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Il Partito Comunista contro Guareschi e la reazione clerico-fascista

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  Sujet:   Il Partito Comunista contro Guareschi e la reazione clerico-fascista  
 De: donquix...@tiscalinet.it (donquixote)
 Groupes: it.cultura.cattolica
 Organisation: TIN.IT (http://www.tin.it)
 Date: 28. Jun 2008, 22:05:49
Il Giornale
Galimberti, filosofo copia e incolla, continua a pontificare.
Marcello Foa
Umberto Galimberti è considerato negli ambienti colti della sinistra un
guru, uno di quei filosofi profondi, seri e pensosi che dall'alto della
propria cultura sanno analizzare con amara precisione il disagio
esistenziale della nostra società. Confesso che fino a qualche tempo fa mi
capitava di apprezzare qualche suo articolo, ma ora non riesco proprio a
prenderlo sul serio. Non che Galimberti sia improvvisamente rimbecillito.
Al contrario, è troppo intelligente; anzi troppo italianamente furbo.

Il Giornale ha infatti scoperto che l'Umberto ha l'abitudine di copiare
testi altrui, senza virgolettarli, senza citare la fonte. Nei giorni scorsi
Roberto Farneti e Matteo Sacchi hanno scoperto ben quattro casi di plagio.
Dico quattro casi. Stamane nuovo scoop, a firma di Sacchi: il filosofo
ottenne la cattedra di filosofia a Venezia presentando, tra gli altri, due
testi clonati.

La vicenda ispira diverse considerazioni:

1) Con quale credibilità un professore che copia intere pagine può
continuare a insegnare? Oggi il rettore dell'Università Ca Foscari di
Venezia afferma che non spetta a lui prendere provvedimenti e che
bisognerebbe creare un giurì per valutare l'accaduto. Come dire: meglio
soprassedere; il che la dice lunga sugli standard etici di certi ambienti
accademici italiani (non di tutti, per fortuna).

2) Diversi giornali, tra cui Corriere della Sera, Foglio, Avvenire, hanno
ripreso le denunce del Giornale, sollecitando un chiarimento pubblico di
Galimberti, che invece continua a tacere. O meglio: si è scusato
controvoglia in un'intervista con il Giornale solo dopo il primo scoop, ma
dopo si è chiuso nel silenzio.

3) La Repubblica non ha scritto una riga sulla vicenda. Di fatto i lettori
del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non sono al corrente delle gravi
e documentate accuse rivolte contro il filosofo, il cui ultimo libro
continua infatti a vendere moltissimo. Non solo: la Repubblica continua a
pubblicare i suoi editoriali in prima pagina, densi di giudizi morali sulla
nostra società così corrotta e insincera. Insomma, anziché distanziarsi da
un personaggio perlomeno imbarazzante, ne alimenta il mito.
Un po' di decoro, a cominciare proprio da Galimberti, no?


