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Il trionfo di Satana-La Bonino innamorata e gli aborti con la pompa della bicicletta

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  Sujet:   Il trionfo di Satana-La Bonino innamorata e gli aborti con la pompa della bicicletta  
 De: donquix...@tiscalinet.it (donquixote)
 Groupes: it.cultura.cattolica
 Organisation: TIN.IT (http://www.tin.it)
 Date: 28. Jun 2008, 22:04:52
Il Giornale
La Bonino innamorata? Solita bufala radicale
di Michele Brambilla
Emma Bonino, una che ha sempre goduto di buona stampa, ieri ha voluto
mettere la stampa alla prova. Si è inventata una balla: al settimanale Diva
e Donna, che le aveva chiesto un'intervista sulla fame nel mondo, ha
raccontato di essere innamorata, insomma di avere un fidanzato segreto,
«che non è un politico e non è italiano»; poi, siccome le pareva di non
averci messo abbastanza pepe, ha aggiunto di non avere mai fatto sesso
con Marco Pannella.
La trappola di Emma ha funzionato. C'è cascato Diva e Donna, e ci sono
cascati alcuni quotidiani che hanno ripreso la notizia e l'hanno commentata:
sapessi com'è strano, sentirsi innamorati a sessant'anni. Così ieri la
Bonino ha potuto sbeffeggiare i giornalisti, indicarli al pubblico disprezzo
come cialtroncelli pronti a scaldarsi solo per il gossip. Se parlo del
vertice Fao - questo in sostanza il ragionamento della Bonino - non mi fila
nessuno; se m'invento un fidanzato, conquisto almeno una mezza pagina.
«Vedo - ha detto ieri a Radio Radicale - che su questo i quotidiani
scrivono, importanti firme imbastiscono ragionamenti sociologici, fanno
grandi ricerche d'archivio, mi telefonano. È un bel test sul giornalismo
italiano, credo».
Non abbiamo alcun nervo scoperto, sulla vicenda, per il semplice motivo
che il Giornale è stato uno dei pochissimi quotidiani, o forse l'unico,
a non pubblicare un rigo sulla presunta love story. Potremmo quindi
menar vanto di aver schifato il giornalismo dei pettegolezzi; oppure
di aver intuito che l'esistenza di un fidanzato della Bonino è credibile
quanto quella del mostro di Lochness, degli Ufo e dell'alternativa
di centro.
Invece no: diciamo che non troviamo nulla di sconveniente,
ad esempio, nell'articolo che ha scritto su Repubblica Filippo
Ceccarelli per esprimere sconcerto sull'ennesimo outing di
un politico (se le tenessero per loro, dice giustamente Ceccarelli,
le faccende private). Emma la maestrina lo rimanda a settembre
dicendogli proprio voi, voi giornalisti che in queste cose ci sguazzate.
E sarà anche vero, che ci sguazziamo. Sarà anche vero che il «circuito
mediatico» è così meschino da dare più spazio alle sciocchezze che alle cose
serie. Ma se c'è qualcuno che su questo vizietto ha campato e campa tuttora,
se c'è un partito politico che ha capito fin troppo bene come si fa a
trovare spazio sui giornali, questo è proprio quello della signora Bonino.
Le ricordano niente, signora vicepresidente del Senato, le foto degli aborti
praticati «per disobbedienza civile» con le pompe delle biciclette? E quanti
chilometri quadrati di giornali - e ore e ore di tv - ha rubato Marco
Pannella con i suoi digiuni che cominciano regolarmente con un «mi lascio
morire», proseguono immancabilmente con gli allarmati bollettini medici, e
finiscono infallibilmente in trattoria? E vogliamo parlare degli spinelli
fumati in diretta per farsi arrestare?
Mezzi estremi, si dirà, per richiamare l'attenzione su nobili battaglie. Può
darsi. Ma la candidatura di Toni Negri in Parlamento? E quella di
Cicciolina? Il primo predicava la rivoluzione, la seconda faceva vedere le
tette davanti a Montecitorio: in tutti e due i casi l'audience era
assicurata, l'attenzione sui radicali pure.
Épater le bourgeois: questa è sempre stata la tattica con cui un partito
dell'uno virgola (quando va bene) ha potuto ottenere, dai media, uno spazio
inversamente proporzionale alla propria rappresentanza nel Paese.
Questa, e anche quella del pianto greco: appena fatto il pieno
di visibilità, i radicali regolarmente partono con l'autocommiserazione,
le denunce contro la censura e il regime, le bocche imbavagliate
«perché non ci fanno parlare».
Ecco perché dà fastidio la predica della signora Bonino: perché
non viene da un pulpito, ma da un sepolcro imbiancato. Viene da chi
sul tanto disprezzato media-system ha sempre marciato e continua
a marciare....

