una rassegnata impotenza,
dicendosi - come spesso facciamo - che si tratta di una vicenda isolata,
e che per la maggioranza i nostri figli sono bravi ragazzi. Il che è vero,
e tuttavia la vicenda della dodicenne in posa davanti al suo cellulare,
attenta ad imitare con il suo corpo acerbo le pose delle dive porno
e poi a offrirle agli amici per pochi soldi, è in sé come un microcosmo
distrutto, in cui l'ordine naturale delle cose è andato in frantumi.
Quell'ordine naturale, se ancora si può usare questa espressione, per cui
a dodici anni una ragazza studia la geometria, ha i poster dei cantanti
appesi in camera, si guarda ansiosa allo specchio e aspetta di diventare una
donna; sognando magari, senza dirlo neanche alla più cara amica, di
incontrare per caso sabato in piazza quel ragazzo biondo della III B. Invece
la storia della ragazzina di Treviso racconta di una adolescenza deformata e
annientata brutalmente, nel solco però di canoni ampiamente condivisi dai
giovanissimi: il culto dell'aspetto, l'ansia dei vestiti ' giusti' sembrano
il motore della metamorfosi solitaria, nel bagno di scuola, di una bambina
in una stellina hard. Come se questa dodicenne avesse semplicemente preso
integralmente e alla lettera gli imperativi morali con cui la sua
generazione si confronta; e tirando, in un misto di ingenuità infantile e
disarmante cinismo, le somme, si fosse detta: perché no? Più che quelle foto
di bambina, che pure lasciano l'amarezza di qualcosa di sacro profanato,
pesa una domanda: quanto è il non detto, il non compreso, quanta coscienza
di sé, della dignità e del valore di sé, deve mancare per spogliarsi, a
quell'età, e scattare e vendere? Come se ci si percepisse dietro quel viso
infantile, quegli occhi, quel corpo esile - una cosa, o un nulla. Come se
non ci fosse nulla da perdere, né nulla di bello e di buono al mondo da
fare: solo del tempo da ingannare, e dei soldi da guadagnare.
È questa, l'emergenza educativa che cerchiamo di non vedere,
perché ci spaventa.
C'è una poesia di Mario Luzi di pochi anni fa che parla del
« testimone » che le generazioni si passano l'una con l'altra, dei patti
« immemorabilmente stretti » che tramandano il senso del vivere,
il valore dell'uomo e il suo scopo. « E ora che cosa non sanno, che cosa
non ricordano? » , è la domanda che si ripete e percorre dolorosamente
la poesia. Luzi oggi è morto, ma forse se leggesse la piccola storia triste
di Treviso altro non potrebbe che ripetere quella domanda.
Un caso isolato, certo, e i nostri figli sono bravi ragazzi.
Ma noi, che cosa ci siamo dimenticati di dargli?