Il culto solenne e pubblico a Dio sta prima del progresso, prima di ogni piacere e prima di ogni altro dovere sociale
[ Nouvelle discussion
| Répondre au groupe
|
it.cultura.cattolica ]
Sujet: Il culto solenne e pubblico a Dio sta prima del progresso, prima di ogni piacere e prima di ogni altro dovere sociale
De: donquix...@tiscalinet.it (donquixote)
Groupes: it.cultura.cattolica
Organisation: TIN.IT (http://www.tin.it)
Date: 28. Jun 2008, 22:20:19
|
Papanews
Il Cardinale Poggi, una vita intera al servizio della gloriosa Tradizione
della Chiesa: "Non ho mai smesso di celebrare con il rito tridentino"
di Bruno Volpe
CITTA' DEL VATICANO -
Ha 91 anni, ma conserva la lucidità e l'entusiasmo di un ragazzino.
Il Cardinale Luigi Poggi, già Archivista e Bibliotecario della
Santa Sede, è uno dei pochi porporati che, dopo la riforma liturgica
del Concilio Vaticano II, ha continuato a celebrare la Santa Messa
con il rito tridentino in latino di San Pio V.
Eminenza, ci consenta una provocazione amichevole: perchè
non si è adeguato alla riforma?
"Scusi, ma perchè mi pone questa domanda? Io ho sempre celebrato
secondo il Messale di San Pio V che, è bene ricordarlo, il Concilio
Vaticano II non ha mai abrogato".
Rimoduliamo il quesito: perchè ha scelto di continuare con il rito di San
Pio V?
"Così va già meglio. Allora: nessuno, e sottolineo nessuno, è autorizzato a
cancellare la tradizione della Chiesa, tantomeno il Concilio Vaticano II,
cui va, sia ben chiaro, tutto il mio rispetto. Ma, lo sottolineo ancora una
volta, quel Concilio non ha sostituito il rito tridentino ma ne ha
semplicemente aggiunto un altro. Se poi alcuni Vescovi o 'Pastori
zelanti', hanno pensato che il Novus Ordo abrogasse il Vetus Ordo,
hanno sbagliato di grosso".
Sappiamo che della Messa di San Pio V Le piacciono i silenzi, il guardare
a Dio, alla Croce.
"Come potrebbe essere altrimenti? Molti sbagliano e analizzano il problema
riducendolo alla posizione del celebrante. Da nessuna parte è scritto che il
sacerdote debba rivolgersi ad Oriente, ma mi sembra comunque la posizione
più corretta e teologicamente convincente. Il sacerdote non è il
protagonista della Celebrazione Eucaristica, ma parla a nome di Cristo,
quindi guarda alla Croce e al sole che sorge, cioè al Verbo".
Introibo ad altare Dei.
"Bellissima formula, che dà pienamente la sensazione e l'idea di una
processione, di un divenire, dell'indegnità dell'uomo ad accostarsi al
Sacrificio Divino; ma mi piace sottolineare maggiormente il secondo
passaggio".
Ci dica.
"Qui laetificat juventutem meam. Non è un ritornello senza idee, ma
testimonia la giovinezza di Dio e la sua immensa misericordia; la
misericordia del Padre che rinnova nella fede i suoi figli donando la
gioventù e la freschezza di chi crede. Ecco, il rito tridentino contempla un
Dio giovane ed evidenzia la bellezza di una fede spontanea. Come dire,
quella Messa contiene elementi purtroppo trascurati nella visione
razionalista del Novus Ordo: la capacità di stupirsi, il mistero e la
trascendenza".
Qualche studioso, religioso e persino rabbino ha parlato di rito antisemita.
"Guardi, di inesattezze ne ho sentite molte, ma questa le supera davvero
tutte. Il rito tridentino non vuole offendere i giudei, ma ne invoca
semplicemente la conversione. Tanto più che, con estremo buon senso,
il Papa Benedetto XVI ha rivisto la preghiera del Venerdì Santo,
auspicando e ribadendo la richiesta di conversione degli ebrei.
A tal proposito, mi permetto di affermare che ogni cristiano è chiamato
a convertire chi non crede in Cristo".
Eminenza, ma Lei a 91 anni si sente giovane?
"Certo. Con un Dio che 'laetificat juventutem meam'
come non potrei?".
Rinascimentosacro
Pavia: celebrata la prima delle Messe regolari.
Domenica scorsa la bella Pavia ha vissuto quel toccante momento nel quale,
per una dolce grazia, una piccola parte del Popolo di Dio ha rivissuto, o
conosciuto, la Santa Messa nella forma straordinaria. Un momento discreto,
intimo, ma che ha visto un buon concorso di popolo riempire la Chiesa
di San Giovanni Domnarum.