Effedieffe
L'aborto e lo scandaloso «L'Osservatore Romano»
Marco Arosio
Premesso che oggi, se uno non si chiama Israel, Foa, Tedeschi,
Scaraffia, ecc., non ha più alcuna opportunità di scrivere sul
quel supplemento romano del Jerusalem Post che è diventato
l'Osservatore Romano, diretto dalla coppia di giro dei dilettanti
allo sbaraglio Vian-Di Cicco (ancora per quanti mesi sarà consentito
loro di ridicolizzare l'organo di informazione della Santa Sede
con esilaranti articoli del tipo «L'extraterrestre mio fratello»
e simili amenità?) desidero segnalare una notizia, per lo meno
sconvolgente, che è passata del tutto inosservata e sotto silenzio,
senza che si siano levate voci di denuncia e biasimo per quella
che è una vera e propria follia, una vergogna, uno scandalo
della ragione e della fede, l'abuso di un organo di informazione
cattolico per diffondere posizioni contrarie al Magistero pontificio
e alla Chiesa cattolica.

  Mi riferisco al delirante e surreale articolo di Lucetta Scaraffia,
«Aborto e società», pubblicato sull'Osservatore Romano il 22 maggio
2008, di spalla in prima pagina.
      L'articolo si apre con un buffonesco prologo storico-sociologistico,
che pretenderebbe di millantare un fondamento di seriosità accademica, il
quale attribuisce alla Rivoluzione francese «l'introduzione di una severa
legislazione per punire l'aborto sulla base di una concezione molto larga
dei diritti dell'uomo, per cui anche il 'feto' era considerato un
'cittadino'».

      Parrebbe quasi una battuta, una presa in giro.
      Il lettore non informato potrebbe credere che l'aborto abbia avuto la
sua prima sanzione penale da parte dei quegli scalmanati della Rivoluzione
francese, che consideravano il «feto» un «cittadino», in quanto avevano
necessità di tasse pagate da singoli individui e soldati per gli eserciti
nazionali.
      In realtà, la nozione di «aborto», anche a livello di diritto e
giurisprudenza, precede il secolo XVIII, ed è attestata, in ogni società,
come negazione del diritto alla vita del nascituro e come crimine
gravissimo, equiparabile, se non peggiore, dell'infanticidio.

      A titolo esemplificativo, Scaraffia vada a studiarsi il diritto
romano: la storia della giurisprudenza relativa all'aborto non ha inizio
con la Rivoluzione francese, come ella dimostra di credere.
      Il diritto romano difendeva la vita umana fin dal concepimento: si
tratta di un principio proprio della giurisprudenza romana del tempo
augusteo, codificato nel Digesto (opera che fa parte del Corpus iuris di
Giustiniano del VI secolo dopo Cristo), secondo il quale il concepito già
esiste come persona umana: nella terminologia della tradizione romanista, da
Gaio (giurista del II secolo dopo Cristo) al Codice civile argentino, il
termine «persona» viene usato anche in riferimento al concepito.
      Nel Digesto, si parla del concepito nel titolo V del I Libro, sotto la
rubrica «La condizione degli uomini».
      Ivi sono collocati due passi sul concepito definito semplicemente «qui
in utero est» («colui che è nell'utero») e vengono fissati due principi: in
uno si dice «qui in utero est» esiste (è «in rerum natura») e nell'altro
«qui in utero est» è sempre considerato come se fosse nato («in rebus
humanis esse»), quando si tratti del suo vantaggio («commodum»).
      Nello stesso Digesto, è richiamata una legge emanata nell'81 avanti
Cristo, che disciplina gli omicidi e dispone la pena dell'esilio per la
donna che abbia «volontariamente» abortito.
      Questa prima repressione pubblica dell'aborto si ha, in particolare,
con una costituzione approvata dagli imperatori romani pagani di origine
africana Settimio Severo e Antonino Caracalla.
      Nelle ultime pagine del Digesto, Giustiniano, in una sorta
di piccolo vocabolario giuridico (de verborum significatione),
afferma l'esistenza autonoma di «qui in utero est» spiegando
che «è da comprendersi» («intellegere») che colui che è stato
lasciato nell'utero, c'è realmente al tempo della morte.
      In questo contesto era garantita dal Diritto Romano la difesa del
concepito, il diritto alla vita, il diritto di cittadinanza e il diritto
agli alimenti.

      Si può, infatti, notare che «qui in utero est» è considerato avente
una «vita autonoma» rispetto a quella della madre: una legge regia (753-510
avanti Cristo) vietava di seppellire la donna morta in stato di gravidanza,
prima che fosse estratto il partus.
      Secondo la stessa legislazione, l'esecuzione della pena capitale
contro una donna incinta doveva essere differita ad un momento successivo
al parto.
      Una donna incinta non poteva essere sottoposta ad interrogatorio,
né torturata o condannata a morte.
      L'accusa di adulterio contro la donna incinta doveva essere differita,
affinché non si causasse alcun pregiudizio al nato.
      Il figlio di un senatore, benché il padre fosse morto prima della sua
nascita (o anche privato del suo grado in vita), conservava sempre tutti
i diritti che spettavano ai figli di un senatore.
      Anche relativamente alla cittadinanza, lo status di libero e cittadino
veniva attribuito prendendo in considerazione il momento del concepimento
ovvero, se più favorevole, qualunque momento tra concepimento e nascita.

