L'orrore delle donne di Srebrenica
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Sujet: L'orrore delle donne di Srebrenica
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Date: 24. Jul 2008, 12:42:12
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L'orrore delle donne di Srebrenica
Nuccio Ciconte
Finalmente l'Onu si salva l'anima e canta vittoria, sperando di far calare
un velo pietoso sulla storia di Srebrenica e della guerra nei Balcani. L'arresto
di Radovan Karadzic, dice il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, è «un
momento storico per le sue vittime, che hanno aspettato tredici anni che
fosse portato davanti alla giustizia». Chissà cosa ne pensano di queste
parole Sceila, Azra, Alida, Mukelefa. Tutte donne di Srebrenica. Di altre
non so più i nomi ma ne ricordo i volti devastati dal dolore, gli occhi
persi, sprofondati nell'orrore. Giovani mogli appena diventate vedove, madri
che hanno visto sgozzare i propri figli. Ragazze violentate e derise,
stuprate perché di etnia e credo religioso diverso da quello degli aguzzini.
La più grande e infame strage nel cuore dell'Europa dopo la Seconda guerra
Mondiale. Una macelleria a cielo aperto: quasi ottomila morti, decine di
migliaia di profughi. Non un fulmine a ciel sereno. Un massacro annunciato
che la comunità internazionale (l'Onu, l'Europa, gli Usa, la Russia) non ha
voluto o saputo evitare. Era luglio anche allora. Metà luglio del 1995.
Srebrenica, che l'Onu aveva dichiarato «zona protetta», è messa a ferro e
fuoco dalle truppe del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Radovan
Karadzic, dal suo quartier generale di Pale (sulle alture di Sarajevo),
segue in presa diretta tutte le fasi dell'assalto. È una partita scontata,
il risultato è uno solo: la disfatta dei musulmani-bosniaci.
La popolazione di Srebrenica è stremata da anni di assedio, isolata e
scarsamente armata. I resistenti sono spazzati via in poche ore. I Caschi
Blu dell'Onu, che avrebbero dovuto proteggere la popolazione civile, hanno
un solo obiettivo: salvare la propria pelle; molti si dileguano, altri si
rinchiudono nelle caserme. Una pagina nera per l'Onu, una vergogna per i
Caschi Blu olandesi. Chi sfugge al massacro vaga per giorni nelle campagne,
nei boschi. Si cammina per ore, sotto un sole impietoso, senza cibo né
acqua. Migliaia di profughi si trascinano dietro anziani e bambini. Gli
uomini sono pochi. È una moltitudine fatta di donne, di ragazzini. Per tutti
la meta è Tuzla, nel Nord della Bosnia, città controllata dalle truppe del
governo di Sarajevo. È lì che l'Onu installa una tendopoli.
* * *
Srebrenica è chiusa alla stampa. Karadzic e Mladic non vogliono giornalisti
tra i piedi, men che meno telecamere. Forse sperano, s'illudono, di poter in
qualche modo nascondere o attutire l'impatto internazionale di quell'orrore.
Da anni il mondo assiste impotente alla pulizia etnica nei Balcani. I due
leader di Pale si muovono pressoché indisturbati grazie alla protezione del
governo di Belgrado. Allora, perché non sperare di farla franca anche in
questo caso? Il sodalizio con Slobodan Milosevic è molto forte. Anzi, c'è
chi giura che i due macellai dei Balcani sarebbero solo dei burattini nelle
mani dell'uomo che guida la Serbia. L'assalto di Srebrenica ha avuto la luce
verde di Belgrado? Difficile dirlo. Il massacro nell'enclave musulmana,
«zona protetta» dell'Onu, segna il punto più alto della strategia militare
di Karadzic e Mladic, l'esibizione della massima potenza di fuoco e di
efferatezza, ma anche l'inizio della loro sconfitta. Milosevic, da abile
giocatore sul tavolo della diplomazia internazionale, capisce che è arrivato
il momento di scaricare i due ingombranti alleati. L'occasione arriva pochi
mesi dopo, il 21 novembre del '95. Alla conferenza di Dayton l'uomo forte di
Belgrado si traveste da agnello: scarica i «ribelli» serbi, si siede al
tavolo dove si decide la spartizione dei Balcani, si offre all'occidente
come uomo di dialogo, uomo di pace. «Time» gli dedica la copertina come uomo
dell'anno: poi si sa come andò a finire con la guerra nel Kosovo. Questa
però è un'altra storia.
* * *
Rileggo gli appunti di allora, per rinfrescare la memoria. È il 17 luglio,
fa caldo e l'umidità toglie il respiro. I primi profughi li incontro lungo
la strada, a dieci chilometri da Tuzla. C'è Sceila, venticinque anni, zigomi
alti, occhi neri come la pece. Tiene in braccio una bambina, la stringe
forte al petto, dondola i lunghi capelli corvini, canta sottovoce una nenia
per la «piccola che dorme». Intorno, altre donne le dicono qualcosa, ma lei
scuote la testa e riprende a cantare. Qualcuna la strattona forte per un
braccio, ma lei sempre sullo stesso tono continua a cantare. Sceila, ci
spiegano, è da due giorni che tiene attaccata a sé la sua unica figlia: la
bambina, già malata, è morta durante la fuga di Srebrenica, ma lei rifiuta
la realtà, si rifugia in un mondo tutto suo dove la piccola dorme tra le sue
braccia.