Don Gianfranco Poma, il sacerdote che si è fatto carico dell'iniziativa
davanti al suo Vescovo, ha introdotto con brevi parole la celebrazione
inquadrandola dal punto di vista storico e attuale, e poi ha fatto da
chierichetto, come una volta si usava tra preti, quando si prestavano
vicendevolmente questa preziosa cortesia.
Don Fabio Besostri, coaudiotore al SS.mo Crocifisso in città e docente
presso l'Istituto di Scienze Religiose di Vigevano, ha deciso di affiancare
don Poma in questo suo impegno, e si è prestato volentieri a celebrare
la prima delle Messe: "Ho fatto meglio che ho potuto, ma deve ancora
prendere confidenza con il rito" ha detto soddisfatto don Fabio,
"speriamo di far meglio domenica prossima perchè ho saltato un paio
di Dominus vobiscum e ad un certo punto sono andato in confusione,
per l'emozione! Personalmente devo dire che mi è piaciuto moltissimo
celebrare con questo rito: molto più raccolto, nonostante le mie
preoccupazioni rubricali. Un po' di musica ci starebbe benissimo,
speriamo di riuscire a mettere in piedi un coretto o qualcosa del genere,
o di avere un organista almeno per le celebrazioni principali".
Ora che il coraggioso pastore si è messo in cammino, gli uomini di buona
volontà sapranno certamente mettersi al suo seguito, e ci auguriamo che
questo importante momento spirituale abbia, col tempo, la partecipazione
e il sostegno che merita. I testimoni, infatti, son sempre i migliori
maestri.
Dal 29 giugno, il Papa porterà un pallio con una nuova forma
Monsignor Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, spiega le novità
di Inmaculada Álvarez
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).-
Il pallio che Benedetto XVI porterà a partire da domenica prossima,
solennità dei Santi Pietro e Paolo, sarà diverso da quello attuale: avrà
una forma circolare chiusa, con i due estremi pendenti sul petto e sulla
schiena. Le croci che lo adornano continueranno ad essere rosse, ma
la forma sarà più grande e lunga.
Secondo quando ha spiegato monsignor Guido Marini, Maestro
delle Celebrazioni Liturgiche, a "L'Osservatore Romano", con questi
cambiamenti si recupera qualcosa della forma precedente al pontificato
di Giovanni Paolo II.
Il pallio pontificio, paramento liturgico utilizzato fin dall'antichità, è
un panno di lana bianca che utilizzano soltanto il Papa e i metropoliti
(quello del Pontefice è diverso da quello degli Arcivescovi).
Viene confezionato con la lana di due agnelli che il Papa benedice
il giorno di Sant'Agnese (21 gennaio), lavorata poi dalle monache
benedettine di Santa Cecilia.
I nuovi palli sono collocati in un'urna davanti alla tomba di San Pietro
e il 29 giugno il Papa li consegna solennemente ai nuovi Arcivescovi
nominati durante l'anno.
Da alcuni mesi, ha sottolineato monsignor Marini, il Papa ha deciso di
cambiare anche il pastorale, utilizzandone uno dorato e a forma di croce
greca usato da Pio IX al posto di quello argentato con la figura del
crocifisso introdotto da Paolo VI.
Questa scelta, ha spiegato il presule, "non significa semplicemente un
ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità,
un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente
nelcammino della storia".
"Questo pastorale, denominato ferula, risponde infatti in modo più fedele
alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che sempre
stato a forma di croce e senza crocifisso", oltre ad essere più leggero e
maneggevole di quello precedente.
E' stato riscattato anche l'uso del camauro (berretto rosso dal bordo bianco
portato solo in inverno), caduto in disuso dal pontificato di Giovanni
XXIII.
"Le vesti liturgiche adottate, come anche alcuni particolari del rito,
intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale
con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa", ha
osservato monsignor Marini.
"L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio esatto per leggere
il cammino della Chiesa nel tempo. Ciò vale anche per la liturgia".
L'importante, ha osservato, non è tanto l'antichità o la modernità dei
paramenti liturgici, "quanto la bellezza e la dignità, componenti importanti
di ogni celebrazione liturgica".
Monsignor Marini ha parlato anche del trono papale, usato in particolari
circostanze e che "vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza
liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo", e della
posizione della croce al centro dell'altare, che indica "la centralità del
crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta
l'assemblea chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica:
non ci si guarda, ma si guarda a Colui che nato, morto e risorto
per noi, il Salvatore".
Circa la la distribuzione della comunione sulla mano, monsignor Marini ha
affermato che "rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla
legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali
che ne abbiano fatto richiesta".