Il Giornale
E De Sica disse all'Unità «Non giro Don Camillo»
di Michele Brambilla
A cent'anni dalla nascita e a quaranta dalla morte, il contrordine-compagni
su Giovannino Guareschi può ora dirsi completato: dopo la rivalutazione
delle opere letterarie arriva anche - con un saggio di Tatti Sanguineti -
quella della loro trasposizione cinematografica. Insomma i film con
Peppone e don Camillo, da sempre amatissimi dal pubblico ma
un po' schifati dai cinefili, entrano nel salotto buono della critica.
Benissimo.
C'è solo da rallegrarsene.
Però c'è qualcosa di molto italiano, in questa riabilitazione postuma. C'è
una rimozione della memoria, c'è una retorica che vorrebbe far credere che
così si è sempre pensato, e che non c'è nessuno che dovrebbe chiedere scusa.
Ieri la Cineteca di Bologna, che ha promosso il libro di Sanguineti e altre
iniziative su Guareschi e il cinema, ha diffuso un comunicato in cui si dice
così: «Ci voleva l'ottimismo del cinema italiano di quegli anni per produrre
Peppone e don Camillo».
Eh no. Ma quale «ottimismo del cinema italiano». Ma quale «ci voleva».
Il cinema italiano del dopoguerra, quello del neorealismo e della
commedia all'italiana, con Guareschi non volle avere nulla a che spartire.
Lo disprezzò, lo evitò come un turpe monatto. La Cineteca di Bologna
è certamente in buona fede, ma quelle parole sono il frutto di una
disinformazione ormai affermatasi come verità ufficiale.
I fatti sono diversi. I fatti dicono che non si trovò un solo regista
italiano disposto a girare un film su don Camillo. Il primo
a essere interpellato, alla fine degli anni '40, fu Alessandro Blasetti,
che inizialmente accettò con entusiasmo, ma poi si rese conto
che mescolarsi con quel «reazionario» di Guareschi sarebbe stato
sconveniente, e declinò l'invito.
Fu chiamato Mario Camerini - che poi, nel 1972, avrebbe diretto
Don Camillo e i giovani d'oggi - ma anche lui non se la sentì
di passare per anticomunista.
Anche De Sica fu interpellato: proprio De Sica, il quale, secondo
il saggio di Sanguineti, a Guareschi si sarebbe poi segretamente
ispirato per Umberto D.: ebbene, De Sica non solo rifiutò, ma si sentì
in dovere di farlo sapere a tutti, tramite l'Unità. La vicenda è ben
ricostruita nel libro Giovannino Guareschi: c'era una volta il padre
di don Camillo e Peppone (Piemme, pagg. 255, euro 14,50)
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. I quali aggiungono alla lista
dei fuggitivi Luigi Zampa, che «solo all'idea di mischiarsi a quel
bifolco reazionario di Guareschi disse che non ci pensassero nemmeno».
Si dovette andare all'estero, per trovare un regista. Fu il francese Julien
Duvivier a girare i primi due film, Don Camillo (uscito nel 1952) e Il
ritorno di don Camillo. E in quale clima, li dovette girare. Duvivier - con
grande dolore di Guareschi, che avrebbe voluto ambientare il film nella sua
Bassa parmense - trovò nella provincia di Reggio Emilia il paese adatto,
Brescello, il quale aveva l'essenziale caratteristica di avere municipio e
chiesa nella stessa piazza. I comunisti di Brescello non trovarono nulla di
strano che nel loro paese si girasse un film, e anzi molti di loro vi
parteciparono come comparse, e perfino con ruoli non del tutto secondari:
Saro Urzì - per dirne uno - interpretò il Brusco, e più tardi sarebbe
diventato sindaco del paese. Ma nonostante l'accondiscendenza del popolo
locale, il Partito Comunista creò un caso nazionale. Ai compagni della
sezione di Brescello si contestò di lavorare al servizio della reazione
clerico-fascista, e la questione ebbe il suo epilogo in un'affollatissima
assemblea al Teatro Municipale di Reggio Emilia il 4 ottobre del 1951.
I funzionari del partito Renzo Bonazzi e Mario De Micheli lessero
il capo d'imputazione.
Fu Guareschi stesso a sciogliere la tensione con una battuta: «Voi mi
accusate, ma io sono riuscito a fare qualcosa di impossibile, qualcosa che
ha del miracoloso: io sono riuscito a rendere simpatico un comunista».

Quello era il clima in cui in Italia accolsero i film su don Camillo. Anche
se il «no» dei registi italiani fu probabilmente provvidenziale perché
Duvivier realizzò due capolavori. Provò Gino Cervi nel ruolo
di don Camillo e Guareschi medesimo nel ruolo di Peppone:
poi, quando si accorse che Giovannino come attore non era
un granché, ebbe l'intuizione di far fare il sindaco a Cervi
e di chiamare dalla Francia Fernandel.
Mai cocktail fu più riuscito.
Quei film ancora oggi commuovono noi che li vedemmo da bambini e -
misteriosamente - anche i nostri figli, che in teoria di quegli anni nulla
dovrebbero sapere.

http://www.radioformigoni.it/interviews.asp?id=1737


DateSujet  Auteur
01.01.
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