* * *
La tendopoli di Tuzla accoglie i primi profughi, i funzionari delle Nazioni
Unite e alcune organizzazioni non governative, lavorano allo stremo: una
cucina da campo sforna i primi pasti caldi, centinaia di bottiglie di acqua
passano di mano in mano. È una goccia nel deserto. Non c'è cibo né acqua
sufficiente per sfamare gli oltre seimila disgraziati che affollano quest'aria
scelta come campo, un'area assurdamente recintata in tutta fretta con il
filo spinato. Un lager umanitario. Le tende sono bianche e blu. Come i
colori dell'Onu. I colori della vergogna come senti dire da molti profughi.
Come dargli torto? Da giorni si sapeva che le truppe di Madlic avrebbero
sferrato l'attacco a Srebrenica: l'Onu non solo non ha fatto nulla per
impedirlo, ma neanche si è data da fare in tempo per soccorrere quest'umanità
in fuga. C'è rabbia, rancore, odio. Tutti vedono nei Caschi Blu i migliori
alleati dei serbi, dei cetnici massacratori. Le testimonianze dei profughi
sembrano le sceneggiature di film dell'orrore. Storie di violenza
indicibile, ma qui non c'è finzione. Sono le donne a parlare, a raccontare
al mondo quel che hanno visto, quello che hanno subito. Gli uomini sono
pochissimi e anziani. Le agenzia di stampa internazionale dicono che almeno
quattromila uomini sono in fuga da Srebrenica, vagano nei boschi per
sfuggire alla truppe serbo-bosniache. «Non è vero - sentiamo ripetere più
volte - abbiamo visto uccidere i nostri mariti, sgozzare i nostri figli.
Morti, sono tutti morti». Solo molto tempo dopo il modo saprà che avevano
ragione loro.
* * *
Alì non ha ancora compiuto quattro anni. Da quattro giorni non parla,
rifiuta il cibo, beve solo un po' di acqua. La sua storia me la racconta
Azra Salchic, una vicina di casa. È lei che lo ha portato in salvo fino a
Tuzla. La sua mente è devastata, dice la donna indicando gli occhi del
bambino: «Ha visto cose mostruose, che la mente umana, seppur di un bambino,
non può dimenticare». Alì era con la madre e i due fratelli, di 15 e 17
anni, quando nella loro casa sono arrivati i miliziani di Karazdic.
Chiedevano oro, volevano soldi. Arraffano quel poco che trovano poi
afferrano il ragazzo più grande lo trascinano davanti casa e lo sgozzano
davanti a tutti. «Ridevano facendo roteare in aria il coltello rosso di
sangue, dicevano alla donna: bevi il sangue di tuo figlio, solo così puoi
salvare gli altri due». Il racconto di Azra si interrompe più volte.
Tutt'intorno
è radunata una piccola folla che ascolta in silenzio. Si sente solo il
singhiozzo senza lacrime di alcune anziane donne. Alì è rimasto solo: anche
la madre e l'altro suo fratello sono stati uccisi davanti ai suoi occhi.
* * *
La mia interprete è una giovane croata. Nazionalista tosta, detesta i
musulmani più che i serbi. In macchina da Spalato a Tuzla, durante il lungo
viaggio discutiamo e a volte litighiamo. L'odio etnico ha messo radici
profonde. Mi spiega che i musulmani sono bugiardi per natura, mentono
sempre, inventano stupri, a Sarajevo compiono stragi e poi accusano di volta
in volta i serbi o i croati. Eppure nella tendopoli di Tuzla la sua
sicurezza vacilla. Più volte non riesce a tradurre, s'interrompe, piange.
S'immedesima
nelle donne che ha davanti, prova lo stesso dolore, si scusa mentre il suo
viso è solcato dalle lacrime.
* * *
Srebrenica del luglio 1995 è sinonimo di gente ammazzata, di cadaveri
accatastati nelle fosse comuni. Ma non solo. C'è un altro capitolo odioso
legato indissolubilmente alla logica della pulizia etnica e che riguarda lo
stupro di centinaia di donne. Giovanissime ma anche donne più avanti negli
anni umiliate, violentate perché bosniache, perché musulmane. Quante?
Impossibile dirlo. Non ci sono cifre ufficiali attendibili. A Tuzla da una
tenda all'altra i racconti degli stupri volano di bocca in bocca. Racconti
agghiaccianti. Ci dicono delle "corriere dello stupro". Quei pullman che
portavano lontano da Srebrenica centinaia di profughe. Pullman militari. Gli
uomini di Karazdic vi facevano salire le donne, le portavano via dalla città
distrutta e le abbandonavano a qualche decina di chilometri di distanza in
mezzo alla campagna. Ma il trasporto era salatissimo. No le sopravvissute
non dovevano spendere soldi per pare il biglietto. Il costo della corsa era
uno solo: il loro corpo; violentate più volte magari dagli stessi aguzzini
che avevano da poco massacrato i loro mariti, i figli, i fratelli, i
genitori. Un orrore nell'orrore.
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