La modalità adottata da Benedetto XVI di distribuire la comunione
in bocca e in ginocchio, come nella recente visita in Puglia, "tende
a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa"
e, "senza nulla togliere all'altra, meglio mette in luce la verità
della presenza reale nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli,
introduce con più facilità al senso del mistero".
Rinascimentosacro
Quando si prega non è conveniente guardarsi.
Quando si prega bisogna piuttosto guardare al Cristo in croce. Il cardinal
Ratzinger affrontò in molti dei suoi libri la questione liturgica con
coerenza e lungimiranza, avendo a cuore, in particolare, il problema
dell'orientamento nella preghiera e della posizione della croce sull'altare.
Qui di seguito vi proponiamo un estratto del libro "La festa della fede.
Saggi di teologia liturgica" (Jaca Book, Milano, 1984).
di Joseph Ratzinger
L'epoca postconciliare ha portato un calo dell'immagine, che si spiega con
molte ragioni; non possiamo essere tranquilli. Non si dovrebbe ripristinare,
come cosa estremamente importante, il significato dell'immagine della croce
e rispondere così alla costante incisiva di tutta la tradizione della fede?
Anche nell'attuale orientamento della celebrazione, la croce potrebbe essere
collocata sull'altare in tal modo che i sacerdoti e i fedeli la guardino
insieme. Nel canone essi non dovrebbero guardarsi, ma guardare insieme
lui, il trafitto (Zc 12, 10; Ap 1, 7).
Nella preghiera non è necessario, non è anzi nemmeno
conveniente, guardarsi l'uno con l'altro, e tanto meno
nel ricevere la comunione. Dipenderà dalle disposizioni
locali come si possa soddisfare a questi due punti di vista.
In un uso esagerato e malinteso della "celebrazione
rivolta al popolo" si è continuato a rimuovere la croce dal mezzo
dell'altare perfino nella basilica di San Pietro a Roma, per non ostacolare
la visuale tra il celebrante e il popolo. La croce sull'altare non è però
un impedimento alla visuale, ma un punto comune di riferimento.
Essa è l'iconostasi, che è scoperta, non ostacola l'andare l'uno verso
l'altro, ma media e significa pure per tutti l'immagine che concentra e
unisce i nostri sguardi. Ardirei addirittura la tesi che la croce
sull'altare non è impedimento ma presupposto della celebrazione "versus
populum". Diverrebbe così nuovamente ricca di significato la distinzione
tra liturgia della parola e canone. Nella prima si tratta dell'annuncio,
e pertanto di un indirizzo immediato, nell'altra di un'adorazione comune,
nella quale noi tutti stiamo più che mai durante la invocazione "conversi
ad Dominum": Rivolgiamoci al Signore; convertiamoci al Signore.
Cardinale Giuseppe Siri
Brani tratti dalla lettera pastorale del 2 febbraio 1964:
"Cari Confratelli, Diletti Figli! [...] La Chiesa ha voluto richiamare al
mondo una verità tanto elementare quanto trascurata: il primo atto al quale
sono tenuti gli uomini, come singoli e nella loro vita associata, è quello
di rendere nell'intimo del cuore per la sincerità, nella pubblica
espressione per la giustizia verso il Creatore, quel culto che Gli è dovuto
come a dispositore di ogni cosa, salvatore ed eterno amore.
Il culto solenne e pubblico a Dio sta prima del progresso, prima
di ogni piacere e prima di ogni altro dovere sociale.
Tutte le proporzioni si alterano nella vita individuale e sociale, quando
questa legge non viene osservata ed il disordine, la insoddisfazione,
la noia, la tristezza, la stessa disperazione si impossessano degli uomini
e fanno impazzire gli stessi fatti della loro storia.
Molti troveranno in questo la vera spiegazione del loro stato arido
ed oscuro, pervaso di ombre e di inutili dolori. [...]
La Liturgia è il primo strumento ordinario per la salvezza delle anime.
Non vi sembri strano: il Santo Sacrificio, i Santi Sacramenti, la più grande
preghiera, la erogazione della parola di Dio più autentica fanno parte della
Divina Liturgia. Non solo, ma essa, col suo continuo dialogo con Dio, colla
Vergine Madre nostra e coi Santi, ricostruisce sempre la famiglia di Dio,
quella che resta al disopra delle nere vicissitudini umane. Colla Divina
Liturgia, specialmente se capìta e seguìta, si insegna, si santifica,
si eleva tutto."
http://tinyurl.com/69jcbj
http://tinyurl.com/64ypkk

|
 cette fonctionnalité est reservée aux membres ayant une session active !
|