      Ciò che colpisce e lascia esterefatti è che sul quotidiano della Santa
Sede l'ineffabile Lucetta prosegua la sua dissertazione magistrale con una
frase di questo tenore: «E' quindi opportuno far sì che questa legge non si
allontani dal suo scopo dichiarato di tutelare la maternità e prevenire la
tragedia dell'aborto; e soprattutto è necessario - come ha sottolineato
Benedetto XVI lo scorso 12 maggio - riflettere sugli effetti che essa ha
portato nella coscienza morale del Paese».

      Ho riletto tre volte questo passaggio, perché mi pareva troppo assurdo
per essere vero.
      Sono rimasto strabiliato, allibito: dunque, l'Osservatore Romano,
ospita in prima pagina un articolo nel quale si sostiene che la Legge 194/78
deve essere difesa, in quanto si prefigge di tutelare la maternità e
prevenire l'aborto, suppongo clandestino?
      A quale punto è arrivato il delirio, oltre che nella mente della
povera Lucetta, che crede di essere un'intellettuale scrivendo simili
sconcezze, nella redazione dell'Osservatore Romano, in Segreteria di Stato,
in Vaticano?

      Per quanto concerne l'aborto, la Legge 194 è una legge criminale,
omicida, che deve essere eliminata, abolita, cancellata, contro la quale
ciascun cattolico deve combattere, sotto ogni forma possibile e con ogni
mezzo, a difesa della dignità del nascituro che viene ammazzato, a rispetto
e tutela della vita, che ha inizio sin dal concepimento.
      Il diritto alla vita è il primo dei diritti dell'uomo: si tratta di un
diritto inalienabile per lo sviluppo di ogni popolo libero e sovrano.
      Scaraffia, con una citazione del tutto incongrua, associa poi il Papa
alla sua farneticante affermazione: anche il Santo Padre la pensa così.
      Veramente?
      Benedetto XVI ritiene che i cattolici debbano difendere la Legge 194?
      Quale è la fonte di questa menzogna clamorosa?

      Il Magistero della Chiesa nega il diritto all'aborto come un abuso
ed un omicidio.
      «L'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque
venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza,
compresa tra il concepimento e la nascita» (Giovanni Paolo II, «Evangelium
Vitae», Città del Vaticano, 1995, numero 58).
      (Si veda la «Dichiarazione sull'aborto procurato» della Congregazione
per la Dottrina della Fede)
      La Chiesa cattolica sanziona con una pena canonica di scomunica
questo delitto contro la vita umana: «Chi procura l'aborto, se ne
consegue l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae»
      (CIC/83, canone 1398), «per il fatto stesso d'aver commesso il
delitto» (CIC/83, canone 1.314) e alle condizioni previste dal diritto. La
Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa
mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile
causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società»
(2.272 - Catechismo della Chiesa cattolica).
      La Chiesa cattolica combatte contro l'aborto, con tutti i mezzi
possibili e senza cedimenti, a partire dal ruolo fondamentale dei medici
anti- abortisti, che si rifiutano di praticare questa vergognosa strage
degli innocenti del nostro secolo di barbarie, che ha già prodotto, cifre
enormi di omicidi di bambini ineremi ed indifesi, massacrati all'interno del
grembo materno che avrebbe dovuto ospitarli e difenderli....

      Ha scritto Madre Teresa di Calcutta: «Sento che oggi giorno il più
grande distruttore di pace è l'aborto, perché è una guerra diretta, una
diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. Se una
madre può uccidere il suo proprio figlio, non c'è più niente che impedisce a
me di uccidere te, e a te di uccidere me» (da «Nobel lectures», «Peace»
1971-1980, 11 dicembre 1979).

      Andate su «YouTube» (oppure al link
www.sandrodiremigio.com/blog/aborto_foto.htm) a vedere i video
degli aborti praticati (cercate di resistere sino alla fine di quei
terribili ed interminabili minuti): capirete cos'è l'omicidio di Stato
che, ogni giorno, viene perpetrato per mezzo degli aborti.

Potrete vedere il trionfo di Satana, la danza macabra
dell'autodistruzione del genere umano: vedrete, soprattutto,
bambini già formati, fatti a pezzi e triturati da medici criminali
che, all'inizio della loro professione, hanno promesso di onorare
il giuramento di Ippocrate («Non somministerò a nessuno,
neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai
un'iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo
per procurare l'aborto. Conserverò pia e pura la mia vita e la mia arte»).

http://www.sendspace.com/file/8veoe1


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01.01.
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